L’economia buona e la speranza possibile nell’epoca del risentimento: intervista al premio Nobel Paul Robin Krugman
New York. Trovare speranza anche nell’epoca del risentimento è il titolo dell’ultimo articolo di Paul Krugman, premio Nobel 2008 per l’economia, e rappresenta l’addio al New York Times dopo vent’anni, per passare alla piattaforma Substack. L’articolo è una sintesi del suo pensiero in questi mesi di allargamento dei conflitti economici e armati e delle ricadute di questi sulle disuguaglianze, sulle vite umane e su ricchezza e reddito. Krugman, 73 anni, non va dove tira il vento: è da tempo schierato contro «il governo dei peggiori» di Washington. È un macro-economista e descrive con passione civile, non solo da accademico, le conseguenze degli scontri che si moltiplicano, tra cui quella degli Stati Uniti con l’Iran, una battaglia violenta: quella tra le forze dell’inclusione, i commerci pacifici, gli scambi tecnologici e quelle di resistenza che moltiplicano i conflitti armati, con la ritirata degli impegni sul clima e l’impatto negativo sulle persone.
Oggi Krugman, già professore a Stanford e Princeton, ha un ufficio alla City University of New York’s Graduate Center sulla Quinta Avenue, presso lo Stone Center on Socio-Economic Inequality. Il Nobel lavora e insegna qui insieme a un gruppo di colleghi, tra cui Branko Milanovic, inventore della «curva dell’elefante», il grafico a forma di elefante che più di tutti è stato identificato come la fotografia degli effetti della globalizzazione. Si pensa al futuro positivo dell’economia, a una via di uscita con il rilancio della cooperazione e dell’allargamento dell’accesso alle opportunità di sviluppo. L’obiettivo è far diventare più forti i più deboli del pianeta che non solo resta giusto moralmente, ma è nell’interesse della crescita di tutti.
Professor Krugman, che cosa resta in politica economica del movimento verso l’uguaglianza: standard di vita più elevati, valori universali e stato di diritto internazionale, che ha costituito il pilastro, da secoli, della civiltà occidentale?
«È il momento economico e politico più difficile dal 1945 e riguarda tutti i Paesi, in prima fila l’Europa e non solo gli Stati Uniti, dove si vuole ridurre la democrazia a un guscio vuoto e i rapporti con il resto del mondo a uno scontro permanente di potere. È vero comunque, pare il momento in cui ognuno comincia a lottare solo per sé ed è in competizione con tutti gli altri, chi è più forte usa la sua forza per esserlo ancora di più. Al contrario, avevamo in gran parte sviluppato – dopo la seconda guerra mondiale e con il contributo fondamentale degli Stati Uniti e dell’Europa – una politica economica e una pratica politica di compromesso con l’obbligo morale per chi è più potente, i ceti più agiati, i governi democratici, di farsi carico insieme del bene di chi è più debole, portando il maggior numero di persone verso il benessere. Non solo per beneficenza, ma perché è economicamente utile includere nuovo potenziale umano nella fabbrica sociale. Avevamo stabilito che gli Stati – ovvero tutti noi – si facevano carico di curare con istituzioni multinazionali i malati che non possono farlo da soli, di istruire gli ignoranti, di proteggere i poveri che non hanno cibo e acqua. Abbiamo approvato leggi nazionali costruite sul consenso collettivo, che imponevano ai privilegiati di fare sacrifici a tutela dei danneggiati e di evitare le guerre con l’intervento della diplomazia».

Illustrato da Chiara Bosna.
Chi è responsabile e dove è cominciato, nel mondo, questo rovesciamento, in economia e in politica, di valori e principi di cooperazione, che sembravano consolidati e invece si stanno erodendo?
«La saldatura di tanti interessi economici e propagande politiche hanno provocato un arretramento nella coscienza civile individuale e collettiva: in Asia e in Europa Stati autoritari e totalitari, dove i diritti civili sono sempre calpestati, fanno parte del fronte della resistenza all’inclusione e manovrano le leve economiche. Alcuni settori del capitalismo monopolista occidentale che puntano solo sul mercato selvaggio, un tempo erano i grandi speculatori della finanza e oggi si sono uniti a loro i baroni tecnologici che hanno accumulato enormi ricchezze. Queste spinte sono dirette a conquistare potere a qualunque costo, ignorando leggi già sottoscritte a livello nazionale e internazionale. Vengono così travolte le istituzioni multilaterali della collaborazione e tornano ad allargarsi le disuguaglianze, non solo di reddito, che in parte si erano ridotte nel secolo scorso».
Professor Krugman, quali sono le conseguenze di questi conflitti di potere?
«La continua instabilità economica e finanziaria che mette in difficoltà le forze dell’inclusione economica e sociale e i ceti meno forti. Sono alte le probabilità di una recessione globale, la situazione in Cina è molto complicata. C’erano già guerre in Ucraina e nel medio Oriente. Ora è arrivato l’Iran. Tuttavia l’accelerazione è avvenuta quando il governo americano ha imposto tariffe e dazi indiscriminati sui beni prodotti ed esportati da centinaia di Paesi, con l’obiettivo politico di ridefinire l’ordine economico e politico mondiale. Questo atto è stato un punto di rottura. È stato distrutto l’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio conosciuto come AGTC o GATT, per regolare i commerci, firmato il 30 ottobre 1947 a Ginevra, in Svizzera, da 23 Paesi. Il contraccolpo sui mercati è stato negativo, il business si è paralizzato e ha cominciato ad infierire su noi consumatori con l’impennata dei prezzi. Un fatto nuovo, perché l’America è stata sempre considerata un Paese che porta stabilità, dove si rispettano le leggi, con un nocciolo di politiche economiche non partigiane. Il vero costo di lungo periodo di questa situazione è la perdita di credibilità e attrattività, soprattutto degli Stati Uniti, che negli ultimi anni – grazie a un aumento di produttività e a un progresso tecnologico senza pari – erano stati una calamita per gli investimenti esteri».
Secondo lei, ci sono rimedi possibili a questa situazione, a partire dagli Stati Uniti?
«Ho già sostenuto che c’è un modo per venir fuori dalla sgradevole collocazione nella quale siamo finiti. Quello che credo è che mentre il risentimento può portare al potere le persone sbagliate, nel lungo periodo non può mantenercele. Il governo degli Stati Uniti si presenta oggi come potenza solitaria, che si disfa d’incanto di ogni dovere verso gli alleati di un tempo, ad esempio mostrando ostilità con l’Europa perché non c’è più fiducia nella collaborazione economica e politica che sin qui ha portato grandi vantaggi ad entrambe le componenti dell’alleanza. Ma, in realtà, questa situazione può anche provocare una reazione in senso opposto, cioè a un futuro rafforzamento delle forze dell’inclusione. L’America che conosciamo da sempre, quella dei diritti civili e della cooperazione mondiale, c’è ancora per la caparbietà dei cittadini che sono già scesi a milioni in piazza insieme ad alcuni politici locali e nazionali, per riprendere a collaborare con gli avversari, per rifiutare la violenza e l’autoritarismo del governo. L’economia buona vuol dire ricominciare a fare cose buone per migliorare la vita delle persone, la premessa per ricostruire la fiducia pubblica nelle istituzioni democratiche, nel mercato, nelle imprese: in questa ripresa di collaborazione sta il futuro dell’economia e della democrazia, due elementi stretti da un legame molto forte. Gli strumenti ci sono: in questi anni si è ignorata tutta la storia dei progressi iniziati negli anni trenta del secolo scorso con il New Deal, il piano del Presidente Franklin Delano Roosevelt che ha fatto ripartire l’America e l’Occidente dopo una tremenda crisi economica pagata da milioni di cittadini con la disoccupazione e la povertà. Quindi va discussa con forza, dai politici e da noi accademici, una premessa: negli anni più recenti si è diffusa la sensazione che non ci fosse più bisogno di far progredire il sistema sociale, da un lato e dall’altro la convinzione che da maggiori poteri, quelli delle grandi potenze mondiali, non derivassero maggiori responsabilità. Falso, è vero il contrario: chi gestisce il potere ha più responsabilità e si va avanti solo insieme».
– Robin Krugman
“Il governo degli Stati Uniti si presenta oggi come potenza solitaria, che si disfa d’incanto di ogni dovere verso gli alleati di un tempo, ad esempio mostrando ostilità con l’Europa perché non c’è più fiducia nella collaborazione economica e politica che sin qui ha portato grandi vantaggi ad entrambe le componenti dell’alleanza. Ma, in realtà, questa situazione può anche provocare una reazione in senso opposto, cioè a un futuro rafforzamento delle forze dell’inclusione. L’America che conosciamo da sempre, quella dei diritti civili e della cooperazione mondiale, c’è ancora per la caparbietà dei cittadini che sono già scesi a milioni in piazza insieme ad alcuni politici locali e nazionali, per riprendere a collaborare con gli avversari, per rifiutare la violenza e l’autoritarismo del governo.“