Mai da soli: cerchiamo un posto nel mondo

La B.Liver Fiamma esplora la ricerca della felicità per la generazione Millennial, tra pazienza, consapevolezza e un cammino di crescita verso il futuro.
millennial fiamma invernizzi
"Costruiamo una strada che sia immagine della bellezza che portiamo nel Mondo."

Millennial:tra pazienza, consapevolezza e sguardo verso l’orizzonte

Che cosa può dire un Millennial? Di certo non siamo partiti avvantaggiati: se Elsa Fornero – ai tempi Ministro del Lavoro – ci aveva ammonito di «non essere troppo choosy», Simon Sinek ci aveva definiti come una generazione composta da giovani difficili da gestire, narcisisti, egocentrici, presuntuosi e dispersivi. Non un buon inizio. Lo scrittore e saggista inglese, infatti, portava alla sua tesi quattro fattori chiave: al primo posto una genitorialità (a cui si potrebbe affiancare un corpo insegnanti) spesso eccessivamente accondiscendente o protettiva, origine di successiva mancanza o carenza di autostima in età giovane-adulta; al secondo posto una tecnologia imperante e mutevole, fonte inesauribile di dopamina – neurotrasmettitore del piacere, che genera la medesima dipendenza di alcol e droghe – e causa frustrazione sociale, alimentate dalla distanza distopica tra la realtà e il filtro patinato dei social media; al terzo gradino del podio – frutto della somma dei primi due, mescolati ad una buona dose di favole Disney – un’imperante impazienza nei confronti di ogni incarico, percorso professionale e relazionale (perché se tutto è fattibile, allora tutto è fattibile SUBITO); e all’ultimo posto un contesto socio-economico non favorevole, con una classe leader, politica e dirigenziale dalle scarse visioni a medio-lungo termine, tristemente più interessata a un profitto immediato che alla costruzione di un futuro florido e rigoglioso.

Ora, con questo quadro piuttosto frustrante davanti agli occhi, ecco spiegata la domanda. Che cosa può dire un Millennial, allora? La vera risposta è: TUTTO. Ora mi spiego. A questi quattro fattori che ci vedono perdenti e spacciati in partenza, vorrei opporne altri tre, capaci di definire il nostro luogo nel mondo: la strada su cui poggiamo i piedi, le persone che abbiamo al nostro fianco e il punto verso cui direzioniamo lo sguardo.

La strada perché è immagine del nostro viaggio, passato presente e futuro. A ciascuno la sua, unica per forma, colore e materiale. Se Plinio il Vecchio scriveva: «I Romani posero ogni cura in tre cose soprattutto, che furono dai Greci neglette, cioè nell’aprire le strade, nel costruire acquedotti e nel disporre nel sottosuolo le cloache», allora concentriamoci anche noi sul tracciato su cui camminiamo (e sì, lasciamo perdere lo spostamento di liquami e liquidi). Prendiamoci del tempo per guardare i tanti passi già fatti, per sorridere ai fiori che spuntano nelle fessure lasciate dall’asfalto o apprezzare anche un fondo talvolta pieno di buche e di erbacce. E se nell’Antica Roma di strade lastricate erano arrivati a edificarne oltre 100.000 chilometri, allora anche noi possiamo fare lo stesso.

Scegliamo il nostro statumen – lo strato più profondo e solido, di sassi e argilla – e componiamolo delle nostre certezze; definiamo il nostro rudus – ai tempi un secondo strato di pietre, mattoni rotti, sabbia, tutti impastati con calce – e sedimentiamo le nostre conoscenze; illuminiamo il terzo livello, il nucleus, con le nostre migliori qualità umane e valorizziamo il nostro summum dorsum – di lastre levigate di pietra che combaciavano le une con le altre – con un mosaico di ricordi, piaceri, idee e pensieri. Costruiamo una strada che sia immagine della bellezza che portiamo nel Mondo.

Ora che percepiamo la stabilità del suolo, popoliamo questo cammino, tenendo vicini a noi – oltre a famiglia e amici – anche le sagome di Penelope e Martino Testadura. D’altronde, se per Dante c’era Virgilio, per Phileas Fogg c’era Jean Passepartout e – per non scomodare solo la letteratura – se per Pumba c’era Timon, allora anche noi abbiamo bisogno di guide infallibili: l’una frutto della penna di Omero, l’altro di quella di Gianni Rodari. La prima, abbastanza tenace da attendere un uomo per vent’anni, per ricordarci che ogni scelta e ciascun gesto portano con sé un tempo di cambiamento che, seppur silente o invisibile rimane gigantesco.

Lei, Penelope, per farci forza della femminilità della disciplina, dell’autorità della pazienza. Il secondo, abbastanza grande da attraversare la strada senza dare la mano al nonno e senza esitare imboccare la strada misteriosa e andare sempre avanti verso l’ignoto, per farsi ai nostri occhi manifesto del coraggio della possibilità, del brivido dell’eterno movimento: un eroismo in miniatura.

Lui, Martino, ritrae per noi la chiarezza dello stupore, la fame della curiosità. Insieme, questi due «maestri da passeggio» rappresentano una costante dicotomia in perenne equilibrio: il mistero della vita. Loro diventano una nuova versione dello slogan «Stay hungry, stay foolish», prima pubblicata da Stewart Brand sulla controcopertina di The Whole Earth Catalog il 1° ottobre 1974 e poi ripresa da Steve Jobs nel ben noto discorso a Stanford, nel 2005.

Il loro motto – che è anche il nostro – si trasforma così: «Stay hungry, stay foolish, but be patient» – sii affamato e folle, ma sii paziente. È giunto il momento di accogliere questa pazienza, smettendo di sentirci soggiogati da un eterno «Marshmellow Experiment» (forse uno dei più famosi e significativi esperimenti nel campo delle scienze psicologiche).

“A questi quattro fattori che ci vedono perdenti e spacciati in partenza, vorrei opporne altri tre, capaci di definire il nostro luogo nel mondo: la strada su cui poggiamo i piedi, le persone che abbiamo al nostro fianco e il punto verso cui direzioniamo lo sguardo. La strada perché è immagine del nostro viaggio, passato presente e futuro. A ciascuno la sua, unica per forma, colore e materiale.”
Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Il «Marshmellow Experiment» – avviato negli anni Sessanta da un professore di Stanford, Walter Michael – coinvolgeva un gruppo di bambini dai 3 ai 5 anni. Ogni bambino veniva lasciato da solo in una stanza con una quantità di morbidi dolciumi; prima di lasciare la stanza il ricercatore avvisava il bambino in esame che era libero di mangiare i marshmellow, ma che se non l’avesse fatto per dieci minuti, resistendo alla tentazione, ne avrebbe ricevuti in seguito molti altri. Inutile dire che un terzo dei bambini mangiava le caramelle all’istante, un terzo entro la metà del periodo stabilito, e solo un terzo aspettava il tempo necessario per avere la doppia razione. Ma il punto che ha reso questo esperimento uno dei più famosi del mondo e i suoi frutti fondamentali è un altro: quei bimbi sono diventati adolescenti, giovani adulti e adulti, e per quarant’anni sono stati osservati dal punto di vista del carattere, della carriera e della soddisfazione personale. Indovinate un po’? I bambini più pazienti si erano tramutati negli adulti dal più elevato benessere professionale e sociale.

Erano gli anni Sessanta e nel frattempo il mondo occidentale ha fatto quattro piroette in avanti, troppo «hungry» verso crisi economiche e troppo «foolish» in direzione del disfacimento ambientale. È forse compito nostro, quindi, essere «patient», alla volta di un cammino non meno emozionante ma ancor più consapevole e personale, stando bene in ogni passo, in ogni direzione. Liberiamoci di quei marshmellow che forse un tempo ci hanno proposto e poi tolto, promesso e poi mai regalato.

Con una solida strada sotto i piedi, circondati da eccitanti e pazienti compagni di viaggio a prova di bomba, teniamo lo sguardo alto, fiero. Uno sguardo collettivo e sensibile, capace di guardare lontano e vicino insieme, abbracciando sia orizzonte, sia il prossimo passo. Uno sguardo che, come direbbe il cantante e poeta Gio Evan, è degno delle «Persone medicina»: quelle che «quando guardi guarisci / che appena le senti calmano i battiti / aggiustano i polsi / ti aprono le persiane del cuore e fanno entrare la luce vera». Quelle che «hanno le tisane dentro gli occhi / camomilla nello sguardo / che tu le vedi e ti si tranquillizza il respiro, i pensieri / e dopo averle incontrate anche i sogni diventano più puliti». Quelle che «non si spaventano dei tuoi dolori / che non hanno paura di abbracciarti i traumi / che sanno dove metterti dentro le parole giuste».

Che cosa facciamo, dunque? Diventiamo noi, complessi e mai completi, ma capaci di dire la nostra senza arroganza, di cambiare strada senza sensi di colpa, di ascoltare un battito d’ali di farfalla e portare una voce diversa, di sognare imprese impossibili e scalare le montagne in cordata, di allungare la mano a chi ne ha bisogno e tenere lo sguardo fisso verso un panorama meraviglioso.

– Fiamma Colette Invernizzi

È forse compito nostro, quindi, essere «patient», alla volta di un cammino non meno emozionante ma ancor più consapevole e personale, stando bene in ogni passo, in ogni direzione. Liberiamoci di quei marshmellow che forse un tempo ci hanno proposto e poi tolto, promesso e poi mai regalato.

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