Restare, fare, ascoltare: la rivoluzione silenziosa della Fondazione Baggi Sisini
Negli ultimi mesi ho incontrato diversi Enti del Terzo Settore. Alcuni li ho solo incrociati, altri li ho davvero ascoltati. E tra questi, ce ne sono alcuni che mi sono rimasti addosso. Non tanto per la grandezza o per i numeri, ma per il coraggio di lavorare nei territori e nelle aree vicine, a livello geografico e affettivo, a piccoli ma significativi passi. In questi luoghi, quando a prendere l’iniziativa è una famiglia, non un’impresa, un partito o un’istituzione, allora il messaggio cambia. È una scelta che ha il sapore della cura. È quello che ho pensato ascoltando Francesca Maria Giannotti, responsabile della Fondazione Baggi Sisini, mentre mi raccontava con semplicità e determinazione di cosa si occupano.
La Fondazione Baggi Sisini, nata a Milano nel 2021, promuove «collaborazioni solidali» nei campi della formazione, ricerca scientifica e nel sostegno a progetti di formazione all’estero. Opera tra Milano e Sassari, con progetti culturali, educativi e sociali inclusivi. Sostiene anche iniziative in Africa e collabora con enti come Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri (SIAM1838), Museo Poldi Pezzoli e l’Università degli Studi di Milano.
Siamo partiti, Francesca ed io, da una parola chiave: fare. Fare nel senso più profondo, come strumento per prendersi cura del proprio territorio e delle persone che lo abitano. Una visione che non ha a che fare con l’assistenzialismo, ma con la responsabilità.
È incredibile come alcune famiglie riescano a costruire strumenti complessi come Fondazioni, non per tornaconto personale, ma per non lasciare sole le comunità e per essere un concreto supporto alla società. E quando lo fanno, si aprono possibilità nuove di formazione, di inserimento lavorativo, di dignità. Certo, portare avanti una Fondazione è tutto fuorché semplice. Vuol dire muoversi tra enti, ascoltare, mediare, progettare, avere pazienza.
Un tassello fondamentale, oggi più che mai, è la formazione. Le aziende chiedono competenze sempre più specifiche, ma chi vive in zone marginali spesso non ha gli strumenti per reggere il passo, o per sviluppare le competenze necessarie, o mancano quelle più basiche.
Un esempio che mi ha colpito è il lavoro nelle carceri: la Fondazione Baggi Sisini porta dentro questi luoghi corsi legati ai mestieri tradizionali più richiesti e corsi per apprendere mestieri manuali, dove il risultato lo vedi subito, lo tocchi con mano.
E in quel gesto — nel poter fare — c’è già una forma di riscatto.
Poi c’è la scuola, dove la Fondazione interviene per restituire ai ragazzi qualcosa che spesso manca: la consapevolezza di avere una responsabilità verso sé stessi e verso gli altri.
In questo tempo è importante, se non fondamentale, creare spazi educativi alternativi, in cui i ragazzi possano trovare più punti di riferimento, e sentirsi liberi di esprimersi in luoghi sicuri. Lo dimostra la collaborazione con il Museo Poldi Pezzoli, dove si sperimenta un modo diverso di vivere la cultura: laboratori, esperienze, tempo di qualità condiviso.
Non solo per imparare, ma per stare insieme, per sentirsi parte.
Le Fondazioni, quando funzionano, sono come reti: larghe, accoglienti, attente a non lasciare fuori nessuno. E in un mondo che spesso esclude, questa attenzione ha un valore enorme.
Lo si vede bene nella PoliSS di Sassari, dove la Fondazione prova a costruire un dialogo tra chi c’è da sempre e chi è appena arrivato. Un progetto che nascerà nel corso dell’anno per coinvolgere in laboratori di autocostruzione ragazzi del territorio sardo, per costruire insieme un luogo per una comunità più inclusiva, più viva, più vera.
E poi c’è tutto quello che non si vede a colpo d’occhio, ma che fa la differenza: la Fondazione sostiene anche progetti all’estero, portando questa stessa visione oltre i confini; sostiene la ricerca, perché senza conoscenza non c’è futuro.
È un lavoro silenzioso, ma costante, presente. E in un tempo che premia la velocità, scegliere di restare, di fare bene le cose, di ascoltare chi non ha voce è forse il gesto più rivoluzionario che ci sia.
– Marwan Chaibi
“In questo tempo è importante, se non fondamentale, creare spazi educativi alternativi, in cui i ragazzi possano trovare più punti di riferimento, e sentirsi liberi di esprimersi in luoghi sicuri. Lo dimostra la collaborazione con il Museo Poldi Pezzoli, dove si sperimenta un modo diverso di vivere la cultura: laboratori, esperienze, tempo di qualità condiviso. Non solo per imparare, ma per stare insieme, per sentirsi parte.“