Io sono stravaganza: la voce che avete rinchiuso
Nessuno scrive più in rima.
Eppure andava un sacco, prima.
Quando la gente, ispirata dal paesaggio
componeva versi fino a mattina.
Io dico: sarà il caso di riprendere?
Contorcere parole come fossero vertebre,
quando la mente rifiuta la prosa muta
e preferisce dar corpo a una poesia vissuta.
Questa, alla lunga, troverà un modo
di far parlar di lei anche coloro
che la ritengono già morta.
Prima sepolta, poi stravolta.
John diceva, quando si svegliava
che non voleva lavorare, così bestemmiava.
Lavandosi il viso, guardandosi allo specchio,
e andava al lavoro sognandosi a letto.
Mentre passava la dogana di Lima
c’era un omino che vicino veniva:
«Serve il passaporto, o la strada si blocca
e fa dietrofront, quella è la porta».
John, con il letto ancora in testa,
pensò bene di metter la sesta.
Passò sopra l’omino, o quel poco che resta.
Di lui mai più si parlò, se a qualcuno interessa.
La scena fu vista da un senzatetto
chiese denaro, per tener la bocca chiusa.
«Bello questo fucile, se ricordo come si usa
si prenderà una scarica in pieno petto».
Lui cadde mesto, senza dolore.
Così cade la gente di poco valore
È così, sola, nella polvere, muore.
Così sola che nessuno ne ricorda il nome.
Arrivò in ufficio in tarda mattinata.
Si mise alla scrivania: aveva tutta la giornata
per far di tutte le pratiche pulizia
e tornare la sera con l’anima serena.
Unico e solo, si sentiva diverso.
Unico vivo, in un ufficio sommerso.
Un ufficio di cadaveri ambulanti e tristi,
pronti a sparlare senza essere visti.
John di questi problemi non se ne faceva
e quando qualcosa non gli piaceva:
un revolver, un coltello, del cianuro prendeva
e chi in mezzo si metteva non vedeva la sera.
«Non può essere vero! Allora è un mostro!»
Signori, per cortesia, restate al vostro posto
Non può darsi che esser sfacciati sia
un modo per viver come in poesia?
Pensate: è vero, forse manca magia,
e del sangue non si può far mica narrazione.
La gente rifugge, rifiuta, nasconde,
la macabra ossessione per macabre fronde.
«Non ci hai convinti! Vogliamo un finale diverso!»
Va bene, va bene, adesso arriva il resto:
John accese la macchina, faceva presto
Voleva mangiare fajitas e rimettersi a letto
Ma mentre tornava, lì su per le Ande,
il cielo si chiude, il sole nasconde,
e l’unica luce che illumina la via
è la fredda sirena della polizia.
John si ferma. È confuso, perplesso:
«Signor Ramirez, la dichiaro in arresto!
Per l’omicidio di una lunga schiera
di poveri cristi, di anime in pena».
«Agente, si sbaglia. Quello che ho fatto
non è altro che guidare distratto.
Forse correvo con fin troppa lena,
ma chi non lo fa, quando si fa sera?»
«Ramirez, guardi, fermi le parole.
Non sprechi più fiato, abbiamo le prove.
Casa sua abbiamo perquisito
si cerchi un avvocato, perché lei è finito».
Velocemente si arrivò in tribunale.
Tutto era confuso, pareva irreale,
l’accusa parlava con tono teatrale:
«È un mostro, un criminale: gettate la chiave!»
Venne il turno della sua difesa:
parlava con voce roca, si era già arresa.
John lo percepì e cominciò a gridare:
«Con me nessuno soffre! Non faccio del male!»
Il giudice rispose con parole quasi oneste:
«Guardi, Ramirez, la posso anche capire,
ma non può risolver così certe beghe,
siamo in una società civile!
La condanno a una cella senza finestre
per tutta la vita, come si deve».
E John? Beh, fu felice di vedere,
entrando in cella e guardandola bene
Che anche se bianca, spoglia e senza tetto,
Poteva dormire in un comodo letto.
– Riccardo Russo
“E John? Beh, fu felice di vedere /entrando in cella e guardandola bene/ Che anche se bianca, spoglia e senza tetto /Poteva dormire in un comodo letto.“