Il dialogo tra generazioni: un ponte di parole e pensieri
«In un’epoca in cui il dialogo è sempre più frammentato». Questo è l’attacco della riflessione da cui parte questo pezzo. Ma cosa intendiamo noi per dialogo? Il Dia-logos è uno modo con cui Socrate vuole intendere un discorso intelligente e ragionato con cui il maestro «sfida» il discepolo. Forse le mie interazioni con gli adulti sono iniziate proprio così.
Da bambini gli adulti ci vengono presentati numerose volte nel quotidiano, come i «grandi» che possono «fare tutto», i modelli che dovrebbero darci un’idea, seppur vaga, di cosa ci aspetta nelle fasi più avanzate della nostra vita. Premettendo che a quella fase lontanissima, quasi divina, dove tutte le regole genitoriali e scolastiche svaniscono non ci sono ancora arrivato (nonostante non mi manchi molto), gli adulti sono stati sempre oggetto di analisi e di curiosità da piccolo.
Si può ben immaginare che da piccoli spesso i grandi ci possano sembrare noiosi o incomprensibili, ma non è il mio caso: parlare con un adulto era quasi oggetto di vanto. Conversare con persone alte, importanti e con tutte le risposte alle mie domande (magari…) mi provocava un’immensa soddisfazione e senso di appagamento, oltre che portarmi su dialoghi «ragionati» già da piccolo.
Oggi credo che questa cosa si sia dispersa molto. Posso dire di avere più amici adulti che coetanei, sia al Bullone sia con i miei stessi ex-professori, con i quali condivido molte passioni che potrebbero essere considerate limitate per i ragazzi della mia età, e questo porta a una perdita parziale della «polarizzazione di un discorso». Se da una parte trovare dei punti o delle esperienze in comune può essere una strategia per comunicare con i più grandi, dall’altra diventa un’ulteriore fonte di bivii e sfumature, che alla fine riescono a rendere ogni chiacchierata varia, piacevole e frammentata, se vogliamo.
Mi rendo conto che le discussioni con i miei compagni di scuola, o con i miei coetanei hanno sempre un limite invalicabile: il punto di vista. Certo, ognuno ha il suo, ma il suo spettro è talmente ampio che spesso ogni persona ha un range di punti da cui pescare in base alla propria generazione di appartenenza, ed è spesso difficile uscire da questo limite per aprirsi a nuovi orizzonti, non solo nella quotidianità delle cose. Posso finire a parlare di social con mio papà, che è rimasto a Facebook, e può benissimo capirci qualcosa, ma il processo per integrarlo nella discussione facendogli costruire un discorso da punti di vista non strettamente soggettivi basati sulla sua negligenza nell’uso di un mezzo a cui non è mai stato abituato, è infinitamente più complesso.
Così è anche per noi adolescenti: può benissimo capitare di ritrovarci a riflettere sulla cronaca dei fatti di geopolitica avvenuti ieri, ma la nostra visione rimane comunque più o meno ristretta, per quanto maturo uno possa essere. Non riusciremo mai a basarci al 100% sul nostro breve vissuto, e ci affideremmo inconsciamente a notizie lette, lezioni dei professori, o puntate di TG.
Ma perché, nonostante questi limiti, la differenza generazionale non ostacola così tanto il dialogo?
Perché tutti pensiamo, ragioniamo e parliamo in modi diversi, e questo è sufficiente per rompere le barriere dei punti di vista: ogni discorso ha un suo perché, come e quando, e il fatto che arrivi da persone di diverse generazioni contribuisce a dare più sfumature ai colorati tasselli che formano il complesso mosaico dell’arte della parola.
– Francesco Campi
“Perché tutti pensiamo, ragioniamo e parliamo in modi diversi, e questo è sufficiente per rompere le barriere dei punti di vista: ogni discorso ha un suo perché, come e quando, e il fatto che arrivi da persone di diverse generazioni contribuisce a dare più sfumature ai colorati tasselli che formano il complesso mosaico dell’arte della parola.”