I B.Liver tra la gente: ci sfioriamo, non ci guardiamo, noi perfetti sconosciuti

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La B.Liver Lisa esplora la metro di Milano, catturando frammenti di vite: chiusi nei telefoni, distanti ma vicini. Lisa osserva interazioni ed espressioni, riflettendo su connessioni invisibili tra sconosciuti.
"Ad attendere infatti siamo solo io e un gruppo di ragazzini affiancati da un uomo di mezza età. Si tratta molto probabilmente di una squadra di calcio (a suggerirmelo sono le uniformi e i confronti sugli schemi di gioco e attenzione sul campo) composta da otto giovani giocatori, in media dodici anni, e un probabile allenatore. La conversazione è già a metà del suo sviluppo, ma appena abbassate le cuffie, tento di captare il più possibile ogni dettaglio e un preciso scambio di battute cattura la mia attenzione: «Se è una persona intelligente, certo che ti ascolta», afferma il primo, «Io e ** abbiamo un neurone in due, eppure".

Cronache metropolitane: storie, sguardi e connessioni invisibili

Quadernino sottobraccio e penna alla mano.

So di dover prendere solo qualche appunto: il mio obiettivo principale è osservare e ascoltare attentamente per dare voce alla realtà intorno a ognuno di noi.

Molti abitanti delle grandi città con metropolitana, vivono con la possibilità di spostarsi grazie ai mezzi pubblici; di conseguenza si dà quasi per scontato l’esistenza di questo luogo comune di ritrovo e si ignorano le sue enormi potenzialità di interazione. È sorprendente rendersi conto di quante persone diverse possano esserci in un luogo.

Ho quindi dedicato un pomeriggio senza distrazioni, con occhi aperti e orecchie spalancate: una corsa andata e ritorno sulla metro, alle 18:00 del lunedì sera, orario di punta di ritorno a casa post giornata lavorativa.

Sono arrivata in banchina poco dopo il passaggio della metro: ad attendere infatti siamo solo io e un gruppo di ragazzini affiancati da un uomo di mezza età. Si tratta molto probabilmente di una squadra di calcio (a suggerirmelo sono le uniformi e i confronti sugli schemi di gioco e attenzione sul campo) composta da otto giovani giocatori, in media dodici anni, e un probabile allenatore. La conversazione è già a metà del suo sviluppo, ma appena abbassate le cuffie, tento di captare il più possibile ogni dettaglio e un preciso scambio di battute cattura la mia attenzione: «Se è una persona intelligente, certo che ti ascolta», afferma il primo, «Io e ** abbiamo un neurone in due, eppure capiamo che abbiamo intorno». Ci rifletto su, e ne ricavo una domanda che mi accompagnerà per il resto del viaggio: come mai l’intelligenza emotiva, fondamentale per stare al mondo e vivere in società, viene considerata meno del quoziente intellettivo?

Nel frattempo la metro è arrivata e mi vado a sedere su quello che sarà il mio posto per tutta l’andata. Subito noto quanta diffidenza mostrino le persone l’una verso l’altra. Sono tutti chiusi e stretti tra loro. Nel momento in cui un posto esterno si libera ci si sposta subito in quello. Tranne cinque persone in due vagoni – la panoramica più ampia possibile – gli altri sono davanti allo schermo. Un paio di persone ha la mascherina sul braccio o sul viso. La prima interazione è tra una ragazza adolescente e sua madre deduco che siano in partenza perché hanno tre valigie giganti e la ragazza porta un peluche rosa a forma di orso, grande quanto lei. Con molta probabilità non abitano a Milano: l’accento è differente e molto marcato, inoltre guardando i cartelli per le fermate faticano a capire gli incroci tra le diverse linee e la direzione di alcune di queste. Oltre a loro, solo un ragazzo legge un libro e due uomini conversano animatamente in una lingua a me incomprensibile. Ogni tanto, durante qualche conversazione mi viene istintivo alzare la testa. Le persone sembrano sorprese di questo mio interesse, aggrottano le sopracciglia per renderlo ovvio, e fanno molte interazioni guardando nella stessa direzione, tutti direi, tranne un gruppo di anziani che discute con in mano il programma della Scala. Le risate sono tante.

Nonostante questo, o esattamente per questo, la solarità attrae più attenzione di qualsiasi altro sguardo, o silenzio, e il loro gruppo ne è la dimostrazione. Sono saliti a Duomo, non sono vestiti in modo particolarmente elegante, e dalle poche parole – sono troppo distanti – posso azzardare che abbiano fatto un giro in centro a informarsi sui prossimi spettacoli del famoso teatro. La loro solarità ed energia, è equiparabile forse a quella di un bambino di cinque anni che ha appena aperto i regali di Natale. La volontà di godersi la vita sprizza da tutti i pori e provoca un sorriso empatico in chiunque si giri nella loro direzione. Un giovano uomo, invece, se ne sta appeso a una maniglia guardando tutto attorno a sé, eppure, per quanto profondo sia il suo sguardo, viene notato poco. Del resto si guarda molto più a sé che agli altri. Io quando sono in treno ho la musica nelle orecchie, ma sono sorpresa nel notare che i volumi dei telefoni, per chi non indossa le cuffie, sono più alti delle voci, quasi non ci fosse differenza tra quando ho le cuffie e non. Più volte è successo che delle persone si stupissero della maleducazione altrui, facendo successivamente la stessa cosa. Il caso più frequente è nel momento in cui si deve uscire dal vagone e si fa fatica per la quantità di gente, ma quando altri chiedono il favore di fare spazio per passare, sfugge un’occhiataccia. Durante quest’ora piena, alcuni aspetti si ripetono: la maggior parte delle conversazioni, soprattutto per le ragazze, su quali spostamenti fare e come farli il più velocemente possibile; molti volti sono stanchi, pensierosi, tesi, con la mandibola scomposta e le sopracciglia corrucciate; poche donne sono senza trucco o unghie curate; un quinto degli uomini fanno forse i muratori o gli operai, con mani e dita sporche di cemento.

Tanti, separatamente, senza neanche conoscersi o degnarsi di uno sguardo, scendono alle stesse fermate e parlano degli stessi luoghi d’incontro. Questo fatto mi ha portato a una domanda esistenziale: passiamo la vita con gente che abita vicino a noi, che frequenta i nostri stessi posti, ma che in qualche assurdo modo non conosciamo ancora, quasi ci fosse il momento o la circostanza ideale per farlo. Allora, questi istanti perfetti esistono davvero, o siamo noi ad attendere di conoscere qualcuno, ad imparare o scoprire qualcosa, senza fare nulla per farla accadere?

– Lisa Roffeni

“l caso più frequente è nel momento in cui si deve uscire dal vagone e si fa fatica per la quantità di gente, ma quando altri chiedono il favore di fare spazio per passare, sfugge un’occhiataccia. Durante quest’ora piena, alcuni aspetti si ripetono: la maggior parte delle conversazioni, soprattutto per le ragazze, su quali spostamenti fare e come farli il più velocemente possibile; molti volti sono stanchi, pensierosi, tesi, con la mandibola scomposta e le sopracciglia corrucciate; poche donne sono senza trucco o unghie curate; un quinto degli uomini fanno forse i muratori o gli operai, con mani e dita sporche di cemento.”

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