Storia di Beffetto e dell’acqua del tempo

Autori:
La storia di Federica Corpina, una B.Liver che insegna a convivere con il dolore inventando re Bugibuono, maga Coscianza e una quercia gentile.
Beffetto-e-l’acqua-del-tempo
"Beffetto e l’acqua del tempo". Illustrazione realizzata per Il Bullone da Anna Belotti, @_anna_belotti_, Scuola del Fumetto, Milano

di Federica Margherita Corpina, B.Liver

Viveva un tempo, nel lontano regno di ScuseAccettate, un bambino di nome Beffetto. Beffetto era l’ultimo figlio del re Bugibuono, e anche l’unico maschio. Le sue tre sorelle, Graziosa, Bontana e Fidelia, erano tutte in età da marito, e non avevano tempo di giocare con lui.

Ma Beffetto di certo non si annoiava, impegnato com’era a fare dispetti. E più cresceva, più i suoi scherzi diventavano davvero cattivi, ma, a prescindere dall’età o dalle intenzioni, Beffetto non aveva mai chiesto scusa. E tutti coloro che lavoravano a palazzo, le vittime preferite delle sue marachelle insieme alle tre principesse, iniziavano a spazientirsi.

Un giorno, perciò, si misero d’accordo e andarono tutti insieme a lamentarsi dal loro sovrano.

«Ho dovuto passare al setaccio tutta la minestra quando ho scoperto che questo birbante ci aveva gettato dentro dei sassolini», diceva la povera cuoca.

«Ho pulito tre volte la sala da pranzo: quel piccolo delinquente continuava a entrare e uscire con le scarpe sporche senza alcun rispetto», affermava risentita una delle inservienti.

«Ha ubriacato le capre dando loro del vino!», esclamava il pastore ancora molto irritato.

«Ha calpestato tutti i nuovi germogli dell’ultima semina», piagnucolava il contadino.

«Sono vimasto chiuso in bagno per più di tve ove», diceva stizzito il portiere.

E il re era più che sorpreso: mai in quarant’anni di vita aveva visto così tante sopracciglia aggrottate, fronti corrucciate ed espressioni di rancore. Il suo era un regno di pace, in cui vigeva sovrana la regola del perdono: chi commetteva un torto era chiamato a porgere con sincerità le proprie scuse, chi lo subiva ad accettarle.

Nessuno ne approfittava: ciascuno era ben disposto verso il prossimo, e quando capitava che qualcuno involontariamente causasse del male, si atteneva rigorosamente alle leggi.

Si viveva felici: né sensi di colpa né conti in sospeso, senza ripicche, senza vendette. Dopo aver rispettivamente chiesto e concesso il perdono, entrambe le parti bevevano un sorso di AcquaPassata e dimenticavano l’accaduto.

Si trattava di un’acqua speciale: si andava a chiederne a maga Coscianza, quando ce n’era bisogno, ma nessuno sapeva da dove lei la prendesse.

Ne dava una boccetta a ogni persona coinvolta, a patto che ognuno richiedesse personalmente la propria, salvo in circostanze assolutamente eccezionali.

Attaccata alla boccetta vi era una piccola targa, e scritta sulla targa vi era la formula da recitare all’atto di bere la magica acqua

«Al cuore sincero/ne basta un sorso;
se non fosse vero
non basti il rimorso.

Chi chiede scusa
chi dà il suo perdono:

nessuna accusa,
è ufficiale il condono».

Il re Bugibuono cercava di tranquillizzare la piccola folla che si era radunata al suo cospetto, ma era invero parecchio preoccupato per la situazione.

Le sue tre figlie avevano rinunciato al diritto al trono, dal momento che tutte e tre avevano ben altra aspirazione che diventare regine: Graziosa era ansiosa di sposarsi e di mettere su famiglia in una casetta in campagna, Bontana voleva viaggiare ed esplorare il mondo insieme al suo amato, e Fidelia non era nemmeno certa di voler prendere marito.

Beffetto rimaneva così l’unico erede al trono. Ma come fare con lui? Dare da bere AcquaPassata alle vittime dei suoi dispetti finché lui non avesse imparato a chiedere scusa, era fuori discussione, oltre che contro la legge. Rinchiuderlo, d’altra parte, sarebbe stato crudele. Andare avanti così però neanche si poteva: e se Beffetto crescendo avesse combinato fattacci ben più gravi?

Se avesse continuato a non chiedere scusa, nessuno dei suoi misfatti sarebbe mai stato perdonato né dimenticato, e il rancore, l’odio, e il desiderio di vendetta si sarebbero presto diffusi tra la popolazione. A questo pensava il re preoccupato quando prese la decisione di rivolgersi a maga Coscianza

«Maga Coscianza, ho bisogno del Vostro aiuto», disse il re bussando alla capanna in cui viveva l’anziana donna. Ma non era semplice parlare con lei, e le sue risposte in rima potevano non essere di immediata comprensione: 

«Così diceste anche l’ultima volta,
e io cedetti alla Vostra richiesta.

Qual è adesso la questione irrisolta?

Sarà mica un invito a una festa?».

«No, maga Coscianza, c’è poco da festeggiare», rispose il re un po’ perplesso: non ricordava di essersi rivolto a lei in altre occasioni, e non per una simile urgenza. «Mio figlio Beffetto non chiede mai scusa, e il malcontento dilaga ormai nel palazzo. È dispettoso, talvolta anche cattivo: non so cosa fare». 

«Non sapete o non ricordate?

La memoria può dar conoscenza

se da quello che fate imparate,

ma non se cancellate l’esperienza».

Il re era sempre più confuso: cosa gli sfuggiva che invece avrebbe dovuto sapere? «Vi prego, maga Coscianza, potreste fare un po’ più di chiarezza?», le chiese in tono supplichevole.

«Non avrete da me la risposta:
per trovarla scavate più giù.

Ecco un indizio della soluzione nascosta:
acqua passata non macina più».

Il povero re continuava a non capire. Domandò ancora, e ancora, ma la vecchia ripeteva ogni volta un unico verso:«Acqua passata non macina più».

Se ne tornò sconsolato a palazzo. Quando entrò nella stanza da letto, desideroso di stendersi e fermarsi a pensare, il suo sguardo si posò sullo splendido quadro appeso alla parete di fronte all’ingresso, giusto al di sopra del capezzale: raffigurava un mulino ad acqua, ed era stata la regina a dipingerlo qualche mese prima di morire, dando alla luce quel suo ultimo figlio.

Il re allora si ricordò di un’antica leggenda: raccontava di un vecchio mulino nel bosco la cui ruota non girava mai, nonostante la corrente del corso d’acqua sul quale era stato costruito.

Per quanto fosse scoraggiato il re decise di fare almeno un tentativo: si trattava solo di una leggenda, ma se davvero il ritornello di maga Coscianza faceva riferimento a quel magico mulino, lui lo avrebbe quantomeno cercato, e forse, se mai lo avesse trovato, avrebbe ottenuto qualche importante risposta.

Si mise subito in viaggio, e si introdusse nel bosco. Era quasi sera, ma anche quando si fece buio il re non interruppe la sua ricerca. Notando che era sveglia anche lei, interrogò una quercia gentile e anche un po’ insonne, per chiederle se per caso conoscesse la strada che conduceva al misterioso mulino. Appoggiò l’orecchio alla sua corteccia, e l’albero rispose: 

«Vai verso la culla del sole
troverai una sorgente.

Seguine il muto canto:
ti condurrà dove l’acqua non mente»
.

Il re ringraziò la quercia gentile e alzò gli occhi al cielo stellato per orientarsi. Si diresse ad Est, dove il sole sarebbe sorto di lì a qualche ora. Alle prime luci dell’alba vide finalmente la sorgente che l’albero gli aveva indicato, e ne seguì il corso silenzioso fino a raggiungere quello che sembrava essere il famoso mulino. Era tutto vero: l’acqua scorreva, ma in realtà la ruota non si muoveva.

«Acqua passata non macina più». Il re ripensò alle parole della maga: dovevano riferirsi a questo. Continuò a camminare lungo la riva di quel fiumiciattolo e raggiunse ben presto un grande bacino d’acqua: il ruscello la portava lì e da lì non usciva, in quantità invariabile e pure infinita.

Il re capì che doveva trattarsi della magica AcquaPassata e interrogò un altro albero, un faggio stavolta, perché non sapeva che cosa fare. Appoggiò l’orecchio alla sua corteccia, e l’albero rispose: 

«Il tuo tuffo non farà schizzi,
la tua veste non si bagnerà.

Entra in acqua con gli occhi chiusi
ed essi vedranno la verità
».

Il re ringraziò il faggio sapiente, e anche stavolta fece come gli era stato detto. Appena fu immerso del tutto in quell’acqua speciale, gli sembrò di tornare indietro nel tempo, e i suoi occhi, sebbene ancora chiusi, videro il passato.

Vide la regina: la vide nel letto, con gli occhi consumati dal pianto, che si rifiutava persino di uscire o di mangiare. Vide sé stesso darle da bere, e la ruota del mulino dipinto girare al contrario. Una voce cantava: 

«Quello che cancelli non guarisce,
e la vita ha una buona memoria.

Il dolore dimenticato non svanisce,
non è obliando che si cambia la storia.

L’acqua non lava la coscienza,
l’acqua non regala la felicità:

riconosciti ed abbi pazienza,
che senza passato non c’è verità.

Bagna di pianto chi credi perduto,
e avrai il perdono da chi non l’aveva mai conosciuto
».

Di colpo il re aprì gli occhi e si ritrovò di nuovo a palazzo, ai piedi del letto del figlio. Improvvisamente si ricordò: si ricordò della terribile perdita che aveva preceduto il concepimento di Beffetto, di quel bimbo mai nato e dell’immensa sofferenza della sua dolce sposa; si ricordò dei suoi vani tentativi per farla tornare a sorridere e del piano che aveva escogitato per tentare di riaverla con sé; gli tornarono alla mente le bugie raccontate a maga Coscianza per ottenere da lei due boccette di AcquaPassata, una per far dimenticare alla regina il suo dolore, l’altra per sé, per dimenticare di averlo fatto.

Iniziò a piangere, cercando di soffocare i singhiozzi per non svegliare il bambino. Mentre piangeva vide le proprie lacrime raccogliersi copiose sul pavimento, e pensò alle parole del canto: si bagnò le dita di quell’acqua e le passò sulla fronte di Beffetto. Poi gli baciò la testa, e altre lacrime caddero sui suoi capelli, morbidi e biondi come quelli di sua madre. Beffetto si stropicciò gli occhi, e svegliandosi vide suo padre. 

«Scusa», disse mettendosi di scatto a sedere, «non volevo, non so perché l’ho fatto, mi dispiace, mi dispiace tanto».

«Per cosa?», gli chiese il buon re asciugandosi le guance col dorso della mano. 

«Ho strofinato mezza cipolla sul tuo cuscino, e ora tu hai gli occhi lucidi e gonfi per averci dormito sopra, e magari ti bruciano pure. Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace», continuava a ripetere il bambino, anche lui sull’orlo di piangere. 

Il re lo strinse in un abbraccio. «Scuse accettate». 

Il regno tornò alla normalità, e a palazzo tutti furono colti da grande sorpresa nel realizzare quanto rispettoso e gentile fosse in realtà il piccolo Beffetto. Restava un bambino vivace, ma d’altronde era pur sempre un bambino.

Il re Bugibuono, per l’occasione decise persino di organizzare una festa, e mentre tutti erano intenti a divertirsi tra danze e giochi, ne approfittò per restare un po’ da solo. Uscì da una porta di servizio e raggiunse, dopo una lunga passeggiata, la tomba della sua amata regina, un luogo in cui raramente aveva avuto il coraggio di andare.

Fu preso da grande tristezza, ma sapeva che non sarebbe stato giusto dimenticare, né voleva farlo. Stette un po’ lì con il suo dolore e coi suoi bei ricordi, posò sulla lapide lo splendido giglio che aveva raccolto, e a bassa voce, anche lui, chiese scusa.

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