Bisogni e lavoro: “Ma come, vai già a casa?” Bassi salari e ore non pagate

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La B.Liver Denise denuncia il lato oscuro della ristorazione: stage estenuanti, mobbing, contratti irregolari. Ma con coraggio dice no e trova un posto dove lavoro e dignità convivono.
La famosa scena della catena di montaggio nel film “Tempi moderni” di Charlie Chaplin del 1936.

La ricetta amara del lavoro nella ristorazione

Sono Denise e ho iniziato il mio percorso completamente ignara di cosa fosse il lavoro nella Ristorazione. Già durante gli anni di studio e diploma nella scuola di cucina ho potuto avere un assaggio di questa «giungla», con uno stage in un ristorante dove lavoravo anche 16 ore al giorno.

Un’altra esperienza di tirocinio l’ho fatta in Pasticceria, dove facevo le mie otto ore al giorno, uno spiraglio di luce (sembrava). Ma quando inizio a lavorarci seriamente, assunta con un contratto, che poi si rivela farlocco, tutti hanno cercato di convincermi che fosse giusto lavorare sapendo a che ora entri e non sapendo a che ora uscirai e molte volte senza una pausa! Che generalmente è d’obbligo, non perché io volessi farla ad ogni costo perché sono viziata, cosa che sembrava, vedendo gli sguardi degli altri.

La prima pasticceria mi ha assunta con un contratto a chiamata: nel primo colloquio telefonico mi era stato comunicato un determinato stipendio, nel secondo, in presenza, un’altra cifra e nell’ultimo? Un’altra ancora! Voi penserete: «ma almeno era un contratto a chiamata» … e invece no, era un contratto full time dove andavo ben oltre le 40 ore, iniziavo tutti i giorni alle cinque di mattina senza sapere mai a che ora avrei finito e la prima busta paga è stata una totale delusione! Così ho pensato che non volevo fare quella vita, non volevo essere sfruttata e sminuita in questo modo, nonostante i colleghi lavorassero lì da anni in quelle condizioni.

Tante persone dovrebbero dare voce ai propri no, senza avere paura di niente e di nessuno, così facendo questi «grandi imprenditori della ristorazione», non riuscirebbero più a togliere la dignità ai lavoratori.

“La prima pasticceria mi ha assunta con un contratto a chiamata: nel primo colloquio telefonico mi era stato comunicato un determinato stipendio, nel secondo, in presenza, un’altra cifra e nell’ultimo? Un’altra ancora! Voi penserete: «ma almeno era un contratto a chiamata» … e invece no, era un contratto full time dove andavo ben oltre le 40 ore, iniziavo tutti i giorni alle cinque di mattina senza sapere mai a che ora avrei finito e la prima busta paga è stata una totale delusione!” Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Si pensa che in questi luoghi la gavetta sia d’obbligo e che lavorare per loro gratis sia una fortuna e un onore. Io mi sono rifiutata di farmi fare il lavaggio del cervello e ho cominciato a mandare curricula tutti i giorni. Dopo una settimana ho avuto un colloquio per una rinomata pasticceria, esito positivo, si passa subito all’assunzione con contratto di apprendistato. Inizialmente tutto va benissimo, ho i miei orari e vengo pagata regolarmente. Poi si cambia collaborazione e quindi pasticcere, tutto lo staff e la produzione.

I primi due giorni fila tutto liscio e finisco al mio orario, già al terzo giorno il pasticcere inizia a storcere il naso vedendomi uscire. Mi ferma e mi dice con una faccia stupita e quasi arrabbiata: «Come mai vai via così presto? Ti sembra il caso? Devi rimanere almeno fino alle 17», considerate che iniziavo alle 7 del mattino. Decido di dare la mia disponibilità fino alle 16, ma con una pausa di un’ora. Quando arriva la prima busta paga scopro che ho tantissime ore svolte e non tutte pagate.

Decido di resistere, la situazione però si faceva pesante, mi venne ripetuto che nella pasticceria si sa quando si entra, ma non si sa quando si esce, che questo lavoro è fatto così e che ai loro tempi non venivano neanche pagati. Tiro avanti ancora un po’, non so come ho fatto. Le ultime settimane sono state un incubo, il pasticciere è arrivato a farmi mobbing fra l’indifferenza dei colleghi. Così, dopo tanti sforzi e delusioni, mollo e cerco un altro posto.

Ora lavoro come pasticciera nella grande distribuzione: non è esattamente il tipo di posto che cercavo, ma ho un contratto in regola e un badge, in un luogo dove la persona viene rispettata. Qui sento di avere una dignità e di non essere sfruttata.

Io spero che tante persone imparino a dire di no a condizioni di lavoro non dignitose. Mi auguro che tutti questi ambienti tossici, invivibili e avvilenti smettano di esistere, e che la ristorazione diventi un luogo di lavoro sano, con persone che assicurino rispetto ai lavoratori e orari di lavoro umanamente accettabili. Trovo assurdo che nel 2025 le persone pensino ancora che «i giovani non hanno voglia di lavorare e vanno tutti all’estero», perché lavorare in questi luoghi toglie dignità e ti sfinisce mentalmente e fisicamente.

La cosa che mi preoccupa di più è che ci sono persone che non hanno potuto fare come me che ho una situazione familiare tranquilla e ho potuto pensare di lasciare il lavoro. Ci sono persone che magari soffrono di depressione, o disturbi e posti del genere potrebbero farli stare davvero molto male.

– Denise Riva

Qui sento di avere una dignità e di non essere sfruttata. Io spero che tante persone imparino a dire di no a condizioni di lavoro non dignitose. Mi auguro che tutti questi ambienti tossici, invivibili e avvilenti smettano di esistere, e che la ristorazione diventi un luogo di lavoro sano, con persone che assicurino rispetto ai lavoratori e orari di lavoro umanamente accettabili. Trovo assurdo che nel 2025 le persone pensino ancora che «i giovani non hanno voglia di lavorare e vanno tutti all’estero», perché lavorare in questi luoghi toglie dignità e ti sfinisce mentalmente e fisicamente.

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