“Una casa contro l’odio“: l’impresa eroica di Guido e Carla
Entriamo in punta di piedi nella bellissima storia di Guido Ucelli di Nemi e Carla Tosi, raccontata da Ugo Savoia, giornalista e scrittore, nel suo libro Dalla parte giusta, Neri Pozza Editore.

persecuzioni naziste.
Chi sono Guido Ucelli di Nemi e Carla Tosi e qual è il loro ruolo nella storia raccontata?
«Sono una coppia dell’alta borghesia milanese della prima metà del secolo scorso, potrebbero essere paragonati oggi ai Bassetti o ai Pirelli. Lei era la figlia di Franco Tosi, uno dei più importanti industriali italiani che già nella prima metà dell’800 aveva fondato la Franco Tosi di Legnano. Lui era un ingegnere originario di Piacenza, che aveva incontrato Carla Tosi e si erano innamorati molto giovani. Si sono sposati nel 1912 e sono andati a vivere in quella casa meravigliosa dove ancora oggi abitano i nipoti e i pronipoti; un ex convento del 1200, un grande chiostro bellissimo, che loro hanno ristrutturato. Potevano permettersi di fare la bella vita, la vita dell’alta società milanese dell’epoca, l’hanno anche fatta: ci sono gli elenchi delle feste e gli appunti dove la signora Tosi elencava le portate delle cene. Lui era un cultore di musica, si esibiva al pianoforte e faceva l’elenco delle opere che venivano suonate durante le feste. La loro casa era frequentata da molti esponenti della borghesia: avvocati, ingegneri, medici, intellettuali, ecc. Quando è stato il momento di scegliere da che parte stare, non hanno esitato neanche un attimo: volevano aiutare chi aveva bisogno di essere protetto, nascosto, finanziato, o aiutato a scappare. Hanno avuto un ruolo importantissimo diventando un punto di riferimento per coloro che erano perseguitati».
In che modo Guido e Carla sfidarono le SS e il regime nazifascista durante la Seconda guerra mondiale?
«Aiutando persone che avevano bisogno di scomparire, le hanno nascoste nella casa di via Cappuccio, nelle soffitte e nelle cantine, finanziando chi di loro aveva bisogno di scappare all’estero. Soprattutto giocando sul fatto che lui era una personalità molto nota e con grandi possibilità anche economiche, riuscivano a favorire gli espatri delle persone perseguitate. Guido Ucelli aveva un ruolo sociale ed era tenuto d’occhio, ma lui e la moglie, entrambi molto cattolici, hanno sfidato il regime e i nazisti quando è stato chiesto loro di dare una mano».

Quali rischi hanno affrontato per aiutare gli amici ebrei?
«Sono stati arrestati e sono finiti in galera tutti e due. Una coppia di ebrei originari di Ferrara, che avevano aiutato nascondendoli in una struttura e finanziando il loro espatrio in Svizzera, è stata tradita dall’autista che li accompagnava e che si era messo d’accordo con i nazisti facendoli così prendere poco prima del confine. Quando hanno catturato la coppia di ebrei li hanno torturati, lui è morto subito, lei è finita in un carcere a Fossoli e nella sua cella hanno messo una detenuta spia che si è conquistata la sua fiducia e si è fatta raccontare come avevano ottenuto i soldi per il viaggio. Il giorno arrivò la polizia nella casa di Guido e Carla chiedendo loro conto di questa cosa e portandoli a San Vittore. Lui è stato torturato e lei dopo alcune settimane di permanenza nel carcere milanese è stata mandata in un campo di concentramento in Germania. Fortunatamente, si riuscì a risolvere la questione, soprattutto grazie alle conoscenze della famiglia e agli aiuti che avevano anche presso il comando tedesco. Per motivi culturali, molti esponenti della Wehrmacht, la forza di difesa delle forze armate tedesche del periodo nazista, avevano avuto contatti con la famiglia Uccelli e li hanno aiutati. Carla Tosi è stata ripresa mezza giornata prima di passare il confine che l’avrebbe condotta in Germania».
Come si viveva a Milano sotto il nazifascismo?
«In un clima di oppressione totale: ci sono i famosi 600 giorni di oppressione nazista su Milano con retate quotidiane, caccia all’ebreo e a chi dava loro una mano. Una situazione di grandissimo terrore: poteva capitare a qualsiasi ora del giorno o della notte che bussassero alla porta e se si era aiutato qualcuno per motivi politici o perché ebreo, si rischiava la galera o di finire in un campo di concentramento».

Quali sono le motivazioni che spinsero i protagonisti a prendere posizione «dalla parte giusta»?
«Avevano entrambi, soprattutto lei, una formazione fortemente cattolica, quindi un rapporto con la propria coscienza molto intenso. Ebbero molti figli e due di loro collaborarono con le Fiamme Verdi, movimento partigiano di ispirazione cattolica, attivo durante la Resistenza italiana. Guido e Carla hanno trovato naturale stare dalla parte di chi aiutava gli altri. Erano loro amici, li hanno visti in difficoltà e hanno trovato naturale dar loro una mano. Per cultura avevano un’apertura mentale molto sviluppata che li ha portati quasi naturalmente a scegliere da che parte stare ed era “la parte giusta”, come si dice».
Come racconta il suo libro il coraggio e la solidarietà in un contesto di oppressione?
«Ho raccontato la storia di una famiglia: mi è bastato mettere insieme i documenti e le testimonianze che ho trovato all’interno del Museo della Scienza e della Tecnica, fondato da Guido Uccelli, che oggi contiene anche il suo archivio e i suoi rapporti con Guglielmo Marconi. Guido Uccelli era in ottimi rapporti con Mussolini, perché era diventato per lui l’eroe del lago di Nemi. Tra la fine degli anni ‘20 e l’inizio degli anni ‘30 con le tecnologie della Riva, che lui guidava, aveva prosciugato il lago facendo riemergere due navi dell’epoca romana di Caligola, reperti archeologici straordinari e Mussolini l’aveva considerato una specie di eroe. Lo nomina così “Conte di Nemi” essendo molto legato all’immagine della Roma Imperiale, agli imperatori e alla grandezza di Roma. Questo ritrovamento aveva dato a Guido Uccelli una grandissima visibilità con il regime di Mussolini e si erano visti abbastanza spesso nel periodo in cui entrarono in vigore le leggi razziali nel ‘38. Il suo principale collaboratore alla Riva era di origine ebrea e Guido scrisse personalmente a Mussolini contestando il fatto di doverlo licenziare. Il segretario particolare del Duce non consegnò mai quella richiesta a Mussolini, quindi, Guido e Carla lo aiutarono a cambiare nome con documenti falsi che fabbricava uno dei loro figli e lo ospitarono nella loro villa di Paraggi, in Liguria, fino alla fine della guerra».
Qual è il messaggio principale che lei vuole trasmettere attraverso questa storia?
«Ho solo incrociato una storia bellissima sulla mia strada, una di quelle storie che hanno un messaggio naturale che si rivela leggendola: capisci che Guido e Carla hanno fatto una cosa giusta: “una cosa buona”».
In che modo la vicenda di Guido Ucelli e Carla Tosi si inserisce nella più ampia storia della Resistenza italiana?
«Di queste storie ce ne sono state tantissime, specialmente nel nord Italia durante la Repubblica di Salò e durante l’occupazione nazista dal settembre ‘43 al 25 aprile ‘45. È una storia di secondo piano che non passa sui libri, perché queste sono vicende troppo piccole per attirare l’attenzione degli storici, ma fanno parte del racconto importante della nostra società. Per trovarle bisogna entrarci dentro e per fortuna io l’ho scoperta per caso e la ritengo sempre molto attuale, ci insegna molto anche oggi».
– Ugo Savoia
“Di queste storie ce ne sono state tantissime, specialmente nel nord Italia durante la Repubblica di Salò e durante l’occupazione nazista dal settembre ‘43 al 25 aprile ‘45. È una storia di secondo piano che non passa sui libri, perché queste sono vicende troppo piccole per attirare l’attenzione degli storici, ma fanno parte del racconto importante della nostra società.“