Il valore sacro della tenerezza: reimparare a parlare per non restare soli
«Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare». «Verba volant, scripta manent». «Facile a dirsi, difficile a farsi». C’è questa credenza comune, visceralmente radicata e pericolosa, che le parole, poiché semplicemente parole, le si possa più facilmente tradire.
Tanto sono state abusate, sfruttate, sventrate, che nessuno più crede loro, a meno che non siano legittimate dalle corrispettive azioni. Ma, se pure i fatti continuiamo a doverli chiamare per nome, forse queste benedette parole, in fondo, un potere e un valore ce l’hanno, eccome. E l’unico mare che c’è, è quello della dimenticanza da cui possiamo – e dobbiamo – salvarle.
«Ricordate anche quella parola poco usata che è ormai quasi sparita dall’uso: tenerezza», invita Raymond Carver. Perché lei, come tante altre, non ha proprio tempo d’essere. Se deriva dal latino tenere, si capisce come l’impegno richiesto non possa trovare spazio in un mondo che gira di corsa, perennemente in gara con sé stesso e in una società che bolla come smielata qualsiasi manifestazione di affetto.
Eccessivi sono una carezza o un abbraccio, languida una frase dolce, debole chi si commuove. Ma quand’è che il tenero è diventato patetico? Che un gesto di amore umile è risultato di troppo? Se chiamiamo a guidarci la prestazione, il cinismo, l’indifferenza, allora tenere-ci non è più contemplato: non ce la si può concedere una tale e totale vulnerabilità.
La tenerezza come cura dell’anima
Eppure, c’è ancora chi ci crede. «Non c’è cura dell’anima e del corpo, se non sia accompagnata dalla tenerezza. Oggi, ancora più che in passato, è necessaria a farci incontrare», scrive lo psichiatra Eugenio Borgna. La cura trascende la mera competenza, il contatto umano la lista di amici sui social. Guarisce davvero soltanto chi si sente profondamente ascoltato, chi riceve attenzione, parola continuamente e indebitamente trascurata. E tutti, in fondo, abbiamo ferite che necessitano di essere medicate, non solo con bende e farmaci.
Il mondo intero sanguina. E siamo tutti troppo presi dall’urgenza di sapere cosa succede, che non ci premuriamo più di sentire, sentirci, farci sentire. Non c’è danno nell’essere sdolcinati, ma sì che ne facciamo quando neghiamo valore a tutto e tutti per timore di apparire molli, o di essere feriti, o di restare delusi.
Abbiamo bisogno di fatti, è indubbio, ma pure le parole lo sono. Solo che fanno meno morti. Per questo, prima di migliorare l’agire, dovremmo forse reimparare a parlare. E a farlo con tenerezza sincera. Ci accorgeremmo che siamo ancora in grado di tenere a qualcuno e che, per quanto male possa fare, è più il buono che ne viene. Voglio credere che sia l’unico vero modo per non restare soli.
– Federica Margherita Corpina
«Non c’è cura dell’anima e del corpo, se non sia accompagnata dalla tenerezza. Oggi, ancora più che in passato, è necessaria a farci incontrare, gli uni con gli altri».