Cittadini: la cittadinanza non è solo un pezzo di carta, ma è riconoscere l’identità

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Essere cittadini non è solo una questione di documenti, ma di identità e diritti. Il Referendum Cittadinanza può cambiare il futuro di molti: informarsi e agire è un dovere collettivo.
Una manifestazione per il "Referendum Cittadinanza".

Cittadinanza e identità: un diritto, non un privilegio

Avere la cittadinanza. Ottenere, raggiungere, meritare. Quando si parla dell’imminente Referendum Cittadinanza sento spesso usare questi verbi. Ma avere la cittadinanza è molto diverso dall’essere cittadino. È una questione di verbi, una questione probabilmente banale, ma sostanziale, perché questo è il momento in cui tutte e tutti siamo chiamati a intervenire, per fare la differenza ed essere la differenza. Essere cittadino è una questione di identità, è una propulsione all’azione, non può essere qualcosa da «meritare»: esistere non può e non deve essere una questione di merito.

Oggi l’Italia ha requisiti di cittadinanza tra i più rigidi in Europa: Francia, Germania e Belgio prevedono un periodo di residenza di soli cinque anni per la naturalizzazione; la riforma proposta allineerebbe l’Italia a questi standard europei. Il Referendum Cittadinanza prevede il dimezzamento, da 10 a 5 anni del tempo di legale residenza italiana: tutti gli altri requisiti (reddito, inserimento abitativo, assenza di reati) rimarrebbero inalterati. Questo è uno snodo importante: il referendum abrogativo non modifica i criteri per cui si può avere accesso alla richiesta di cittadinanza, ne accorcia solo i tempi.

Un’indagine statistico-demografica

Secondo il rapporto «Cittadini stranieri in Italia», un’indagine statistico-demografica dell’Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione (ONC), al 1° gennaio 2021 i minorenni di seconda generazione, cioè nati in Italia da genitori stranieri, sono oltre un milione. Nel 78% dei casi si tratta di ragazzi tuttora stranieri, ai quali si affianca una quota di coloro che hanno in seguito acquisito la cittadinanza italiana (circa 221mila).

Negare la cittadinanza non farà scomparire una collettività che esiste, che crede e contribuisce al futuro del nostro Paese. Costringere centinaia di migliaia di persone nate e cresciute in Italia all’iter burocratico e amministrativo, alle file agli uffici, alle attese, alla paura, è eguagliabile a un lento e ingiurioso stillicidio.

Contribuire alla decisione sulla cittadinanza significa opporsi alla discriminazione sistemica, che poi è una discriminazione intersezionale. Accettare che i nostri compagni di classe, i nostri colleghi, i nostri vicini di casa non siano degni (perché si tratta di dignità) di essere cittadini italiani, giustifica, per deduzione, tutte le altre discriminazioni quotidiane. Comprendere che difendere i diritti dell’altro, del prossimo, significa contribuire anche al nostro benessere è talvolta egoista, ma vero.

Riconoscere il proprio privilegio e la propria responsabilità in un sistema di oppressione è difficile, a volte doloroso, ma necessario, come anche sapere di essere parte di un problema e, all’occorrenza, rinunciare ai propri privilegi. Quando si parla di cittadinanza, tuttavia, si parla di diritti umani, non di privilegio: se i primi sono insiti in ciò che siamo (proprio perché «siamo»), il secondo è un costrutto culturale casuale, una corsia preferenziale con cui possiamo nascere o che possiamo acquisire; è importante, ora più che mai, non confonderli, perché i diritti non potranno mai essere privilegi. Il nostro compito, come abitanti di questo momento storico, è proteggere i nostri diritti, preservarli.

È tempo di coraggio per mettere in discussione i sistemi culturali basati sulla discriminazione: l’attuale legge che regola la cittadinanza è invariata da ormai trent’anni, e negli ultimi trent’anni il mondo è cambiato, i nostri diritti non sono mai stati così in pericolo quanto oggi. Il cambiamento è inevitabile, siamo chiamati ad agire attraverso lo strumento più potente che possediamo, il voto, per scrivere una Storia che permetterà alle future generazioni di vivere in un mondo inclusivo, intersezionale, generativo, in cui la diversità sarà coltivata, valorizzata e compresa in maniera umana e autentica.

– Elisa Tomassoli

Avere la cittadinanza. Ottenere, raggiungere, meritare. Quando si parla dell’imminente Referendum Cittadinanza sento spesso usare questi verbi. Ma avere la cittadinanza è molto diverso dall’essere cittadino. È una questione di verbi, una questione probabilmente banale, ma sostanziale, perché questo è il momento in cui tutte e tutti siamo chiamati a intervenire, per fare la differenza ed essere la differenza. Essere cittadino è una questione di identità, è una propulsione all’azione, non può essere qualcosa da «meritare»: esistere non può e non deve essere una questione di merito.

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