Venanzio Postiglione: recuperare le parole tradite per tornare a essere umani
Venanzio Postiglione è un giornalista italiano. È vicedirettore del quotidiano Corriere della Sera ed è fondatore e direttore della Scuola di giornalismo Walter Tobagi dell’Università Statale di Milano. Intervistato dai giornalisti del Bullone, racconta del suo ultimo libro, Le dieci parole tradite, un saggio che ritrova dieci parole, riscoperte e trasformate, accolte e rincorse, raccontate e dipinte di colori nuovi.
Postiglione ci guida, con generosa gentilezza, in un nuovo viaggio audace, per trovare le nostre parole dimenticate e tradite.

Illustrato da Chiara Bosna.
Da dove nasce l’idea del suo libro, Le dieci parole tradite?
«Lavoriamo con le parole da una vita e sappiamo che le parole sono tutto: ci indicano qual è la nostra anima e il contesto in cui viviamo. Parole che sono parte della nostra civiltà (democrazia, libertà, pace, fraternità), termini importanti e a volte anche un po’ pesanti. Io sono cresciuto con il concetto che la libertà fosse la mia, ma anche la tua. Nel confronto tra libertà c’era l’incontro; per me la libertà è sempre stata associata al rispetto. Invece, negli ultimi anni, ci siamo accorti che una parte della politica e dei social ha cambiato le regole. Molti entrano “con la clava o il martello“. Questa non è libertà, è aggressione. Mi sono chiesto: cosa è diventata la libertà oggi? Davvero è libertà di insulto? Quando Trump usa “debole” per offendere il Papa, il problema non è solo l’insulto, ma l’uso della parola “debole” in accezione negativa. Noi siamo cresciuti con l’idea che debolezza sia sinonimo di cura, attenzione e sensibilità. Se l’uomo più potente del mondo la usa come un insulto, significa che è cambiato il nostro modo di stare al mondo. Lo stesso vale per la pace. Prima la guerra era l’eccezione, oggi i conflitti sono ovunque e sembra valere solo la legge del più forte. E che dire della “fraternità“? È una parola meravigliosa, ma oggi se la usi rischi che ti prendano per matto. Eppure, la fraternità è un afflato universale. Ho definito queste dieci parole “tradite”: non significa perdute, ma smarrite. Il sogno è recuperare il loro vero significato. Ho inserito anche la “felicità“, perché credo sia un bene pubblico e politico».
Parlando di Intelligenza Artificiale, esiste un modo per riportare in auge queste parole bellissime? E pensando al Welfare State, quanto crede che le parole possano influire sul benessere collettivo?
«L’Intelligenza Artificiale è un sofisticato collettore di conoscenze umane. Per portarvi dentro queste parole, dobbiamo raccontarle di più: farle esplodere sul Bullone, sui giornali, in TV e sui social. Più le usiamo e le spieghiamo bene nel mondo digitale, più l’IA le farà sue. La nostra è una semina: se seminiamo “acqua pulita” in questo immenso acquedotto che è la rete, l’IA pescherà acqua pulita. Dobbiamo usarla, senza farci usare. Riguardo al benessere, il termine Welfare significa proprio “stato del benessere” o della “prosperità“. Una società prospera è quella in cui le persone collaborano. Io mi sento più sicuro non dove ci sono le camionette dell’esercito, ma dove vedo i ragazzi che chiacchierano, giocano e fanno confusione per strada. Quella vivacità è il vero indicatore di una società che sta bene».
Lei ha parlato di raggiungere la felicità. Sappiamo che è un concetto estremamente soggettivo: che cosa rappresenta per lei, personalmente, la felicità?
«Per me la felicità è armonia. Mi viene in mente una poesia di Ungaretti, I fiumi, dove lui parla della “rara felicità” mentre si immerge nell’Isonzo. È una definizione bellissima: la felicità è un regalo ed è rara, e le cose rare sono preziose. Mi sento felice quando sono in equilibrio su quel filo sottile che è la vita; quando sono in armonia con me stesso, con i miei amici e la mia famiglia. Lo stesso Ungaretti diceva che il suo “supplizio” era non sentirsi in armonia. La felicità è fatta di sorrisi dati e ricevuti. Non succede sempre, ma quando accade dobbiamo stringerla forte tra le mani».
Come possiamo cercare e rielaborare le «nostre» parole tradite?
«Il modo migliore è leggere. Leggete un libro, un articolo sul Corriere o sul Bullone, e segnatevi le parole che vi colpiscono. Chiedetevi: questa parola è tradita? Stamattina, ad esempio, leggevo un pezzo sulla “fiducia“. Se facessi un seguito al mio libro, la inserirei sicuramente. Il mio consiglio è di tenere un “quadernetto delle parole“. Anche se scriviamo tutto sugli smartphone, avere un quaderno fisico su cui fissare termini come comunità, serenità o fiducia aiuta a farli propri. Se tornassi ragazzo, mi piacerebbe molto avere un cassetto pieno di parole e pensieri da riprendere ogni tanto, per chiedermi se quelle parole esistono ancora e come vivono dentro di noi».
– Venanzio Postiglione
«Per me la felicità è armonia. Mi viene in mente una poesia di Ungaretti, I fiumi, dove lui parla della “rara felicità”: è un regalo prezioso, e le cose rare sono quelle da stringere forte tra le mani».