Una mano dove c’è il vuoto: vedere davvero la disuguaglianza
Le disuguaglianze impregnano la nostra quotidianità e lo hanno sempre fatto. Il problema, a mio parere, risiede sia nella loro stessa presenza, ma anche e soprattutto in come le guardiamo, come decidiamo di porci davanti ad esse. Per questo, quando penso alla parola disuguaglianza, di rimando mi avvicino spesso a quella di inclusione.
Le disuguaglianze a cui faccio riferimento possono essere economiche, sociali, culturali, di genere, e queste sono solo la punta di un iceberg molto più profondo. Per ogni macro-area nominata, ci sono delle micro-aree che non vengono tenute spesso in considerazione, che vengono dimenticate o date per scontate e che quindi non sono viste come disuguaglianze, ma come aspetti normalizzati di cui tendenzialmente non ci si preoccupa.
Per portare un esempio concreto, attingo alla mia esperienza personale come sorella di un ragazzo con disabilità. La disuguaglianza che vive e che porta mio fratello abbraccia più contesti: sicuramente sociale, ma anche economica e culturale. La maggioranza delle persone che ho incontrato fin da piccola, o con cui si è interfacciata la mia famiglia, credo che non pensi a quante sfaccettature possa riscontrare una persona che è portatrice di una disuguaglianza.
Quando parliamo di disuguaglianze, in questo caso di disabilità, non possiamo non tenere in conto gli innumerevoli aspetti di fatica che possono essere legati sia alle barriere architettoniche, che, e soprattutto, a quelle sociali e di conseguenza della salute fisica e psichica dell’individuo.
Fin da bambina mi è capitato spesso che fare alcune cose, come andare a casa di un’amica, o scegliere di uscire a fare una passeggiata quando mi andava di farlo, fossero per me fonte di preoccupazione. Mio fratello, per fare le stesse cose, aveva esattamente due opzioni – che sono le stesse anche oggi: o rinunciare, oppure dipendere da qualcun altro, anche nei momenti in cui non desiderava la presenza di una figura di riferimento.

Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.
Le motivazioni possono e potevano essere sia fisiche (non può arrivare con i mezzi), sia psichiche e organizzative (se i miei genitori erano impegnati o stanchi, quell’impegno saltava). Le conseguenze sono, anche qui, multifattoriali: se non puoi fare un’esperienza che ti appaga o desideri, ti scoraggi, diventi triste, e magari ci rinunci a priori, entrando in loop di evitamento e senso di colpa che può peggiorare alla lunga la salute psichica.
Dall’altro lato, meno esperienze fai (soprattutto a livello sociale), meno apprenderai come stare in relazione, meno starai in relazione, meno imparerai a conoscerti e meno svilupperai abilità per stare meglio al mondo. E aggiungerei: meno hai abilità, più le disuguaglianze si accentuano e, in una società individualista come la nostra, sarai lasciato indietro.
Per questo ritengo che sia importante, quando ci interroghiamo su questo tema, porre attenzione ai dettagli. Non possiamo cambiare il mondo immaginando di apportare un cambiamento radicale e immediato, ma possiamo prenderci cura dei piccoli aspetti della quotidianità di una persona svantaggiata, qualunque sia lo svantaggio che porta con sé.
Ritengo che sia importante riflettere su chi siamo, su quali privilegi possediamo, ma soprattutto è fondamentale fare rete. Per rete intendo la capacità di cambiare prospettiva, allungare una mano dove c’è vuoto intorno, modificare il nostro comportamento affinché ognuno possa sentirsi parte integrante del mondo.
– Alice Vichi
“Fin da bambina mi è capitato spesso che fare alcune cose, come andare a casa di un’amica, o scegliere di uscire a fare una passeggiata quando mi andava di farlo, fossero per me fonte di preoccupazione. Mio fratello, per fare le stesse cose, aveva esattamente due opzioni – che sono le stesse anche oggi: o rinunciare, oppure dipendere da qualcun altro, anche nei momenti in cui non desiderava la presenza di una figura di riferimento.”