Volga blues: il viaggio di seimila chilometri del giornalista Marzio G. Mian lungo il fiume russo

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Il B.Liver Edoardo racconta il viaggio di Marzio G. Mian e Alessandro Cosmelli lungo i seimila chilometri del fiume Volga, narrato nel libro Volga Blues – Viaggio nel cuore della Russia. Questa spedizione semiclandestina esplora una Russia complessa e contraddittoria, dove convivono nostalgie sovietiche, fede religiosa, culto di Stalin e capitalismo spregiudicato.
Una foto dell’autore Marzio G. Mian.

Lungo il Volga: un viaggio nei contrasti della Russia moderna

Russia oggi: 6.000 chilometri seguendo il corso del grande fiume Volga in una spedizione semiclandestina, sempre e solo gli unici occidentali, a incontrare le persone più disparate per conoscere l’atteggiamento e il pensiero dei Russi sul nostro mondo mentre, lontano, in Ucraina si combatte.

Volga blues – Viaggio nel cuore della Russia (Gramma Feltrinelli) è reportage, libro di viaggio, pamphlet storico-politico, testimonianza diretta di un mondo profondo e spesso male interpretato, e allo stesso tempo potente resoconto di un’avventura (rischiosa), condotta quasi al limite dell’incoscienza, avvincente come un romanzo.

In estrema sintesi, questo è ciò che ha fatto il giornalista Marzio G. Mian, accompagnato dall’amico fotografo documentarista Alessandro Cosmelli.

Ne emerge, più che un affresco di una società, un puzzle, quello che per noi può essere un rompicapo: cosa ci fanno, insieme, bandiere sovietiche, icone sacre, il culto di Stalin e oggi quello di Putin, imprenditori spregiudicati e miliardari, patriarchi e pope ortodossi, leader politici musulmani, povera gente comune, alcolizzati, nostalgici degli Zar, insomma un intero Paese che è il più vasto al mondo?

Mian ha voluto intraprendere questo viaggio (che fa seguito ad altre «esplorazioni» compiute lungo i grandi fiumi della Terra, come il Mississippi o il Mekong), spinto dalla necessità di rompere una sorta di black-out sulla Russia da parte dei media occidentali, dopo l’invasione dell’Ucraina. Certo, questo è dovuto in buona parte all’ostilità del regime russo e dai rischi che si corrono nello svolgere il mestiere di giornalista in quel Paese, ma è altrettanto certo, come afferma l’autore, che in Occidente si sta assistendo alla nascita di sentimenti anti-russi in generale, quasi a ignorare o voler cancellare un’intera civiltà. Questo, da noi, ha comportato fenomeni assurdi e ingiustificabili, come il censurare una conferenza su Dostoevskij, perché il fatto per molti sembrava costituire una sorta di sponda pro-Putin.

Tornando alla domanda posta in precedenza, Mian non dà una risposta secca e univoca: anzi, si può dire che di risposte dirette non ne fornisca, evitando le facili e superficiali spiegazioni. Da buon reporter e testimone, lascia invece che a parlare siano i suoi protagonisti, i personaggi incontrati man mano durante il percorso. E a proposito di un certo modo occidentale di narrare e interpretare la Storia in modo spesso supponente, afferma: «Forse è il caso di cominciare a raccontare le storie, come Erodoto, e non la Storia».

Detto questo, il giornalista non fa certo sconti al potere esercitato dal Cremlino, definendo senza mezzi termini un «regime di polizia» quello instaurato da Putin e dalla cerchia dei suoi fedelissimi, come importanti esponenti della Chiesa locale, «i suoi migliori generali».

Il reportage è anche un viaggio attraverso le epoche. Dagli antichi principati russi all’invasione mongola, che a lungo obbligò una parte considerevole dell’attuale Paese al vassallaggio, all’impero degli Zar, di cui ancora oggi molti Russi favoleggiano, a partire da Ivan IV detto il Terribile, per arrivare alla Rivoluzione del 1917 con l’estinzione della dinastia dei Romanov e l’avvento di nuovi attori del calibro di Lenin, Trockij e naturalmente Stalin. Tutte queste storie e personaggi emergono costantemente nel racconto degli interlocutori, in un misto di ammirazione e ambiguità, soprattutto i protagonisti della vita politica dell’Unione Sovietica. Ma se Lenin (in modo minore) e Stalin (da trionfatore) appaiono spesso, il povero rivoluzionario Trockij, giusto per fare un esempio, già epurato a suo tempo, esiliato e fatto assassinare da Stalin in Messico, fa la figura della povera comparsa solo in un quadro esibito da un benzinaio in una località sperduta.

Non bisogna poi trascurare il paesaggio, dalle campagne alle città, alle frequenti visioni del Volga che a volte sembra un mare. Tali descrizioni trasmettono molto dell’atmosfera, a volte apparentemente idilliaca, ma più di frequentemente un po’ angosciante e minacciosa, che i nostri due, accompagnati da una coppia di russi (guide e interpreti) si trovano ad attraversare.

E proprio questa coppia, a volte collaborativa, altre volte ambigua, con il più gioviale Vlad e l’apertamente ostile Katja, si rivelerà decisiva nello svolgimento e nella conclusione di questo straordinario viaggio, che l’autore (che ha una vastissima esperienza di reportage in mezzo mondo), in una telefonata non esita a definire come «forse il più importante azzardo della mia vita finora».

– Edoardo Grandi

“Il reportage è anche un viaggio attraverso le epoche. Dagli antichi principati russi all’invasione mongola, che a lungo obbligò una parte considerevole dell’attuale Paese al vassallaggio, all’impero degli Zar, di cui ancora oggi molti Russi favoleggiano, a partire da Ivan IV detto il Terribile, per arrivare alla Rivoluzione del 1917 con l’estinzione della dinastia dei Romanov e l’avvento di nuovi attori del calibro di Lenin, Trockij e naturalmente Stalin. Tutte queste storie e personaggi emergono costantemente nel racconto degli interlocutori, in un misto di ammirazione e ambiguità, soprattutto i protagonisti della vita politica dell’Unione Sovietica.”

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