Rituali quotidiani: quando scrivo tengo nel portafoglio la carta d’identità di mia mamma

Il B.Liver Sebastian esplora il legame tra fortuna e rituali, citando esempi da artisti e sportivi come Bilardo. Tra ispirazione e superstizione, cerchiamo conforto nella ripetizione inconsapevole.
"Salvador Dalí usava una tecnica curiosa: si appisolava con un cucchiaio in mano per svegliarsi non appena questo cadeva, entrando così in uno stato di creatività tra sonno e veglia". Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Rituali, fortuna e quel bisogno umano di controllare l’imprevedibile

Quante volte la fortuna ci porta in posti insospettati, fa parte dell’imprevedibilità della vita, sia nel bene che nel male. E noi umani vogliamo sempre capirne il perché, se no, lo inventiamo.

E una volta siamo giunti davanti al traguardo e non abbiamo manco sudato, o al contrario,  pensiamo di esserci arrivati ma la montagna che abbiamo salito era quella sbagliata e dobbiamo ripartire, e ci viene l’inevitabile bisogno di cercare il modo di prepararci ed essere coperti davanti a qualsiasi difficoltà. Poi si parla pure d’ispirazione, tante volte siamo riusciti a fare qualcosa senza aver capito come, e l’istinto ci porta a cercare il modo di ripeterlo: «e se indosso la stessa maglia di quel giorno?», «forse era meglio dire quella parola prima di partire».

Molti artisti celebri avevano rituali quotidiani che riflettevano la loro genialità e peculiarità. Per esempio, Beethoven iniziava la giornata con una tazza di caffè, contando meticolosamente 60 chicchi per ogni tazza. Frida Kahlo dipingeva la mattina presto nel suo studio, circondata da oggetti personali e animali che la ispiravano. Ernest Hemingway scriveva in piedi, convinto che questa posizione stimolasse la sua creatività. Salvador Dalí usava una tecnica curiosa: si appisolava con un cucchiaio in mano per svegliarsi non appena questo cadeva, entrando così in uno stato di creatività tra sonno e veglia. Nikola Tesla, sebbene non fosse un artista tradizionale, seguiva rituali ossessivi con numeri e schemi che influenzavano il suo lavoro innovativo.

A livello personale, sono un po’ scettico, direi che cerco di fare il contrario. Apro l’ombrello a casa, mi piace il numero 13 e se c’è una scala, ci passo sotto. Sarà per quello che non ho la fortuna che vorrei avere su certe cose? Chi lo sa, tanta gente cerca di fare il contrario di quello che faccio io, cercando di tentare la fortuna e di farla avvicinare a loro, al punto da ossessionarsi.

“La prima persona che mi viene in mente quando penso ai rituali, senza incorrere in qualche strega, o in celebri personaggi già menzionati, è l’allenatore Carlos Salvador Bilardo, CT della nazionale argentina nelle Coppe del Mondo di Messico ’86 e Italia ’90. Per esempio, nell’86 si ricorda che dopo aver vinto la prima partita contro la Corea del Sud ha chiesto come si chiamavano i due motoristi che davano passo al pullman della squadra e ha chiesto che rimanessero sempre loro durante tutto il mondiale, o quando una volta che Jose Luis «El Tata» Brown aveva risposto al telefono della delegazione argentina prima di una partita, aveva preteso che rispondesse sempre lui e sempre dallo stesso telefono.” Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

La prima persona che mi viene in mente quando penso ai rituali, senza incorrere in qualche strega, o in celebri personaggi già menzionati, è l’allenatore Carlos Salvador Bilardo, CT della nazionale argentina nelle Coppe del Mondo di Messico ’86 e Italia ’90. Per esempio, nell’86 si ricorda che dopo aver vinto la prima partita contro la Corea del Sud ha chiesto come si chiamavano i due motoristi che davano passo al pullman della squadra e ha chiesto che rimanessero sempre loro durante tutto il mondiale, o quando una volta che Jose Luis «El Tata» Brown aveva risposto al telefono della delegazione argentina prima di una partita, aveva preteso che rispondesse sempre lui e sempre dallo stesso telefono. Anni dopo, quando allenava i giocatori di Estudiantes de La Plata, aspettava ansiosamente che i rivali entrassero in campo per poi attraversare il loro percorso, o quando portò a bordo campo quella che sembrava una bottiglia di champagne e fu accusato di bere alcolici durante una manifestazione sportiva e tuonò: «no signorina, lei si sbaglia, questo non è vino, è Gatorei».

Diciamo che si possono scrivere dei libri sui rituali del dottor Bilardo, e su tutti quanti noi, nel senso che ogni giorno senza accorgerci ripetiamo le stesse cose e finché qualcun altro ce lo fa notare, le facciamo in automatico. Naturalmente il nostro sistema non vuole sprecare energia e perciò per la maggior parte del tempo va in modalità «pilota automatico», ed è proprio lì che per abitudine si scelgono, come regola, le strategie che hanno già funzionato in passato. Adesso, mentre scrivo, mi sono accorto che porto nel portafoglio il documento d’identità di mia madre da più di 4 anni: ognuno di noi ha qualcosa, ognuno di noi spera di stare meglio.

– Sebastian Ramirez

Diciamo che si possono scrivere dei libri sui rituali del dottor Bilardo, e su tutti quanti noi, nel senso che ogni giorno senza accorgerci ripetiamo le stesse cose e finché qualcun altro ce lo fa notare, le facciamo in automatico.”

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