Namunyak: dove uomo e natura vivono in armonia
Una piana ondulata, ricoperta da boscaglia, circondata da alte montagne, in cui vivono elefanti, giraffe, antilopi, leoni… e bovini, capre, pecore, con i loro allevatori, in un equilibrio difficile da trovare altrove.
È la Namunyak Community Conservancy, un’immensa zona protetta del nord del Kenya, lontano dai più noti parchi nazionali e dal turismo di massa. Ma cosa la contraddistingue e differenzia dalla maggior parte delle aree di conservazione della natura?
Prima di tutto va detto che è gestita direttamente dalla comunità degli abitanti locali, i Samburu, gruppo etnico molto affine ai più conosciuti Maasai, con cui condividono gran parte dei loro stili di vita. Questo tipo di gestione permette ai Samburu di svolgere le loro attività economiche tradizionali, ma beneficiando anche di vantaggi innegabili, come scuole e ambulatori medici itineranti (i Samburu sono infatti semi-nomadi), e la vendita di prodotti dell’allevamento, come il latte. Il tutto avviene in un grande rispetto per l’ambiente e per la fauna selvatica: si tratta di una popolazione che non pratica la caccia, e che con la natura selvaggia ha un rapporto strettissimo.
Namunyak è nata su iniziativa di una lungimirante famiglia anglo-kenyana (oggi giunta alla quarta generazione di kenyani), grazie ai buoni rapporti che sono riusciti a instaurare con gli abitanti del luogo, ben presto convinti che un’oculata gestione delle risorse, condotta da loro stessi, avrebbe portato molti benefici, lasciandoli allo stesso tempo assolutamente liberi di vivere nel modo da loro preferito.
E proprio qui sta la differenza. A volte, in nome della protezione della natura, governi e grandi associazioni ambientaliste compiono scelte discutibili, a scapito delle popolazioni che da tempo immemorabile vivono in armonia nelle regioni che si vogliono tutelare. È questo il caso, ad esempio, dei Maasai, i già citati «cugini! dei Samburu e che si trovano tra Kenya e Tanzania. Il governo tanzaniano, su spinta – e finanziamento – di associazioni e governi occidentali aveva di recente iniziato uno sfratto massiccio di migliaia, se non decine di migliaia di Maasai da alcune parti dei celebri parchi del Serengeti e del cratere di Ngorongoro, sostenendo che la pratica tradizionale della pastorizia danneggiava l’ambiente e che i Maasai erano «troppi».
Lo scontro è stato durissimo, a volte cruento, al punto che su denuncia di alcune ONG, tra cui Greenpeace e Survival International (che lotta insieme ai popoli indigeni di tutto il pianeta per la salvaguardia dei loro diritti), i finanziamenti stranieri sono stati bloccati, e il governo della Tanzania pare ora intenzionato a sospendere tale sciagurata operazione. Operazione che, va ricordato, voleva sì favorire la conservazione, ma soprattutto andava a soddisfare le richieste di operatori turistici tutt’altro che «eco», con aumento del turismo di massa che arricchisce pochi, e di riserve di caccia private limitate a facoltosi cacciatori di trofei.
Quanto avvenuto in Tanzania riflette un atteggiamento neocolonialista, che vede nell’ambiente naturale e nella sua conservazione una sorta di proprietà privata, che non tiene minimamente conto della libertà e dei diritti degli esseri umani che abitano tali ambienti.
Una sorte analoga, se non peggiore, è toccata a coloro che siamo soliti chiamare con il nome collettivo di Pigmei, ma che si danno nomi diversi a seconda delle tribù, ad esempio i Baka e i Batwa, parte delle popolazioni umane che per prime hanno abitato le fitte foreste dell’Africa centrale, e che oggi sopravvivono a stento in Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, il Congo (Brazzaville), il Rwanda o l’Uganda.
Già nel corso dei secoli questi cacciatori raccoglitori hanno visto la loro popolazione decrescere in modo drammatico per gli scontri e le trasformazioni ambientali (ad esempio con l’agricoltura a sostituire le foreste) dovute all’invasione di altre etnie africane, poi per il colonialismo, lo sfruttamento di risorse minerarie ancora in atto, e oggi per un concetto di protezione della natura che va certamente trasformato.
Sotto accusa per alcuni progetti sono finiti addirittura il WWF (indicato come responsabile dell’uccisione di svariate persone per mano dei suoi ranger) e la potente organizzazione ecologista African Parks, di cui è stato presidente il discusso principe Harry, che ancor oggi fa parte del gruppo direttivo. I pochi Pigmei rimasti, scacciati con la forza dal loro ambiente senza offrire loro alcuna alternativa, si trovano a vagare senza risorse in zone in cui la popolazione è loro ostile, ridotti a vivacchiare e a volte compiere piccoli furti, fatto che alimenta il razzismo nei loro confronti.
È per questi motivi che la Namunyak Community Conservancy costituisce un esempio eccezionale che ci si augura possa venire imitato da altri, in Africa e altrove nel mondo. Va anche ricordato, cosa di grande importanza, che un turismo veramente sostenibile non è escluso da questa realtà, ne è anzi una parte integrante, dato che con i proventi che giungono dai visitatori si finanziano i vari progetti a sostegno degli abitanti del luogo.

Il centro vitale attorno al quale si svolgono le attività turistiche è l’idilliaco Sarara Camp, una struttura con sole sei grandi tende attrezzate con tutti i comfort, in mezzo a una natura incontaminata. Sarara significa «luogo d’incontro» in lingua Samburu, non a caso: è qui infatti che avvengono i primi contatti proprio con i Samburu, a cominciare dalle espertissime guide locali, fino al resto dello staff e a rappresentanti artigiani della comunità.
Ed è intorno a Sarara che si può osservare con facilità la maggior parte delle specie di fauna selvatica presente nella riserva. Bisogna tenere a mente che alla fine del secolo scorso (anni 80 e 90) questa parte del Kenya settentrionale, in seguito alla terribile e sanguinosa guerra civile scoppiata nella confinante Somalia, è stata interessata da un intenso afflusso di profughi, cui spesso si affiancavano banditi e bracconieri. Questi ultimi hanno portato allo sterminio dei rinoceronti neri (il cui corno veniva venduto, per ipotetiche e false virtù medicinali sul mercato clandestino verso la Cina) e alla quasi scomparsa di elefanti, giraffe e altre specie.
Ma dal 1995, anno di istituzione della Conservancy, le cose sono cambiate in modo radicale e per il meglio. Elefanti e giraffe sono tornati spontaneamente nell’area protetta, e il loro numero aumenta sensibilmente di anno in anno, così come quello del resto della fauna.
In definitiva, questo pare proprio un modello da seguire per molti, e che mette d’accordo i diritti della popolazione del posto, il rispetto delle loro libere scelte di vita, benefici economici e materiali, la conservazione della natura e il turismo responsabile.
Senza dimenticare una cosa: Namunyak significa, in Samburu, «luogo di pace».
– Edoardo Grandi
“Prima di tutto va detto che è gestita direttamente dalla comunità degli abitanti locali, i Samburu, gruppo etnico molto affine ai più conosciuti Maasai, con cui condividono gran parte dei loro stili di vita. Questo tipo di gestione permette ai Samburu di svolgere le loro attività economiche tradizionali, ma beneficiando anche di vantaggi innegabili, come scuole e ambulatori medici itineranti (i Samburu sono infatti semi-nomadi), e la vendita di prodotti dell’allevamento, come il latte. Il tutto avviene in un grande rispetto per l’ambiente e per la fauna selvatica: si tratta di una popolazione che non pratica la caccia, e che con la natura selvaggia ha un rapporto strettissimo.”