Rose perdute in metrò: vite che si sfiorano e si lasciano andare
La metro si ferma.
Le porte si aprirono.
La stessa fretta, gli stessi gesti.
Chi scende, chi sale.
Estranei che, anche se per pochi istanti, si incrociano prima di perdersi di nuovo, forse per sempre.
È questo che facciamo, no?
Viaggiamo, ci sfioriamo, senza mai alzare lo sguardo e guardarci intorno.
In fondo è ciò che ci riesce meglio: restare in superficie, senza andare mai fino in fondo.
Forse, se solo imparassimo a fermarci per un attimo, scopriremmo che, tutto sommato, non siamo poi così diversi. Ci accorgeremmo che non siamo così soli come crediamo, che siamo tutti umani, passeggeri dello stesso viaggio.
Seduti fianco a fianco, così vicini da sfiorarci. Condividiamo un viaggio, un viaggio più grande di noi, ma non una parola, nemmeno uno sguardo, come se ognuno fosse prigioniero del proprio mondo. Intorno a me vedevo solo occhi vuoti e annoiati, schermi che riflettevano una luce fredda su visi stanchi.
Forse un giorno tutto cambierà.
Forse un giorno alzeremo lo sguardo.
Ma non oggi.
O forse siamo destinati a rimanere così.
Distanti anni luce. Anche se così vicini, talmente vicini che potremmo sfiorarci.
Persi, persi nello stesso viaggio.
Passeggeri, e basta
La mia tesi vacilla, le mie certezze svaniscono.
Seduta poco più avanti, con le spalle appena curve come se volesse farsi più piccola possibile, c’era lei.
Sistemava di continuo la sciarpa grigia, come se quel pezzo di stoffa potesse nasconderla al mondo.
La sua pelle, pallida, sembrava quasi trasparente alla luce fredda del vagone, e le labbra screpolate erano serrate in una linea sottile.
Quando la metro ha rallentato, ha sollevato lo sguardo dal libro, come se quel movimento brusco l’avesse riportata alla realtà. Ha lasciato vagare i suoi occhi per un attimo, fissando il nulla, per poi tornare al libro.
Una ciocca di capelli castani, scivolata fuori dalla coda bassa, le sfiorava la guancia. Non se ne curava. I suoi pensieri erano altrove, e quel piccolo dettaglio era solo uno dei tanti che trascurava.
Era una bellezza timida, consumata, fragile, come se ogni parte di lei fosse sul punto di rompersi.
Ogni tanto le sue dita si muovevano dentro le tasche, giocando con qualcosa che non riuscivo a decifrare. Un portafortuna, forse? O solo un gesto nervoso?
Le porte si aprirono di nuovo e a entrare fu un uomo anziano.
I suoi movimenti erano lenti, incerti.
Gli occhi di lei lo scrutarono a lungo.
Il libro nelle sue mani si fece più pesante, le dita si irrigidirono.
Ma rimase immobile, quasi paralizzata.
Quando la metro frenò bruscamente di nuovo, si sistemò la sciarpa e si avviò sbrigativa verso l’uscita.
Passò accanto all’uomo senza guardarlo negli occhi, forse sentì dietro di sé il lieve fruscio del cappotto che si sistemava sul sedile che aveva lasciato vuoto.
O forse no.
Le porte si chiusero dietro di lei.
Riuscii a vedere per un ultimo istante il suo viso, coperto in parte dalla sciarpa, con quella ciocca di capelli castani scivolata fuori dalla coda.
Ma intravidi anche qualcos’altro: un lieve sorriso, quasi impercettibile appena accennato, si fece spazio sul suo volto. Forse, in fondo, se ne era accorta.
Cercando di scrollarmi di dosso quella sensazione di vuoto, abbassai lo sguardo e la prima cosa che notai furono delle rose. Bianche, intatte, strette tra le sue dita come se fossero la cosa più preziosa al mondo.
Poi il resto di lui prese forma.
Lineamenti decisi, quasi disegnati.
La mascella definita e marcata, zigomi alti, il naso dritto, le sopracciglia scure leggermente piegate in un’espressione intensa. Fissava quelle rose con un’intensità quasi ipnotica con gli occhi scuri, taglienti come lame. Il treno frenò bruscamente, e lui non vacillò nemmeno per un istante.
A un certo punto, tirò fuori il telefono dalla tasca della giacca e lo sbloccò con un gesto veloce. Gli occhi scivolarono rapidi sullo schermo, si mossero tra le righe di un messaggio, ma il resto del corpo rimase immobile, impassibile.
Le porte si aprirono.
Infilò il telefono nella tasca e si mosse verso l’uscita, con le rose ancora strette tra le mani e i gambi che ondeggiavano leggermente con il suo camminare sicuro.
Lo seguii con lo sguardo.
Raggiunse un cestino, le spalle larghe sembrarono per un attimo irrigidirsi, come se stesse combattendo contro sé stesso.
Poi lo fece.
Le lasciò andare. Le rose scivolarono dalle sue mani.
Non si voltò indietro.
Non c’era esitazione né rabbia.
Solo una calma disarmante.
Si infilò le mani, ora vuote, nella giacca e riprese a camminare, le spalle dritte, il passo deciso.
Non volevo perderlo, non potevo: cercai i suoi capelli scuri, il movimento del suo cappotto di pelle tra la folla.
Ma ogni passo sembrava portarlo più lontano, fino a quando il buio lo inghiottì, e lui svanì.
Avrei voluto scendere, recuperare le rose che non sarebbero più appartenute a nessuno.
Forse aveva letto un messaggio che gli aveva dato una risposta. O forse era stata proprio la mancanza di risposte a spingerlo verso quel cestino.
Aveva continuato a camminare come se nulla fosse accaduto, come se quelle rose non avessero significato nulla.
Eppure io non riuscivo a pensare ad altro.
Ma quando lasciamo andare qualcosa, non scompare mai del tutto.
Lo lasciamo al mondo.
A chi avrà la voglia o il coraggio di notarlo.
Non saprò mai cosa significassero quelle rose.
Ma in qualche modo sono riuscite ad arrivare dritte alla mia anima.
E, forse, è tutto ciò che conta.
– Rachele Rivolta
“Forse, se solo imparassimo a fermarci per un attimo, scopriremmo che, tutto sommato, non siamo poi così diversi. Ci accorgeremmo che non siamo così soli come crediamo, che siamo tutti umani, passeggeri dello stesso viaggio.”