Christopher Davis-Shannon: l’ukulele tra jazz, storia e anima
È iniziato da pochi giorni il 2025 e vengo accolto in un caldo e accogliente soggiorno dal musicista americano Christopher Davis-Shannon insieme a sua moglie, Natalia de Orellana, Direttrice della Galleria Batsford a Londra ed ex-curatrice al Philadelphia Museum of Art negli Stati Uniti.
Christopher, lei è un importante intellettuale del panorama musicale internazionale. È americano, ma grazie alla sua ricerca ha trovato l’occasione di crescere a Londra, in Inghilterra. Può raccontare chi è al pubblico italiano?
«Provengo da una famiglia di musicisti, come erano anche la mia prozia e mia madre. Ho iniziato a studiare e a suonare la musica classica, prima il violino, poi il clarinetto e all’università mi sono specializzato in contrabbasso. Ho sempre fatto parte di band, variando dal rock agli altri generi, ma la mia vita di musicista è cambiata quando ho conosciuto il jazz. Quello degli anni ’30, noto come Swing Music. È questo il momento che ha segnato la mia formazione intellettuale, il jazz anni ’30 è il genere che ha suscitato il mio interesse da studioso».
Lei è uno dei più importanti studiosi dell’ukulele: da dove proviene il suo interesse per lo strumento?
«Il mio interesse per l’ukulele non nasce nelle aule universitarie, ma è nato grazie alle mie nipotine: volevo insegnare loro come poter imparare il piccolo strumento. Però io vivevo a Philadelphia e loro a New York: eravamo distanti, così ho aperto una pagina Instagram dove facevo lezioni di musica. La pagina è diventata di interesse per moltissime persone e io per primo mi sono appassionato molto a questo strumento che ha una grande importanza nel mondo della musica».
È stato un gesto d’amore nei confronti delle sue nipotine a farla appassionare all’ukulele?
«Esattamente. È andata proprio così. Più insegnavo a loro, più mi appassionavo io allo strumento. Così ho ricercato le tecniche musicali che nel tempo hanno inserito l’ukulele nel jazz e ho iniziato a comporre, anche in collaborazione con altri artisti. È stata una sorpresa anche per me quando il musicista francese Jacques Pellarin mi ha proposto di incidere un disco in collaborazione con lui accogliendo nella sua musica l’ukulele. Il sound del disco è molto anni ’30».
Da quel momento, grazie alle collaborazioni musicali europee lei si è trasferito dagli USA in Europa per seguire una ricerca di studio…
«Sì, il Regno Unito ha molto apprezzato la mia ricerca e poi ho fatto dei concerti a Praga che sono andati molto bene, lo stesso è successo in Germania. Ora il mio obiettivo è farmi conoscere anche negli altri Paesi europei».
Quali sono le sue influenze nel mondo della musica?
«Sono influenzato da ogni genere e da tutta la musica in generale. Sicuramente Stravinskij, Eric Satie e Bach nel mondo classico; Bill Evans e Chet Baker invece mi hanno influenzato nel jazz. Questi musicisti sono, per me, personalità fondamentali. Mi piace molto tradurre tutto quello che questi grandi artisti hanno da dare in termini strumentali. Questo è quello che io faccio».
Quali differenze ha trovato nel panorama musicale degli USA e in quello europeo?
«Negli USA tutta la musica arriva da New Orleans, in Louisiana, la vera “patria del jazz”. Negli USA la musica la studi, come qualsiasi altra forma d’arte, mentre in Europa sento che è più diffusa. Ogni città europea ha una sua tradizione musicale, è molto più denso da voi il panorama. La musica in Italia è diversa da quella che trovo in Germania o in Spagna, e così vale per ogni Paese. Negli USA è un po’ tutto più schematico, anche se il nostro “melting pot” ha permesso lo sviluppo di generi e sperimentazioni culturali che in Europa hanno trovato delle resistenze».
Come legge il panorama musicale in Italia?
«In Italia ho riscontrato una cosa che in nessun altro luogo del mondo ho trovato: un diffuso, appassionato amore per la musica. È un sentimento che riscontro ovunque, in ogni persona. È normale, in Italia, sentire persone che intonano un motivetto in ogni luogo. Negli altri Paesi non è come da voi. Qui in Italia si canta anche per strada e questa cosa la trovo molto bella».
Ha progetti da sviluppare in Italia?
«Sì, la mia ricerca è molto profonda in questo senso. Sono in Europa grazie a un visto rilasciato dal British Arts Council, che mi sponsorizza per la mia ricerca di studio sull’uso dell’ukulele nel mondo jazz. Il Conservatorio Vivaldi di Alessandria, guidato dal professor Giovanni Albini è la prima università italiana che ha prestato attenzione all’uso di questo strumento e ha grande importanza a livello europeo. In Italia ci sono anche i migliori liutai d’Europa: io analizzo lo strumento sotto ogni punto di vista, compresa la sua costruzione».
I liutai sono professionisti che portano avanti una tradizione artigianale che è tipica dell’Italia…
«Proprio così. Uno dei miei ukulele è stato costruito su misura dal liutaio Paolo Bianchi e con materiali scelti appositamente. La costruzione dello strumento è fondamentale per questa mia ricerca, mi appassiona molto questa indagine di studio. I migliori liutai del mondo sono qui in Italia e in Giappone».
La musica, soprattutto il canto, nelle società tribali, è nata come liberazione della sofferenza. La stessa funzione l’aveva per gli schiavi neri che venivano portati nelle piantagioni a coltivare il cotone in America. Che cosa desidera esprimere lei con la sua musica?
«L’origine della musica, nella storia dell’umanità, ha avuto proprio questo ruolo terapeutico. Liberare un canto ha spesso coinciso con il liberare il proprio malessere, oppure celebrare le divinità. La musica, ma penso ogni forma d’arte, ha lo scopo di liberare la nostra anima per alleggerire l’esistenza nostra e quella delle persone che ricevono la nostra arte. Occuparsi di arte ci aiuta a trovare un senso nella vita».
A suo parere, nel nostro presente, quale ruolo avrà la ricerca che lei sta compiendo?
«Comprendere. Gli studiosi, che siano studiosi di musica, letterati, filosofi, esperti d’arte, ecc. hanno il ruolo di portare conoscenza e diffonderla. Mi piace pensare che uno strumento così piccolo, inserito in un contesto così grande e conosciuto in tutto il mondo, come il jazz, possa essere d’aiuto a molti musicisti, ma anche alle persone che hanno una sensibilità artistica per migliorare la loro vita. Perché quando conosciamo e impariamo qualcosa di nuovo, quando scopriamo i retaggi che la storia ci ha trasmesso, sentiamo di appartenere a qualcosa e diventiamo, grazie alla conoscenza, individui migliori».
– Christopher Davis-Shannon
“Più insegnavo a loro, più mi appassionavo io allo strumento. Così ho ricercato le tecniche musicali che nel tempo hanno inserito l’ukulele nel jazz e ho iniziato a comporre, anche in collaborazione con altri artisti. È stata una sorpresa anche per me quando il musicista francese Jacques Pellarin mi ha proposto di incidere un disco in collaborazione con lui accogliendo nella sua musica l’ukulele.”