Ritratti di viaggio: storie sospese tra treni e pensieri
18 gennaio 2025, Milano, 7:30: non sono in ritardo, ma controllo di continuo l’ora perché ogni volta che devo prendere un treno ho la sensazione che tutto andrà storto e mi succederà qualcosa. Salendo sulla prima metro dal capolinea della rossa, non faccio molto caso alle persone, ma quando il treno parte e capisco di essere in perfetto orario, mi rendo conto che posso rilassarmi. Nella fretta non mi sono accorta che il vagone si sta riempiendo. Sono abituata ad osservare e a domandarmi cosa succede nella vita degli altri e una delle prime cose che mi domando sempre è se anche gli altri abbiano questa stessa curiosità. Molto probabilmente sì. Ma quel molto probabilmente lascia un dubbio, uno spazio interpretativo che permette di immaginare l’altro. Una signora è seduta di fronte a me: ha un cappellino di lana bianco e dorato in tinta con la sciarpa. Porta degli occhiali spessi. Mi domando se anche lei deve prendere un treno per fuggire da Milano e godersi un fine settimana alternativo, o se invece deve andare a fare una visita. Se quindi scenderà alla mia stessa fermata, oppure la vedrò scomparire prima che io scenda.
La signora potrebbe aver preso la metro quella mattina per innumerevoli ragioni: magari ha semplicemente voglia di fare colazione fuori questa mattina. Godersi un cappuccino e una brioche e guardare la città che prende colore.
Sono passati circa dieci minuti, scendo dalla metro, mi sono distratta (forse è l’ansia), ma credo di non aver visto la signora scendere dal vagone. Magari è dietro di me, ma presa dalla velocità che i miei passi devono avere per schivare i passeggeri che salgono e scendono, non me ne rendo conto. Salendo sulla seconda metro mi siedo e noto con la coda dell’occhio un signore che con estrema sicurezza tira fuori dalla tasca del suo giubbotto un pettine in legno scuro.
È in piedi. Si guarda un secondo attraverso le porte della metro, si pettina il ciuffo ormai incolore per la vecchiaia e passa la mano sul resto dei capelli. Poi rimette il pettine in tasca, si guarda nuovamente e un piccolo ghigno di soddisfazione si disegna sul suo volto. Scende e la metro riparte poco dopo. Chissà se quello è un gesto abituale, o se quel giorno ha qualcosa di importante da fare. Mi fa comunque sorridere perché ai miei occhi quello risulta un gesto di cura molto tenero. Era vestito con dei jeans e una felpa. Nonostante questo, più tardi mi sarei domandata comunque se quella preparazione non fosse per un momento emotivamente complicato, come un processo in tribunale, o la visita in ospedale a una persona cara.
In Stazione Centrale imbocco le scale, arrivo al binario e salgo sul mio treno. Dal finestrino noto un ragazzo con una sigaretta in mano, lo guardo. Molte persone come lui sono ancora giù dal treno ad aspettare che parta.
Ogni tanto mi chiedo come fanno a restare fino all’ultimo minuto sulla banchina e a non avere il timore che il treno parta senza di loro. Mi rendo conto che questa è solo una convinzione e inizio a metterla in discussione. Non posso sapere se quelle persone non provano ansia o agitazione. Magari sanno semplicemente nasconderle molto bene. Mi concentro e immagino una ad una le loro storie senza sapere se anche solo una delle mie supposizioni si avvicini almeno un poco alla realtà.
18 gennaio 2025, stazione di Morbegno, 17:40: attendo un treno che mi riporterà indietro. È curioso come quando arrivo, non vedo l’ora di andarmene e quando me ne vado, non vedo l’ora di arrivare. In stazione ci sono pochissime persone che passeggiano infreddolite avanti e indietro, sconfortate (forse più di me). Il treno doveva arrivare alle 17:15 ma ancora il binario è vuoto. Mi concentro su questa scocciatura e su quello che provoca. Sono fermamente convinta che lo sia per ognuno. Una signora è seduta sulla panchina, risponde un po’ scocciata a un signore che le chiede conferma del binario. Ha un accento toscano. Mi domando se si sia trasferita a Morbegno, ma poi sta aspettando il treno per Milano quindi mi correggo e muovo la testa come per confermare questo pensiero. Ha tanti anelli e gli stivali neri simili ai miei. Mi immagino sia esperta di storia dell’arte e che il pomeriggio della domenica le piaccia mettersi sul terrazzo a dipingere piccole tele dai tocchi precisi e snelli. Forme allungate di alberi, un cucciolo di cane che gioca con i piedi della sua padrona. Credo di immaginarmi spesso gli altri come li desidero: sono certa che non avrei potuto dire di quella signora che fosse una fisica teorica, perché non cerco questa caratteristica negli altri. Così mi rendo conto che mi piacerebbe essere circondata da artisti e allora se vedo una persona, diventa immediatamente (e inconsciamente) pittrice, musicista o graphic designer.
18 gennaio 2025, Lecco, 19:00: il mio treno si riempie a Lecco e davanti a me si siede una coppia giovane. La ragazza ha i capelli lunghi e scuri che scivolano sul giubbotto. Lui si affretta a mettere il telefono in carica. Forse ha passato la giornata annoiandosi e ha usato troppo il telefono, oppure si è dimenticato di caricarlo quella notte. Magari il loro è stato solo un bel weekend fuori porta? D’un tratto lei chiude gli occhi e appoggia la testa al sedile. Deve essere stanca, ma non è questo su cui si concentra la mia mente: mi domando se sogna e se sogna che sogni sta facendo. Sta solo pensando? Immagino che la sua testa metta in ordine la bellezza della giornata e la separi volontariamente dalle criticità della vita. Forse, per stare più tranquilla sta facendo esattamente come me: si sta concentrando sul lato positivo, su quello che è riuscita a fare anche e nonostante la fatica.
– Alice Vichi
“Ogni tanto mi chiedo come fanno a restare fino all’ultimo minuto sulla banchina e a non avere il timore che il treno parta senza di loro. Mi rendo conto che questa è solo una convinzione e inizio a metterla in discussione. Non posso sapere se quelle persone non provano ansia o agitazione. Magari sanno semplicemente nasconderle molto bene.”