Andrea Pedrazzini e le creature impossibili: bestiari, falchi e promesse che galleggiano nel tempo
Andrea Pedrazzini vive e lavora in una casa altissima a Milano, dove è nato nel 1958, ma in una casa più bassa.
Dopo gli studi classici e di critica d’arte, lavora come illustratore in bianco e nero presso Alfabeta, la Gola, Baldus, il Sole 24 Ore, l’Autre Journal, Linea d’Ombra, Esquire, Sud e altri.
Ha esposto in due edizioni di Milanopoesia, e in diverse rassegne d’arte contemporanea e gallerie italiane.
Ha insegnato illustrazione e semiologia presso l’Istituto Europeo di Design. Dal 2000 lavora anche a produzioni proprie e soprattutto al De Bestiarum Naturis, un gigantesco bestiario dove le centinaia di disegni a tratteggio si espandono in altre opere, letterarie, artistiche o multimediali.
Dicono di lui: «Da questi sublimi tratteggi, da questo bizzarro-grottesco così finemente coltivato, da questa cultura di inchiostro che ritrova l’etica dell’amanuense, deriva forse anche una speranza: sia, questo nero dai molti neri, il luogo in cui la differenza permane, e i diversi creano, e la diversità si rende poesia».
I giganti alati
Secondo alcuni studiosi, i Giganti si dividono in tre gruppi.
I più spaventosi sono i Giganti di Terra, capaci – soprattutto se sepolti contro la loro volontà – di creare i terremoti e, con essi, di spazzar via intere città, di innalzare nuove montagne fumanti e, nella terra, di scavare squarci così profondi da permettere la fuga di migliaia di anime dannate e il loro inseguimento da parte dei diavoli, ingolositi dalla caccia imprevista. Creando i terremoti, questi Giganti sono responsabili dei grandi boati che ogni tanto si sentono improvvisamente nell’aria.
Il secondo gruppo è costituito dai Giganti di Mare che, al contrario di ciò che si credeva un tempo, non abitano i fondali marini in città ricche oltre ogni immaginazione e non combattono battaglie epiche contro branchi di squali inferociti o, più ancora, contro le Sirene che, se vincessero queste, sarebbero ridotti tutti in schiavitù; i Giganti di Mare sono timidi, silenziosi e passano il tempo galleggiando pigramente al largo.
Molti, nei secoli passati, li scambiavano per scogli e isole e provavano inutilmente a usarli come porti per le navi.
Il terzo, ultimo gruppo è quello dei Giganti Alati. Pallidi e leggeri, sembrano nuvole ma, se si guarda bene, li si riesce a distinguere perché rispondono al saluto.
I quattro cantoni

Per non farsi catturare dal falco, il Quattro Cantoni non può che scappare. Se altri animali, infatti, adottano strategie migliori (per esempio diventare giganteschi, o infilarsi in tane costruite nelle vicinanze), questa bestia ha imparato a fuggire in un modo straordinario: fugge a zigzag così velocemente che sembra occupare diversi posti nello stesso momento, come – in un certo senso – succede anche nel gioco che gli uomini hanno chiamato con questo stesso nome.
Tutta questa ambigua rapidità nel cambiare posto fa impazzire il falco che, non capendo più nulla a furia di giramenti di testa e di attacchi sbagliati, perde la trebisonda e finisce per volare, senza più accorgersene, verso gli strapiombi sul mare. Qui, i fortissimi venti dell’Oceano lo trascinano lontano, da dove non torna mai.
Alcuni marinai, di quelli che sono stati sui grandi pescherecci d’altura e che hanno visto stranezze ben peggiori di quelle che abbiamo visto noi, dicono che questi falchi finiscono tutti sull’Isola Falconiera, dove si danno la caccia l’un l’altro, finalmente sicuri del fatto che chi va dritto va dritto, e chi è in un punto è in quel punto e basta, senza troppi giochini. Un’isola pane al pane e vino al vino…
Un posto adatto a chi ama fare una vita semplice e finalmente onesta, come si faceva una volta.
Il drago senza coda

Alcune bestie sono pericolose per ciò che hanno: zanne infernali, pungiglioni, corni singoli o multipli, odori, intenzioni impreviste o spruzzi d’acido… ma altre sono pericolose per ciò che hanno perso.
Nessuno sa cosa abbia perso il Drago senza Coda. Direte che ha perso la coda… lo so. Sono io il primo a dirlo, in fondo… ma la sua rabbia inconsolabile, la sua distruttività in ogni occasione e soprattutto quando deve commentare qualcosa, la sua acidità nei rapporti con gli altri non possono nascere da un’amputazione minore, senza conseguenze importanti.
E non parlo solo del fuoco che sputa contro chiunque incontri, delle zampate o delle urla che lancia, sbavando lava tutt’intorno. Parlo degli sguardi delusi, degli abbracci negati, delle parole avare ed esangui che mi lesina. Come se fosse colpa mia.
Il pesce promessa

Puoi pensare quello che vuoi, amico lettore; puoi anche affidarti a chissà quale filosofia, magari esotica o inesprimibile per verba; potresti perfino arrivare dall’altra parte del mondo, da un altro pianeta o da ancor più lontano, ma non potrai mai negare che il Pesce Promessa esiste.
E addirittura che, con le sue sospensioni, i suoi tempi rimandati e le attese, con i suoi appostamenti inconcludenti e la sua consolante vuotezza, tiene in stallo l’intero Oceano, e lo accompagna al suo lontano compimento.
Ne parla già il grande poema epico Macrù, ovvero il Canto del Tempo Lungo e Allungabile (Του Μακρύ ή Επεκτάσιμο Χρόνου) che impiega sapientemente quasi 19 milioni di parole per non arrivare mai al dunque.
Con esse, descrive un numero infinito di inseguimenti tra innumerevoli personaggi, tutti importantissimi e tutti dimenticati dopo poche pagine; racconta di migliaia di sogni premonitori e discorsi di rincorse infuocati, di grandi amori a più voci; narra anche di cacce in foreste inestricabili e di meravigliosi pesci d’alto mare, castelli volanti o mostri sonnolenti sulle spiagge.
Il poema canta, con dovizia di particolari, di progetti e disegni utopici, di piani di battaglie mai combattute e di oroscopi inquietanti, di biblioteche perdute o nascoste… e di chissà cos’altro… e tutto ciò senza risolvere mai nulla, senza un punto fermo, senza una morte o una nascita che siano le ultime, o le prime di qualcos’altro, quasi volesse dimostrare, a furia di rimandare le conclusioni, che è proprio lo stesso gesto di allontanarsi ciò che crea il vuoto da cui siamo attratti; che il mettere le cose nel futuro, in realtà, è il modo che abbiamo di organizzare il presente e di modellarlo su figure di sogno.
Vedrai. Un giorno te lo leggerò, giuro.
La rana volante

L’illustre grecista A. Klugsmann ha recentemente rinvenuto un papiro di età ellenistica, riportante una favola di Esopo ancora sconosciuta; la traduciamo qui integralmente.
Un giorno una rana affamata vide sull’altra riva dello stagno molte deliziose libellule che facevano delle meravigliose evoluzioni, danzando in aria. Poiché non le poteva raggiungere così in alto, la rana si lamentò a lungo con gli dei. Un topo che passava lì vicino le disse: ”Smettila di piangere. Attraversa lo stagno a nuoto, così potrai avvicinarti abbastanza alle libellule!”.
”Non serve! Volano così in alto che nemmeno con i miei salti potrò mai catturarle. Dovrei avere le ali!”
Il topo, che era l’incarnazione di un dio, sorrise e le fece apparire sul dorso delle grandi ali quasi trasparenti. Allora la rana, senza nemmeno ringraziare, spiccò il volo e andò altissima nel cielo, cantando di gioia e dimenticandosi subito delle libellule. Volò così a lungo, volteggiando e giocando per giorni e giorni, che alla fine cadde a terra e, poco prima di morire di fatica e di fame, disse: ”Che stupida! Invece di usare le ali per cacciare, le ho usate per divertirmi!”.
La favola mostra che, quando si ricevono dei grandi vantaggi, spesso ci si dimentica di quelli piccoli e più utili.