Mostra al Mudec: 100 fotografie per ereditare il mondo

La visita alla mostra "100 FOTOGRAFIE PER EREDITARE IL MONDO" al Mudec è per Margherita Verzocchi l'occasione per interrogarsi sul potere comunicativo e artistico della fotografia, uscendo dalla propria zona di comfort.
Un dettaglio della mostra fotografica “100 fotografie per ereditare il mondo”, allestita al Mudec dal 7 marzo al 28 giugno 2026.

L’arte di guardare: la mostra fotografica come strumento di consapevolezza

Nell’arricchimento personale di un individuo risiedono l’informazione, la conoscenza di persone, culture e luoghi differenti, ma anche la capacità di mettersi in discussione attraverso il confronto e l’ascolto. La cosa più bella, alla fine, è proprio la capacità di costruire un pensiero critico autonomo.

La settimana scorsa ho finalmente trovato il tempo di andare a vedere una mostra al Mudec, il Museo delle Culture di Milano, dal titolo 100 FOTOGRAFIE PER EREDITARE IL MONDO. Mi mancava l’atmosfera del museo: quel silenzio che avvolge l’occhio affascinato mentre percorre le sale, lo sguardo curioso e assorto delle persone, l’essere avvolti da una pace assoluta. Ma soprattutto, mi mancava l’incredibile, e mai scontata opportunità di arricchirsi di informazioni, nozioni e tanta bellezza. Viviamo in un mondo meraviglioso, ma costantemente attraversato da eventi sgradevoli e notizie tristi; per questo, confrontarsi con la bellezza diventa una strategia di sopravvivenza, un modo per ricentrarsi e da cui ripartire.

Sono sempre stata una grande ammiratrice e sostenitrice delle arti figurative più tradizionali come la pittura, la scultura, il disegno e l’incisione: arti materiche, fatte di segni emozionanti ed espressivi. Al contrario, la fotografia, arte figurativa considerata moderna e amata da moltissimi, mi ha sempre lasciata un po’ perplessa. Non l’ho mai approfondita più di tanto, ed ecco perché ho scelto di visitare questa mostra: volevo uscire dalla mia zona di comfort, arricchirmi di nozioni e sguardi differenti per sviluppare un nuovo pensiero, lasciandomi pervadere da domande e riflessioni, come in un monologo interiore o un flusso di coscienza.

La macchina fotografica è, da sempre, uno strumento incredibilmente affascinante per la sua capacità di fermare e immortalare un attimo di vita. Uno strumento enigmatico e generatore d’arte, da sempre al centro di accesi dibattiti. Ma perché una foto è, in sé stessa, un’opera d’arte? Dietro un dipinto famoso si celano la maestria, il talento e lo studio del pittore; ma nella fotografia? Perché l’immagine catturata diviene, come dice Henri Cartier-Bresson «una grande gioia fisica e intellettuale» e non solo il ricordo di un momento personale e affettivo? Cosa trasforma uno scatto in «Arte», se si tratta solo di catturare un momento esterno a noi, che non dipende da noi e che fa parte della quotidianità? È lo sguardo del fotografo? In fondo, scattare una fotografia non è forse alla portata di tutti? Cosa e chi decide se uno scatto, un momento immortalato, sia migliore di un altro?

La fotografia è uno strumento polivalente e multifunzionale. È un mezzo interessante perché può essere usato come diario o come documento della storia, della natura, delle culture e dei popoli del mondo. Si pensi agli scatti dei nativi americani, alla caduta delle Torri Gemelle, o al primo uomo sulla Luna: immagini che mostrano momenti, luoghi e culture non sempre accessibili a tutti, che in questo modo non vengono semplicemente tramandati a parole. La fotografia può essere sia documento sia interpretazione; può lanciare un messaggio potente, ma risultare, proprio per questo, anche molto dura da guardare, tanto da colpire lo stomaco per la crudeltà e la violenza dei temi trattati. Un esempio è Bettina Rheims che, nella serie Naked War, ritrae donne attiviste che scrivono sul proprio corpo parole di protesta ed emancipazione. Nella didascalia si legge: «L’immagine mostra una giovane completamente nuda che rivendica libertà, includendo nella frase anche il termine arabo awra, che nel mondo islamico indica le parti del corpo da coprire perché considerate troppo intime e vulnerabili». Un messaggio forte di resistenza e affermazione.

La fotografia, quindi, non è solo l’atto di immortalare un istante e fermare un ricordo. Può essere uno scatto studiato, costruito ad hoc per creare un determinato effetto, o trasmettere un messaggio preciso; oppure può essere il risultato di una post-produzione al computer che altera la realtà, dando vita a un vero e proprio sincretismo artistico.

Alla fine, più che sull’immagine in sé, che può piacere o meno e che, come ogni forma d’arte, resta soggettiva, il mio pensiero si è spostato sulla funzione della fotografia e sull’intenzione che si cela dietro lo scatto. Il vero valore sta nel provare a farsi coinvolgere da quell’immagine: immedesimarsi, riflettere, ridere o, perché no, anche arrabbiarsi.

– Margherita Verzocchi

«Il vero valore sta nel provare a farsi coinvolgere da quell’immagine: immedesimarsi, riflettere, ridere o, perché no, anche arrabbiarsi».

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