Don Paolo Alliata: «Il confine del perdono»

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credits: Alexander Milo
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Don Paolo Alliata ci parla del perdono e dei suoi confini, del nostro ruolo al suo interno e della valenza di Dio in questo processo.

di Alessandra Parrino

Dalla nostra discussione sul perdono nasce lo spunto che le storie di oggi saranno quelle che i nostri figli dovranno perdonare domani.

Per te Don Paolo, che cosa significa perdonare?

«Il perdono è un processo complesso, perdonare è un percorso e non matura in base alla mia sola forza di volontà, dovrò accompagnare il processo che mi porta a dire: “ecco forse ho perdonato”. È qualcosa che matura dal profondo. Chi di noi matura il perdono di un dolore subito, sa che c’è del miracoloso, non sa dire come è maturato, ma ad un certo punto sa di aver perdonato. Lo percepisce, sa di averci lavorato al perdono, che non è dipeso soltanto da lui quel processo ma che è dipeso anche da lui. Nasce dal non voler rimanere prigionieri del torto subito e dei sentimenti che scaturiscono da esso. Nel romanzo di Amos Oz Una pantera in cantina a un certo punto la madre del protagonista dice: “Il perdono non concesso è un veleno che intossica”, ecco, quando uno si sveglia e comprende che è stufo di non perdonare perché questo gli avvelena la vita, allora forse incomincia un cammino».

Si può dire che il perdono sia un atto d’amore per sé stessi? Per-donare: perdonare sé stessi prima dell’altro, perdonare per amare.

«Il perdono di sé stessi e il perdono dell’altro maturano insieme. Nella vita è raro che ci sia uno senza l’altro. Siamo tutti gente sulla stessa barca, fatti della stessa pasta. Se sono radicato nella consapevolezza delle mie nefandezze allora divento consapevole di quelle dell’altro, se sono spietato con me stesso, lo sono nei confronti dell’altro. Se mi ammorbidisco ed entro in contatto con la parte più buia di me e la accetto, inizio ad accettarla nell’altro, la accolgo. L’altro è più di quello che ha fatto, chi ha ucciso un uomo è più dell’uccisione di quell’uomo. La maschera dell’assassino che ha altro sotto, bisogna trovare il coraggio di non fermarsi alla prima. La capacità di uscire da sé stessi, dalla propria esperienza immediata ed emotiva ha a che fare con l’empatia. Questo ha a che fare con l’entrare in una dimensione di perdono. Gesù quando ci propone la frase “prima di togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello devi togliere la trave nel tuo occhio”, ci dice: “lavora su di te”. L’unico modo che abbiamo di cambiare le cose nel mondo è lavorare su di sé. L’unico potere che abbiamo nel mondo è su noi stessi. Datti da fare perché ci sono in te tratti che impediscono di vedere veramente. Parla di sguardo, perché tante cose dipendono da come le si guarda, riconoscere nell’altro più di quello che ha fatto in quell’occasione. Sganciarmi e sganciare l’altro da quell’azione».

Don Paolo Alliata, (Milano, 1971). Dopo la laurea in Lettere Classiche all’Università  degli Studi di Milano, viene ordinato prete nel 2000 dal cardinale Carlo Maria Martini. È vicario nella parrocchia milanese di Santa Maria Incoronata. Scrive testi teatrali sulla Bibbia destinati a bambini e ragazzi. Collabora con l’Ufficio catechesi della Diocesi di Milano scrivendo e realizzando audio-racconti sulle vicende bibliche. Nel 2018 pubblica Dove Dio respira di nascosto, (ed. Ponte alle Grazie) e in aprile 2021 esce Un sentiero per la gioia. Passeggiate letterarie (ed. In Dialogo)
Credits: https://www.chiesadimilano.it

Partiamo poveri ma potenzialmente ricchi

È necessario forse accettare che noi siamo dentro un mistero? Serve anticipare fiducia e stare da persone aperte davanti a qualcosa che ci sembra inaccettabile?

«Dal suo libro Jonas Hans prova a rispondere a una domanda: “Come mai solo alcune persone ebraiche hanno potuto ripartire dopo quello che è successo?”. Alcune di loro sono potute ripartire, hanno potuto raccontare, solo dopo anni e questo è avvenuto quando hanno potuto vedere un futuro davanti. Quando hanno messo radici nella vita hanno potuto fare i conti con il dolore immagazzinato. Possiamo perdonare la vita soltanto quando comprendiamo di essere dentro un processo, quando apprendiamo di essere creature in travaglio e quindi che c’è speranza. Che vuol dire che io posso occuparmi di me, perché c’è un’evoluzione e io posso non rimanere vittima».

Uscire da un dolore e perdonare può avere a che fare con una forma di educazione?

«Abbiamo sempre questa strana idea del diritto di essere felici, il diritto alla felicità, come fosse una base. E quindi se uno si mette in questa logica, qualunque inghippo della vita lo sentirà come un torto, anziché come una sfida. Noi invece partiamo poveri ma potenzialmente ricchi solamente se ci prendiamo la ricchezza attorno a noi. Ognuno di noi ha grandi possibilità perché siamo vivi, allora quanto di questa ricchezza potenziale voglio elaborare? Il torto che subisco dalla vita è una sfida. Possiamo scegliere se sentirci continuamente in credito con la vita, oppure possiamo imparare a vivere attraverso gli ematomi della vita. Possiamo chiamarlo “perdonare la vita”, ma dipende tutto se capiamo di essere parte di un processo, vuol dire che c’è la possibilità di farne qualcosa».

Il confine del perdono

Qual è il confine del perdono?

«Nei vangeli ci sono passaggi in cui Gesù dice che Dio è il perdono e che siamo già perdonati a prescindere. Dio ci perdona quando lasciamo dilagare il perdono in noi. C’è una cosa però che Dio non perdona, che è la bestemmia contro lo Spirito Santo. Tale bestemmia è che Dio ti lavora dentro per farti fiorire al meglio, ma se tu non vuoi, non lo fai, ti opponi a un processo di vita. Questo non può essere perdonato, non nel senso che Dio non lo perdona, perché Dio è sempre impegnato a perdonarti per aprirti, ma se tu non vuoi, allora l’onnipotente è impotente. È un modo di dire che se tu non vuoi, Dio non può. Questo restituisce la responsabilità al nostro desiderio di imparare».

La parabola dei talenti ci mostra il rigore di Dio, un Dio severo?

«Gesù racconta quella parabola quando sa che il suo tempo è quasi finito e sta mettendo in scena quello che accadrà: un uomo lascia in mano ai suoi servi i talenti in modo che li facciano fruttare; così come lui lascia ai suoi discepoli la ricchezza del suo operato. L’immagine dei talenti è un’unità di misura, sono 25 chili d’oro, perché a Gesù piace esagerare. Sta dicendo: “voi siete ricchi a prescindere. Questo è il punto di partenza. Fate qualcosa di questa ricchezza”. Perché se la nascondi e cominci a dire che hai paura e non sei all’altezza, allora quella ricchezza la perdi. Tu devi rischiare nella vita, questa ricchezza va fatta circolare perché ti ritornerà, maggiorata: “A chi ha sarà dato”. Per questo è così duro con il servo che non fa fruttare il suo talento, perché si è lasciato bloccare dalla paura di vivere. Dio non è spietato ma è impegnato a suggerire continuamente di mettere in gioco la ricchezza, di farla circolare. La vita che non fai circolare marcisce, quindi datti da fare. L’idea è che Dio non ti molla, non accetta che tu dica che non sei all’altezza, il Signore della vita dal profondo di te è impegnato a spingerti, a smuoverti, a buttarti al largo perché impari a nuotare. Perché è troppo importante che tu non perda l’occasione di diventare ricco di quella vita che ti porti dentro e ne diventi ricco solo se la metti in gioco, se la fai circolare».

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