Milano dà, Milano toglie. O almeno così ci piace pensare. Ma negli attimi sospesi della metropoli caleidoscopica, si scopre che tutto, a volte, può succedere.
E tutto succede, o meglio, comincia, un anonimo giovedì sera in Porta Venezia, quando attraverso il vetro di un’opaca vetrina, due sguardi si incrociano.
Al Bar Picchio, istituzione della Milano vecchia, fulcro magmatico degli hipster di tutta la Lombardia, Punkabancomat sorseggia distrattamente il suo Sbagliato.
Lei, principessa di città camuffata da icona della tecno, con i cargo, le scarpe bucate e la camicia di Ferragamo comprata all’East Market a 250 euro, potrebbe quasi passare inosservata, con i capelli spettinati e il dreadlock che fa capolino dalla chioma (che si è fatta solo per far dispetto alla madre), se non fosse che di cognome faccia Visconti Anguissola. Se non fosse che abiti in un attico poco distante dai bastioni. Se non fosse la figlia di una delle famiglie più ricche della capitale della moda.
Ma a lei della nobiltà, dei gran galà e dei soldi non importa niente. O meglio, non le importa finché ci sono. Lei vuole essere la regina della notte, alternativa fino al midollo, vuole vedere tutti i centri sociali nel mondo e «crede fortemente in un cambiamento radicale della società a partire dal basso», (parole sue).
Dall’altra parte della strada, in un ristorante ultra-pettinato, tra lampade di design e cucina molecolare, Il Giargiana degusta un caffè a fine pasto, in compagnia dei suoi nuovi colleghi.
Lui, fiore di provincia, ha appena iniziato uno stage (ovviamente non pagato) in una promettente startup milanese. Per l’occasione ha anche sfoderato il completo buono, comprato per il matrimonio di uno dei sedicimila cugini di secondo grado.
Pendolare esperto, ogni giorno comincia la sua giornata nella ridente (si fa per dire) Robecco sul Naviglio e attraversa la provincia per approdare nella città dei suoi sogni, Milano. Ha ancora il candore e l’ingenuità da studente universitario determinato a fare carriera, e vuole a tutti i costi fuggire dalla monotonia e dalla routine che il suo piccolo paese gli riserva.
Poco prima di uscire dal ristorante, si fa offrire una sigaretta. Neanche fuma, ma quel semplice gesto è quasi un rito di passaggio. Ora è adulto, un uomo di città.
E lì, solo, sul marciapiede, si accorge di non avere un accendino.
Punkabancomat, nello stesso istante, esce dal Picchio per fumarsi il dodicesimo drummino della serata.
In quel momento i loro sguardi si incrociano. Il traffico si ferma. Le stelle sembrano quasi fare capolino dalla coltre di smog. È proprio vero che a volte l’amore opera al di sopra delle leggi dell’universo, supera le regole sociali, e crea connubi improbabili e potenzialmente magici.
«Scusa, non è che hai da accendere?», chiede Il Giargiana.
«Ma non lo sai che fumare fa male?», scherza Punkabancomat, mentre gli porge il Clipper e assapora la sua sigaretta.
Il Giargiana è già cotto a puntino. Non lo sa nemmeno lui perché, ma quella ragazza ha fascino. Riesce a vedere oltre, sotto lo schermo di fumo e piercing. Punkabancomat, dal canto suo, è affascinata dal candore provinciale del Giargiana, e sa benissimo che sotto quello sguardo da pulcino si nasconde un’aquila famelica.
La sigaretta dura troppo poco, e i due giovani sono affamati, hanno fame l’uno dell’altro, vogliono assaporarsi fino ad essere sazi, e Milano non è una città che assaggia, ma che divora.
Camminano attraverso il corso, costeggiano i giardini Indro Montanelli fino a raggiungere Viale Vittorio Veneto, solo per salire al volo sul tram 1. Nemmeno si siedono, ormai rapiti dallo sguardo dell’altro, e quasi non si accorgono del senzatetto che sviene alle loro spalle. Osservano la città mentre si addormenta, e si raccontano, finalmente senza maschere.
Tutte le storie d’amore che si rispettino, però, hanno degli intoppi. Punkabancomat e Il Giargiana provengono da poli opposti, vite al contrario e compagnie antitetiche: due esistenze che si uniscono senza mai mischiarsi, accomunati dall’aspirazione di voler diventare qualcuno che non si è.
E così scappavano, nascondendosi sui vagoni della metropolitana: si baciano dalla prima fermata fino al capolinea, e a volte il conducente, addolcito dal ricordo di un fugace amore giovanile, rallenta la chiusura delle porte per farli baciare più a lungo.
I mesi corrono, anche più veloci delle macchine al semaforo quando scatta il giallo, e anche il sentimento più irriducibile e ribelle si deve scontrare contro la barriera invalicabile della realtà. La loro sfortunata storia d’amore termina un anonimo giovedì, proprio come era iniziata.
Il Giargiana, dopo la laurea, riceve un’allettante proposta di lavoro (questa volta retribuito) in una compagnia di consulenza a Novara, lontano dalla città dei suoi sogni, ma più vicino a casa, e inizia a frequentare la catechista dell’oratorio di Robecco.
Punkabancomat, dal canto suo, stanca del tran-tran milanese, decide di partire per una sperduta isola greca per «ritrovare sé stessa» e lanciare uno small business di friulane personalizzate, insieme alla sua nova fiamma, Manfredi detto «Il Chiodo». Entrambi sembrano essere felici, senza essere sé stessi ma con la spavalderia di chi ha ancora tutta la vita davanti e mille maschere da provare.
“Entrambi sembrano essere felici, senza essere sé stessi ma con la spavalderia di chi ha ancora tutta la vita davanti e mille maschere da provare.”
È vero, non c’è un lieto fine, ma ogni tanto nascono storie, tra i vicoli delle città, o sotto l’ombra dei grattacieli, che vale la pena raccontare.