Gian Marco Duina: educare con il calcio per riscoprire il valore del “noi”
«Un luogo d’incontro nel quale ognuno trova uno spazio dove emergere»: questa dovrebbe essere indicativamente la definizione di isola di coerenza. Avere un collante, una base, un ideale, un sentimento, una passione su cui potersi muovere e facilitare l’ascoltare e l’essere ascoltati. Per Gian Marco Duina questo collante è lo sport, la squadra. Gian Marco Duina è un educatore che utilizza lo sport come elemento di educazione in contesti non convenzionali, dove le difficoltà sono molteplici e l’educazione formale fatica ad attingere.
Al momento lavora su tre macroaree: in primis, coordina accademie di calcio per ragazzi e ragazze in Paesi in via di sviluppo, come Zambia e Kenya, dove il calcio si inserisce come modello educativo per imparare i valori universali, imparare a gestire la sfera emotiva attraverso lo sport; in secondo luogo sul territorio italiano, concentrandosi su educazione di strada – informale, fuori quindi da scuole o classi, focalizzandosi però sugli stessi individui che escono da questi contesti e che vengono poi ripresi al parchetto, o simili, da Gian Marco o altri ragazzi dello staff, creando un percorso basato sulla passione per lo sport – ; e infine in carcere, come allenatore e fondatore della squadra dei detenuti di Busto Arsizio nell’omonimo carcere, nel quale il calcio diventa uno strumento di miglioramento del sé e di sviluppo e apprendimento di life skills per un processo di reinserimento nella società, dopo la detenzione. Il filo rosso che unisce queste tre aree di intervento è adottare il calcio come fondamento di educazione universale e modello di diffusione di valori che vanno dal rispetto alla collaborazione.
«Lo sport è un linguaggio universale perché trova base su un aspetto sentimentale, che è la passione, e la passione non ha confini. Che si trattasse di progetti in territorio italiano, come nella striscia di Gaza, in Zanzibar o nella savana Kenyatta, l’approccio è il medesimo: l’utilizzo del calcio come strumento anche di consapevolezza delle proprie emozioni», spiega Gian Marco.
Osserva e riporta il parallelismo con sentimenti che possiamo trovare nella vita di tutti i giorni: che sia perdere una partita, prendere un brutto voto a scuola, sbagliare una maniera lavorativa o perdere una relazione, tutto è connesso a una sfera emotiva gestibile sulla base della consapevolezza. Gian Marco considera lo sport come componente lavorativo di natura educativa e sociale, e come un’ancora di salvezza nella società e nel mondo di oggi.
Racconta dal suo punto di vista come lo sport sia in grado di «donare degli anticorpi» contro i rischi della società moderna, che, basandosi sull’apparenza e su dinamiche molto fragili come quelle dei social, da una parte sono il soffrire molto la solitudine, dall’altra creare una sorta di bolla che può anche essere di comfort talvolta, ma che non è reale. Ne consegue quindi un’incapacità di confrontarsi con il mondo esteriore, avere momenti di incontro, di aggregazione, di dibattito, essenziali per la formazione del sé, e la formazione dell’individuo.
«Se ci concentriamo sull’importanza e significato della squadra», racconta, «questa è un elemento cardinale dello sport, che sia individuale o collettivo per definizione, è formata da persone che ti aiutano, preparatori, allenatori, eccetera. La squadra è l’emblema del “noi”, è l’emblema dell’esaltazione dell’individuo. Tutti collaborano per far sì che ognuno dia il proprio meglio. L’individuo, nel momento in cui entra all’interno di una squadra, si mette al servizio di altre persone. Questo è un antidoto all’individualismo di questo momento storico, sapere di avere un collettivo, cioè un gruppo di persone che subiscono, sia in maniera positiva se il risultato è positivo, sia negativa se il risultato è negativo, è una presa di responsabilità di sé stessi e delle ripercussioni che avranno le nostre scelte individuali. In termini generali, si favorisce un interesse comunitario, che se portato fuori dall’ambito sportivo, inserito in un ambito di vita quotidiana, ha sicuramente effetti positivi sulla comunità, sentendosene parte e potendole dare il proprio contributo».
È di vitale importanza quindi scoprire sé stessi, i propri sentimenti, emozioni, principi, passioni per entrare in contatto con il mondo attorno e farne parte. È una costante ricerca di equilibrio, che si può trovare solo nel momento in cui rispetto, ascolto e aiuto reciproco avranno la meglio.
– Lisa Roffeni
“«Se ci concentriamo sull’importanza e significato della squadra», racconta, «questa è un elemento cardinale dello sport, che sia individuale o collettivo per definizione, è formata da persone che ti aiutano, preparatori, allenatori, eccetera. La squadra è l’emblema del “noi”, è l’emblema dell’esaltazione dell’individuo. Tutti collaborano per far sì che ognuno dia il proprio meglio. L’individuo, nel momento in cui entra all’interno di una squadra, si mette al servizio di altre persone. Questo è un antidoto all’individualismo di questo momento storico, sapere di avere un collettivo, cioè un gruppo di persone che subiscono, sia in maniera positiva se il risultato è positivo, sia negativa se il risultato è negativo, è una presa di responsabilità di sé stessi e delle ripercussioni che avranno le nostre scelte individuali.”