Cristina dell’Acqua: il mito e il teatro come isole di coerenza nella scuola
Cristina dell’Acqua è docente di latino e greco in un liceo milanese e autrice di numerosi saggi e contributi. Al Bullone racconta come la scuola sia una incredibile «isola di coerenza» attraverso cui educare i ragazzi all’attenzione a sé stesso e all’altro.

Secondo lo scienziato Ilya Prigogine «quando un sistema è lontano dall’equilibrio, piccole isole di coerenza in un mare di caos hanno la capacità di portare l’intero sistema a un ordine più elevato». La scuola può essere un’«isola di coerenza»?
«Certamente, anzi credo di poter identificare due isole di coerenza all’interno della mia esperienza nella scuola. La prima è un luogo, per così dire, mentale ed è il racconto dei miti, mentre la seconda sono i laboratori di teatro che vivo con i ragazzi durante la didattica del mattino».
Perché proprio questi due momenti sono isole di coerenza all’interno della più grande isola che è la scuola?
«Perché entrambe le esperienze favoriscono il dialogo, inteso sia come confronto sia come ascolto, aiutando i ragazzi a imparare a mettersi nei panni degli altri. In un contesto in cui non c’è la tendenza all’ascolto e al confronto, creare occasioni in cui un ragazzo riesce ad acquisire queste abilità è sicuramente un modo per educarlo ad essere a sua volta una piccola isola di coerenza».
Torniamo sulla sua prima isola di coerenza, il racconto del mito.
«Sì, credo che il racconto del mito possa essere un’isola di coerenza perché, da un lato educa i ragazzi all’ascolto e, dall’altro stimola loro a porsi domande, partendo proprio da ciò che hanno imparato ad ascoltare. Il racconto del mito è un ottimo esempio di come l’ascolto sia la via per lasciarsi interrogare».
E la sua seconda isola di coerenza?
«La mia seconda isola di coerenza è il teatro. Da una quindicina di anni organizzo con i ragazzi dei piccoli laboratori teatrali che viviamo durante le ore scolastiche. A seconda delle loro esigenze e delle necessità didattiche, ogni anno dedichiamo qualche ora di lezione alla scelta di una tragedia, alla sua lettura e alla sua analisi, cercando di scavare all’interno del testo, di capire cosa il testo ci dice e di dialogare con esso nella consapevolezza che, nonostante si sia di fronte a un brano di oltre 2500 anni fa, ci sta ancora dicendo qualcosa. Una volta letto e compreso il testo, i ragazzi lo rielaborano, lo mettono in scena fino a creare un vero e proprio spettacolo che ora amano racchiudere in brevi video, così da avere un prodotto del loro lavoro».
Perché tutto questo, secondo lei, è un’isola di coerenza?
«In queste poche ore di lezione che dedichiamo al teatro, c’è una sola regola: non ci sono cose giuste e cose sbagliate. Indipendentemente dalle difficoltà che si possono avere nella materia, queste poche ore sono un’occasione per sentirsi liberi di esprimersi. È un po’ questa la magia del teatro: si entra in un’altra dimensione che permette di parlare di sé attraverso una voce che è di un altro personaggio. Anche chi non recita, può dare il suo contributo attraverso la scrittura del copione, il montaggio dei video e la scelta dei costumi, in modo che ognuno dia il suo contributo sentendosi libero di fare ciò che si sente».
In questo senso, mi pare si possa dire che il teatro diventa un luogo in cui, paradossalmente, si mettono da parte le maschere…
«Il teatro è capace di mettere un filtro che, a sua volta, mette ciascuno a proprio agio. Al netto di un po’ di diffidenza iniziale, il teatro educa il ragazzo al dialogo, all’ascolto e perfino alla scoperta del bello».
Attraverso il teatro, poi, il ragazzo ha occasione di mettersi nei panni dell’altro. Secondo lei, in questo senso, il teatro può essere una via attraverso cui imparare a conoscersi e conoscere l’altro?
«Sicuramente, nella mia esperienza ho notato che il teatro aiuta i ragazzi ad aprirsi. Alle volte, i ragazzi e le ragazze che tendono a non intervenire durante le lezioni, davanti a questo genere di stimoli diventano quasi irriconoscibili, sono pieni di iniziative e ci tengono a mostrare il loro punto di vista. Mi piace pensare che il teatro sia un momento in cui i ragazzi hanno occasione di scoprire la propria voce. Per me, la conquista più grande è il fatto che i ragazzi possano comprendere di essere liberi di far sentire la propria voce, di raccontare, di obiettare, di esprimersi. Se ciò vale in un piccolo esperimento scolastico come il mio, pensiamo alla potenza che può avere il teatro a livello professionale».
Ha detto che il teatro è occasione per i ragazzi di scoprire la propria voce. Secondo lei, i ragazzi sanno quanto è importante far sentire la propria voce?
«Su questo mi chiedo: come fa un ragazzo a sapere di avere qualcosa da dire se nessuno lo stimola? Ancora una volta, ritorno al teatro che può essere uno stimolo preziosissimo per i ragazzi. Penso alla tragedia dell’Alcesti che racconta di una giovane donna che si è sacrificata per amore del marito. In un passaggio, si legge “io amo il tuo amore”. Quando bisogna mettere in scena questo passaggio, è naturale per un ragazzo chiedersi cosa significhi “io amo il tuo amore”, chiedersi cosa significhi amare. Alle volte, si tende a parlare con i ragazzi di temi concreti quali possono essere la scelta dell’università o del lavoro, tralasciando temi centrali come quello dell’affettività. Ecco, quando ti trovi a dover mettere in scena quel passaggio dell’Alcesti, sei costretto a interrogarti su cosa sia l’amore, a chiederti se nell’amore ci sia spazio per il sacrificio o per il compromesso, a comprendere che l’amore deve accendere e non spegnere, come capita in tutti i casi di amore – per così dire – tossico».
Non tutti i ragazzi possono, però, accedere a momenti come quelli che lei racconta. Secondo lei, il teatro o, più in generale, occasioni che educhino al dialogo e all’ascolto dovrebbero essere materia obbligatoria nelle scuole?
«Su questo, mi permetto di raccontarle un’esperienza che ha cambiato il mio modo di pensare. Alcuni anni fa, ho frequentato negli Stati Uniti un laboratorio di Arti Integrate dedicato agli insegnanti delle scuole elementari che ha cambiato il mio approccio al tema: prima di allora ero un’insegnante più tradizionale da questo punto di vista. Ciò detto, ritengo che sia fondamentale inserire nel curriculum scolastico il tema del dialogo. Quotidianamente abbiamo prova del fatto che non si sia educati a questo, quindi, l’idea di educare i ragazzi al dialogo non può che essere positiva sia per loro, sia per il mondo che andranno a costruire».
Che cosa significa educare i ragazzi al dialogo?
«Nell’offrire ai ragazzi occasioni di dialogo, è importante evidenziare come questo sia anche ragionamento. Nel mio caso, il racconto del mito permette ai ragazzi di cimentarsi con l’ascolto, con il ragionamento e, infine, con il dialogo. Su questo, bisogna ricordarsi che il dialogo presuppone il ragionamento, perché senza ragionamento il dialogo è vuoto. Non basta parlare per dialogare. Se non si educano i ragazzi al dialogo a scuola, quando educarli?».
– Cristina dell’Acqua
“In queste poche ore di lezione che dedichiamo al teatro, c’è una sola regola: non ci sono cose giuste e cose sbagliate. Indipendentemente dalle difficoltà che si possono avere nella materia, queste poche ore sono un’occasione per sentirsi liberi di esprimersi. È un po’ questa la magia del teatro: si entra in un’altra dimensione che permette di parlare di sé attraverso una voce che è di un altro personaggio. Anche chi non recita, può dare il suo contributo attraverso la scrittura del copione, il montaggio dei video e la scelta dei costumi, in modo che ognuno dia il suo contributo sentendosi libero di fare ciò che si sente.”