L’otto febbraio è una giornata molto particolare per me, quella in cui tutto è iniziato e nulla ancora finito. Non è, infatti, la data della mia guarigione, ma quella della diagnosi della mia malattia.
Sono passati otto anni da quel giorno e quando ricorre questa data uno in più se ne aggiunge al mio fascicolo sanitario. Quindi, «guarigione» per me rimane ancora un termine ignoto. Posso solo percepirlo grazie a chi ne è testimone, ma non ho mai ho avuto l’opportunità di sperimentarlo sulla mia pelle.
Rimane così qualcosa di non vissuto che sento di dover raggiungere per mostrare a me stessa e a chi mi sta intorno di avercela fatta, per poter dire anch’io: «sono guarita!».
La libertà di sentirsi padroni del proprio corpo
Mi piace paragonare questa vittoria al prendere la patente, anche se questi non sono due aspetti della mia vita che si potrebbero mettere sullo stesso piano, però i due concetti hanno delle sottigliezze che potrebbero metterli relazione: la patente regala la grande libertà di guidare, di andare dove si vuole in modo indipendente, come guarire da una malattia ti fa sentire una persona libera da ogni peso, idea e ostacolo che prima veniva imposto per stare meglio.
Bisogna veramente porsi una scadenza per guarire? Si percepisce quasi il bisogno di uscire da questa condizione perché ormai la cosa non è più sopportabile.
Tutto comincia con una delle sensazioni più brutte che si potrebbero sentire da malati, quando dentro la propria mente si presenta una vocina che a sua volta si trasforma in un interminabile fastidio/tormentatore che ti sussurra: «Quando poni fine alla tua malattia? Lo sai che stai per rientrare nella percentuale di persone che guariscono tardi rispetto alla media? Ho sempre saputo che non saresti riuscita a sconfiggere un male del genere».
Quando questo accade, inevitabilmente si inizia a perdere fiducia nel proprio corpo e ad abbandonare ogni pensiero di guarigione che ci si potrebbe auspicare. Il mio corpo, però, non riesce a sopportare un peso in più rispetto a quello che sta affrontando. Allora urlo a più non posso: «Basta! Stai zitta! Questo è il mio corpo e sono io la prima ad esserne padrona!».
Oltre l’incognita: il controllo del benessere
Il benessere viene prima di tutto. E io ho la possibilità di decidere se stare o non stare bene. Una voce che me lo dice mi limita solamente. Posso scegliere come affrontare il male fisico e psicologico che mi affligge, senza farmi influenzare da un’entità, apparentemente, lontana da me.
Sono io la prima a sentirmi in grado di sconfiggere la mia malattia. Sono io quella che ne assume il controllo. Non serve mettere una sbarra per indicare come e quando guarirò. Arriverà il momento in cui dirò: il mio corpo sta sconfiggendo la malattia a trecento sessanta gradi, e non è lontanissimo. Certo, non posso indicarlo precisamente, ma so che avverrà prima o poi.
Quando ero piccola, o comunque quando ho iniziato a superare il «famoso» momento in cui la maggior parte dei bambini riusciva a superare la malattia, la guarigione mi sembrava una tappa utopistica, qualcosa che potevo vedere da lontano ma che probabilmente non sentivo di raggiungere.
Mia mamma mi chiedeva spesso se mi sentissi meglio. All’epoca non glielo dicevo, ma dentro di me un piccolo «no» avrebbe voluto uscire dalla mia bocca. Ero titubante, insicura del mio corpo, di come avrebbe gestito la malattia. Ogni prova mi sembrava un grande ostacolo e l’incognita di come lo avrei affrontato pesava sui miei pensieri.
Il piano per sconfiggere l’insicurezza
Tutto ciò mi rattristava rendendomi fragile. La malattia si stava impadronendo delle mie emozioni e questo non glielo potevo permettere. Ora la situazione è svoltata. Come ho detto prima, non sono guarita, ma sto arrivando alla meta.
Mi sono accorta delle mie debolezze, dei miei freni e ora sto cercando di cambiare la situazione. Sto riuscendo a dire di no alle mie insicurezze, sconfiggendole lentamente. Il mio benessere è l’idea che predomina ed è l’unica salvezza per uscirne al meglio.
Il piano è semplice: non ci sono scadenze, sono io a determinare la mia guarigione e il modo in cui la raggiungerò sarà ciò che cambierà tutto. Se sono serena, se riesco a convivere con le mie debolezze senza farmene trascinare, allora con o senza patente, una strada la troverò, ne sono sicura!
– Iris Lenzi
“Sono io la prima a sentirmi in grado di sconfiggere la mia malattia. Sono io quella che ne assume il controllo. Non serve mettere una sbarra per indicare come e quando guarirò.”