I B.Liver tra la gente: “La nostra famiglia”, quando l’ospedale diventa comunità

La B.Liver Paola descrive "La nostra famiglia", un luogo dove la cura incontra la quotidianità. Tra scuola, terapie e sorrisi, i bambini affrontano la malattia con speranza e normalità.
Foto tratta dal sito http://lanostrafamiglia.it/

Ospedale, casa e sorrisi: La nostra famiglia è tutto questo

I miei occhi si fermano ancora una volta su quei corpicini che girano per la caffettiera dell’ospedale che, senza volere, fanno discorsi sconvolgenti e che facilmente stracciano il dolore scrivendo pagine con tanti colori pieni di sogni e speranze.

Però, se guardiamo con attenzione, i loro movimenti e le urla non riescono comunque a far parlare i loro occhi, che si perdono in un’imperfezione senza precedenti.

Le loro giornate in ospedale non sono sempre una questione di «problemi da risolvere»: nonostante le difficoltà, i bimbi sono in grado di avere una vita «normale».

Ogni giorno frequentano la scuola ospedaliera facendo i loro compiti in collaborazione con le maestre di casa, poi effettuano fisioterapia, logopedia, riabilitazione funzionale.

Queste sono solo alcune delle attività svolte in questo Istituto, che si dedica dal 1985 alla ricerca, cura e formazione nell’ambito delle patologie neurologiche e neuropsichiche dell’età evolutiva.

I ricoveri sono ben organizzati: ogni pomeriggio arriva la scheda delle attività del giorno dopo con i rispettivi orari. I bambini più piccoli sono accompagnati da un genitore che se ne prende cura e lo porta alle diverse attività che vengono svolte singolarmente o in gruppo. In questo modo, non solo i bambini possono frequentare altri bimbi, ma anche i genitori hanno la possibilità di stabilire rapporti di conoscenza e amicizia che con il passare del tempo li aiutano ad affrontare i momenti più pesanti del ricovero.

Il genitore ha anche la possibilità di svolgere le attività che farebbe normalmente a casa, come caricare la lavatrice, stirare, passeggiare nel grande parco che circonda la struttura, prendersi cura dei luoghi di gioco comune e magari riposare un po’ mentre il figlio è impegnato: in questo modo riescono a ricaricarsi e ad affrontare le cose insieme.

Ogni giorno alle 16 viene servita la merenda, in modo che i giovincelli si godano un po’ di dolcezza dopo le diverse attività, possano riposare e mettersi a giocare come si farebbe a casa, quindi non è detto che le giornate in ospedale debbano essere tristi, pesanti, noiose, dolorose.

Esistono realtà come questa, in cui i bambini possono sentirsi a casa, stare bene, ed essere motivati, dando così il meglio di sé nei trattamenti. Credo sia uno sbaglio far pesare ai più piccoli ciò che devono svolgere, non solo per il fatto che devono fare un grande sforzo per migliorare, ma semplicemente perché meritano un po’ di spensieratezza in questi luoghi: essere malati non li rende sbagliati, ma fragili, e se potessimo vedere con i loro occhi, magari – dico magari -, potremmo capire che la cosa migliore per loro è un sorriso, un abbraccio, un «andrà tutto bene».

Dopo una settimana di lavoro, nel wekeend i bambini e ragazzi ricoverati possono godersi di un po’ di relax con le visite pomeridiane di amici e parenti, che spesso portano doni e dolci per rallegrare le loro giornate.

In un istituto che si prende cura non solamente del corpo, ma del benessere generale del bambino e della famiglia, sono previsti interventi di tipo psicologico e momenti di svago organizzati da gruppi di volontari che propongono lavoretti creativi e giochi da fare insieme.

Come dimenticare, infine, il dottor Sorriso, che riempie i reparti di allegria mentre gioca insieme a grandi e piccini? Ora potete capire perché questa struttura riabilitativa si chiama La nostra famiglia.

– Paola Gurumendi

“Credo sia uno sbaglio far pesare ai più piccoli ciò che devono svolgere, non solo per il fatto che devono fare un grande sforzo per migliorare, ma semplicemente perché meritano un po’ di spensieratezza in questi luoghi: essere malati non li rende sbagliati, ma fragili, e se potessimo vedere con i loro occhi, magari – dico magari -, potremmo capire che la cosa migliore per loro è un sorriso, un abbraccio, un «andrà tutto bene».

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