Comunicare: parole contro Emoji, il ritorno alla forza sacra del linguaggio
Era il 2015 quando, per la prima volta nella storia, l’Oxford Dictionary sceglieva come «Word of the Year» un pittogramma: l’emoji nota ufficialmente come «Face with Tears of Joy». La motivazione era chiara: quell’emoji era la più usata al mondo e «incarnava al meglio un aspetto fondamentale della vita in un mondo guidato dal digitale».
Credo, in nove anni, di aver dimenticato migliaia di informazioni. Ma non questa. La faccina che ride è rimasta lì, salda, incastrata tra un pensiero e un fastidio. Quanto è giusto mettere a confronto parole e simboli? Oggi, Venanzio Postiglione, con il suo libro Le dieci parole tradite, riesce a dare una descrizione eccellente del sentimento provato: mi ero sentita tradita. Il mio lessico era rimasto costernato, infastidito di venire soppiantato da uno dei molteplici eredi dello «Smile» di Harvey Ball.
Da allora, invece di rifugiarmi nella critica, mi sono innamorata: invaghita dei poeti, appassionata dei romanzieri, degli oratori e dei divulgatori. Ho imparato a chiamare il ligustro e il filadelfo con il loro nome. Ho scoperto che «esprimere» deriva dal latino exprimere: per dire qualcosa, per esprimersi, è necessario schiacciarsi dentro, prima di tirare fuori il meglio di sé.
Mi sono lasciata stupire. Anche da Ursula K. Le Guin, che nel suo mondo di Terramare dona ai maghi un potere unico: l’assoluta esattezza verbale. Dominare il mondo, per lei, significa sapergli dare il nome originario, restituendo alla parola la sua forza sacra e fondativa. Lì, dove un simbolo grafico non basterebbe mai, il «nominare» diventa un gesto d’amore, di cura e di rispetto verso la realtà.
Salvare le parole, salvare l’umano
Se riuscissimo a «salvarle» tutte dal fraintendimento e dalla mediocrità del commento sui social, se riuscissimo ad accoglierle e a valorizzarle, forse torneremmo più attenti, più umani. Come in Fahrenheit 451, quando i ribelli si presentavano dicendo: «Piacere, io sono l’Elogio della follia di Erasmo», forse potremmo diventare alcune delle nostre stesse parole.
«Piacere, sono Gentilezza», «Piacere mio, sono Entusiasmo». E allora, che ne sarebbe di noi? Saremmo più genuini? Più limpidi? O forse più vulnerabili? Quali termini sceglieremmo per presentarci al mondo?
Heinrich Heine scriveva in maniera tristemente profetica nel 1823: «Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini». E cosa accade, invece, in quei mondi dove si sostituiscono le parole con le emoji?
– Fiamma Colette Invernizzi
«Le parole non servono a etichettare le cose, ma a svelarle, spingendoci a guardare dentro per tirare fuori le infinite espressioni del mondo».