Intervista a Gaston Orellana: “Lavoro in solitudine per non soffrire le umiliazioni del potere”

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Il B.Liver Andrea incontra Gaston Orellana, pittore che ha vissuto l’arte con libertà e ribellione. Dall’amicizia con Picasso e Neruda alla censura del mercato, racconta il ruolo dell’artista oggi.
Gaston Orellana, Triptico en forma de T invertida, 1989, Taipei. Fine Arts Museum, Taiwan.
Gaston Orellana, Triptico en forma de T invertida, 1989, Taipei. Fine Arts Museum, Taiwan.

Gaston Orellana: l’arte come voce della libertà

Ad Albisola è un freddo pomeriggio d’inverno, pochi giorni prima di Natale. Vengo accolto in un caldo e accogliente soggiorno dal pittore spagnolo di fama internazionale Gaston Orellana, insieme alla moglie Isabel. Seduto sul divano, con il mento appoggiato al bastone, appena mi vede entrare mi sorride. Orellana è un uomo del 1933, ha 91 anni, ma l’espressione di un fanciullo.

«Hola Andrea», mi dice stringendomi la mano e facendomi cenno di sedermi accanto a lui. Nel mentre, Isabel prepara un caffè e già mi sento avvolto in un’aura che confonde i confini del passato, le emozioni del presente e le linee immaginate del futuro.

«Buenas tarde, Maestro. Gracias por el tiempo que me dedica».

«Grazie a te, l’intervista facciamola in italiano e diamoci del tu».

Sei uno dei pittori più importanti di fama internazionale, le tue opere sono state esposte al MOMA di New York e tra le tue amicizie ci sono personalità del calibro di Picasso, Arthur Miller, Pablo Neruda, Bob Dylan e molti altri: tutti uomini che grazie all’Arte avete dipinto il Novecento. Come hai iniziato?

«Provengo da una famiglia spagnola e sono nato nell’Ambasciata spagnola del Cile. A 11 anni ho scoperto la mia prima passione artistica: la musica. Suonavo il violino e facevo parte dell’orchestra de Vina del Mar del Cile, ma una malattia del sistema nervoso mi ha impedito di proseguire. Ho frequentato la Scuola Speciale a Santiago per bambini con questo tipo di problemi. È stato uno psicologo a vedere in me, quand’ero ancora piccolo, la mia attitudine alla pittura. Da qual momento non ho più smesso. I primi quadri che dipingevo nell’adolescenza erano tutti a sfondo erotico».

Il male fisico è stato il mezzo che ti ha permesso di trovare la tua vera vocazione: si può dire che la pittura abbia curato la tua anima?

«È andata proprio così. Poi ho studiato Belle Arti all’Escuela Experimental de Educacion Artistica a Santiago del Cile».

Poi cosa è successo?

«Martha Jackson, la più grande gallerista e collezionista americana di quegli anni, mi ha preso con lei a New York. Nella sua galleria eravamo solo 20 artisti nel grande panorama dell’epoca, oltre a me curava Jackson Pollock, Francis Bacon, Lucio Fontana, Alberto Burri e altri pittori che hanno visto le loro opere ottenere un successo planetario. Nel 1959 a New York abbiamo partecipato alla più grande mostra mai organizzata, la New Images of Man, i miei quadri erano esposti insieme a quelli di Graham Vivian Sutherland e Francis Bacon».

Com’è cambiato (se è cambiato), il paradigma dell’arte tra il Novecento e i primi anni 2000?

«L’Arte e l’Umanità si tengono stretti per mano e oggi la situazione immorale contemporanea obbliga la natura dei veri artisti a farsi da parte. Un artista, in questo presente, preferisce far vincere il silenzio».

Dostoevskij ha scritto «La bellezza salverà il mondo», pensi che sia davvero così?

«Sono d’accordo, la bellezza è la cura dell’anima. Anche un imbecille, se circondato da persone competenti, capaci e sensibili, a poco a poco, migliora».

Chi ti ha più influenzato permettendoti di trovare il tuo modo di vedere il mondo?

«Non ho mai sentito grandi influenze, ma ho sempre ammirato la pittura di Rembrandt, Goya e Picasso. Pablo (Picasso) era anche un mio grande amico, ma non ha mai influenzato la mia pittura. Una volta, camminando insieme mi disse: “come fai a non farti influenzare da me?”. Gli ho risposto: “perché io sono io e tu sei tu”». (Sorride).

Hai conosciuto anche Salvador Dalì?

«Sì, ma con lui non andavamo d’accordo. Dal mio punto di vista Dalì era troppo interessato ad apparire, era un uomo di marketing, avrebbe avuto successo anche come commediante».

Con Bob Dylan?

«C’è stato un periodo, in passato, in cui non potevamo farci vedere insieme a New York perché eravamo molto simili fisicamente: stessa altezza, stesso taglio di capelli e la gente ci guardava stralunando gli occhi».

Che cosa desideri esprimere con l’Arte?

«Io racconto la realtà odierna, a volte sono stato premonitore. Nel quadro New York City, che oggi si trova all’Hirshhorn Museum di Washington, ho anticipato quanto sarebbe accaduto l’11 Settembre. Con il quadro Treno in Fiamme, del 1970, ho influenzato parte del cinema di Steven Spielberg».

In quali città del mondo hai vissuto? E ne esiste una che ti porti nel cuore?

«Ho vissuto in molte città, sia in Europa che in America, ma nel mondo ne esiste una che mi ispira profondamente, una città nella quale non sono mai stato, ma la sua Letteratura, la sua Pittura, il suo Teatro, tutta la sua aura di mistero e di fascino mi ha sempre influenzato, ed è Mosca. Il musicista russo Aram Khachaturian è stato un mio grande amico. Gli artisti russi, dal mio punto di vista, sono i migliori. Nel 1905 hanno anticipato il mondo con l’Arte Sintetica, quella che qualche anno più tardi, negli USA divenne Arte Concreta. In Russia la mia arte è conosciutissima, mi considerano uno dei più grandi pittori al mondo».

Parliamo di Neruda e Picasso: due giganti. Hai avuto una profonda amicizia con tutti e due, che persone erano?

«Entrambi avevano in comune la semplicità. Una semplicità assoluta, ma anche il malumore, l’egoismo e la genialità: questi erano i tratti delle loro anime. Con Neruda mi trovavo in massima sintonia, lui era figlio di un Paese perduto, mentre Picasso era figlio del mondo. Picasso era simpatico, Neruda sempre silenzioso. Picasso era grossolano, Neruda un ambasciatore elegante. Neruda amava profondamente i popoli miseri, voleva passare del tempo con loro, conoscerli nel profondo; si mischiava con la gente comune, attingeva da loro la grande umanità; voleva sentire la miseria per trovare la bellezza nei gesti della povera gente, comprendere i valori che spingevano le persone a vivere nonostante una realtà avversa. Picasso, invece, era amato da tutto un mondo felice e di successo. In questo c’è la loro differenza».

Come vedi il ruolo dell’artista nell’epoca contemporanea?

«Non ha nessun ruolo oggi. L’artista in quest’epoca è legato. Non può nulla. È chiuso nel suo studio a lavorare in un mondo sordo. Oggi l’artista non vede i colori del crepuscolo, non gli è data la possibilità di avere una speranza reale, ma solo illusoria e questo succede perché gli artisti sono censurati da leggi di mercato che chiedono di adattare il proprio sentimento: una barbarie».

L’arte però veicola anche dei valori: credi che grazie alle varie forme di espressione artistica i giovani possano creare un nuovo mercato e, nel mentre, trovare un senso nella loro vita?

«No. Potrebbero farlo solo se prima fossero liberi liberi davvero di esprimersi. L’artista di oggi deve sottostare alle regole del mercato. Esiste solo il prezzo. Se l’Opera vende, interessa, se non vende no. Non è più come quando ho iniziato io a dipingere. La mia generazione metteva sé stessa nella sua Arte e solo successivamente si parlava di mercato. Oggi è il contrario. I giovani oggi non possono scegliere. Se non si adeguano non vengono considerati nemmeno artisti. In pratica, non esistono».

Che rapporto hai con il mio Paese, l’Italia?

«L’Italia da diversi anni mi respinge. Mentre nel mondo anglosassone e in Russia sono accolto, in Italia la mia pittura non interessa più. A Londra, New York e Mosca organizzano grandi eventi, ma in Italia non succede e non ne comprendo il motivo. Amo molto il tuo Paese, avete artisti importantissimi che hanno lasciato il segno in ogni epoca, dal cinema alla letteratura, dalla pittura alla musica».

Esistono cicli anche nel mondo della pittura, tornerai ad essere apprezzato anche in Italia, te lo auguro di cuore.

«Mi piacerebbe».

Sei nato in un secolo dominato da ideologie che hanno portato a conflitti mondiali. Oggi è tornata la narrazione di una guerra mondiale con ordigni nucleari. Cosa possono fare gli artisti per evitare questo disastro?

«Lavorare in solitudine per non soffrire delle umiliazioni del Potere. La guerra è sempre una forma di anti-cultura. Le guerre si fanno per accumulare beni a favore di poche persone e a danno di molti. Ho visto tantissimi tentativi di uccidere la Libertà, ma non potranno mai, i potenti del mondo, distruggerla o controllarla perché la Libertà ci assicura la possibilità di scegliere. È grazie alla Libertà che si mostra al mondo la nostra umanità».

Pablo Neruda ha scritto: «Le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono ma che non si uccidono».

«I popoli, i bambini e gli artisti saranno sempre le prime vittime delle guerre».

Che cosa consigli ai giovani che sentono la necessità di vivere con l’Arte?

«Prima devono fare lo sforzo di sentire cosa succede intorno a loro, devono sentire e leggere i colori e le sfumature del mondo. Prima ancora di dipingere o scrivere o fare musica, devono ascoltare tantissimo. Bisogna sviluppare empatia con le cose del mondo. Quando hanno sentito la gioia e la sofferenza del mondo, devono capire se hanno le spalle larghe per portarsi addosso questo peso enorme che proverà sempre a schiacciare l’artista. A causa di questo l’artista sarà insoddisfatto, vivrà in solitudine e porterà addosso i segni della sofferenza. Ma solo sentendo questo disagio, solo volendo uscire da questo malessere che è diventato personale i giovani saranno in grado di creare vera Arte».

Ringrazio Gaston e sua moglie Isabel per il tempo che mi hanno dedicato, lui si alza e mi abbraccia: «Hasta luego amigo y gracias, Andrea», mi dice mentre esco di casa. I passi che devo compiere per arrivare all’auto mi sembrano infiniti. Sono inebriato, è come aver fatto un salto nel tempo: per un istante mi è sembrato di avere avuto accanto a me, anche Picasso, Neruda, Dylan, Goya, ecc. Aver condiviso il tempo con un uomo che ha dipinto un intero secolo e ha donato i tratti di quello successivo, mi fa sentire leggero, ho il cuore che pulsa di gioia. Sorrido e ringrazio. Si radica in me la credenza che gli Artisti sono i veri custodi della fiamma della speranza. Teniamola accesa.

– Andrea Tripodi

” Aver condiviso il tempo con un uomo che ha dipinto un intero secolo e ha donato i tratti di quello successivo, mi fa sentire leggero, ho il cuore che pulsa di gioia. Sorrido e ringrazio. Si radica in me la credenza che gli Artisti sono i veri custodi della fiamma della speranza. Teniamola accesa.”

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