Dov’è casa mia: casa è dove puoi cadere e rialzarti sempre

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La B. Liver Joelle descrive cosa rappresenta per lei la casa: un rifugio sicuro e accogliente, ma anche una palestra di vita. È il luogo che l'ha accompagnata sin dalla nascita, accogliendola nelle sue diverse fasi di crescita e diventando, in seguito alla malattia, un centro per ritrovare se stessa.
"Per me casa significa: accoglienza, famiglia, zona comfort e palestra di vita". Immagine generata con sistema di Intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Casa mia: un rifugio

Per me casa significa: accoglienza, famiglia, zona comfort e palestra di vita.

È il luogo che mi ha accolto sin dalla nascita, mi ha visto crescere e «non crescere» in tutte le mie sfaccettature. Fin da piccola, appena rientravo a casa da scuola o da altri luoghi la prima cosa che facevo era cambiare gli abiti che avevo indossato fuori per metterne altri più comodi, larghi, caldi, con calzini spaiati per scrollarmi di dosso le regole imposte dalla società e ricaricarmi dopo le stressanti sfide quotidiane.

Per me casa è sempre stata anche il profumo di una torta o di un minestrone che cuoceva pian piano d’inverno e che scaldava il mio animo dopo una faticosa giornata.

A volte, nel passato e nel presente, ho cercato questo profumo anche fuori casa, ma solo con il tempo ho compreso che non poteva essere riproducibile e inoltre pretenderlo sarebbe stato controproducente per la mia crescita.

Poco prima di scoprire il mio tumore ho soggiornato a Londra per un paio di mesi, per provare un’esperienza nuova «sradicata» da casa.

Nei miei primi giorni londinesi mi mancavano i miei punti fermi, ero disorientata e mentalmente non mi staccavo da quello che avevo lasciato, usandolo come «modellino».

Ho cominciato pian piano a conoscere alcuni giovani stranieri coetanei che lavoravano e studiavano a Londra, quindi anche loro senza i comfort di casa. Frequentandoli e condividendo con loro un caffè e una chiacchiera e, ahimè, anche la mia prima sigaretta, ho creato una sorta di luogo familiare.

Uscendo di casa ho dato più valore a quello che avevo conosciuto, ma nello stesso tempo, fuori dalla mia zona protetta ho sentito una sorta di ebbrezza e ho conosciuto parti di me che «erano state seppellite» dalla sicurezza del luogo in cui sono cresciuta.

Dopo l’intervento i medici hanno cercato di spingermi ad affrontare la riabilitazione nei centri di cura specifici, ma io rifiutavo e scappavo.

Anche la casa con i continui prelievi, il via vai degli infermieri, il salone diventato una farmacia mi faceva sentire «ingessata» come se non avessi via di uscita e senza possibilità di futuro.

Fu proprio il contatto con gli infermieri più giovani, che attivarono in me una sorta di vergogna di stare troppo «pigiaminosa» e inerme ad aspettare l’ora di cena (l’unica cosa a cui potevo ambire) e la conclusione della giornata.

A quel punto la casa non fu più un parcheggio, ma la mia palestra di vita.

Casa come palestra di vita

Tirata fuori la cyclette, che era diventata un appendiabiti, e dopo ore di pedalate faticose, ho acquistato più sicurezza in me e nel mio corpo, tanto che il passaggio successivo è stato andare a camminare in autonomia al parco, parlare con le persone e in particolare con i proprietari di cani, cosa che prima per me era impensabile.

Ho aggiunto, in seguito, un altro anello alla mia giornata a casa: lo studio della lingua inglese, e anche in questo caso, quando mi sono sentita più sicura, ho potuto affrontare un corso di inglese fuori.

La casa per me è un ambiente dove si può anche sbagliare e rialzarsi dopo essere caduta.

Fuori, questo, per i «sensibili e delicati» come me è ancora poco possibile, vista la velocità della vita.

Ora comunque, credo che la casa debba essere un ponte che proietti il mondo di dentro con il mondo di fuori.

Sono ancora troppo pochi i posti fuori che sento come «casa accogliente».

In genere succede quando mi sento dire «ciao Joelle», e sono attualmente la biblioteca di zona e le persone che vi lavorano che mi fanno sempre sentire la benvenuta.

Anche la farmacia vicino a casa mia, che mi ha visto pesarmi e lottare con i chili di troppo, o misurare la pressione facendo sempre il tifo per me.

Il giornalaio della metropolitana, Pippo, che ha sempre un sorriso speciale e con il quale prendiamo in giro mia madre.

Infine il Bullone è una new entry nella mia vita: per ora ho solo assaggiato il tanto che ha da offrire, e ogni volta che ci vado sono sempre numerosi i «ciao Joelle».

Per me ora «casa» è un ambiente dove posso essere come Dio mi ha fatto, nel bene e nel male, dandomi però, anche la possibilità di evolvermi per raggiungere il mondo.

– Joelle Novelli

Anche la casa con i continui prelievi, il via vai degli infermieri, il salone diventato una farmacia mi faceva sentire «ingessata» come se non avessi via di uscita e senza possibilità di futuro. Fu proprio il contatto con gli infermieri più giovani, che attivarono in me una sorta di vergogna di stare troppo «pigiaminosa» e inerme ad aspettare l’ora di cena (l’unica cosa a cui potevo ambire) e la conclusione della giornata. A quel punto la casa non fu più un parcheggio, ma la mia palestra di vita.

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