Paolo Borsellino e l’intervista impossibile: “La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari”
Seduto dietro alla sua scrivania, dietro il fumo di un’immancabile sigaretta, scorgo Paolo Borsellino. Mi osserva, attento e curioso, e accomodata su una morbida poltrona, inizio a porgli le mie domande...

magistrato. Considerato una delle personalità più importanti e prestigiose nella lotta
alla mafia in Italia e a livello internazionale. Vittima di Cosa nostra nella strage di via
D’Amelio assieme agli agenti della sua scorta.
Dottor Borsellino, quali sono le principali sfide da lei affrontate nella lotta alla mafia?
«Quando, alla fine del ’79, ho cominciato a lavorare contro la mafia, il magistrato Rocco Chinnici ebbe un’intuizione geniale: per combattere un fenomeno complesso come la mafia bisogna formare un gruppo di specialisti. Così chiamò Giovanni Falcone, il sottoscritto, il magistrato Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, costituendo quello che sarà il primo pool antimafia. Prima di allora a Palermo si facevano processi-farsa che si concludevano sempre con la stessa formula: assoluzione per insufficienza di prove. I Corleonesi, non avendo in quegli anni ancora una forte rappresentanza nel governo centrale di Cosa nostra, avevano già avviato una politica di omicidi mafiosi. Nel ‘79 uccidono il giornalista Mario Francese, a seguire il capo della squadra mobile Boris Giuliano, il segretario della Democrazia Cristiana Michele Reina, poi il giudice Terranova e il presidente della regione Piersanti Mattarella. Veniamo così sbalzati in un vero e proprio fronte di fuoco: comincia la guerra di mafia che fa morti ogni giorno. La città di Palermo non aiuta: troviamo ostacoli in ogni dove, ci prendono in giro considerandoci dei pazzi, sostenendo che la mafia non esiste, è un’invenzione dei comunisti».
Che influenza ha avuto su di lei l’amicizia con Giovanni Falcone?
«È stata fondamentale: ci conoscevamo da ragazzini, cresciuti nello stesso quartiere e frequentato l’Università insieme. Lui è sempre stato un passo avanti rispetto a me, mi ha influenzato molto perché sapevo di avere come compagno di squadra un vero fuoriclasse. Stavamo benissimo insieme, ci capivamo al volo e pur lavorando su cose serie e complicate, trovavamo spesso il modo di scherzare, di rendere le nostre giornate meno pesanti».
Lei come ha reagito alle minacce subito dopo l’attentato al giudice Falcone?
«Quando Giovanni è morto sono andato nella camera mortuaria e gli ho parlato: sapevo che sarebbe toccato a me e gli dicevo che non avevo tempo da perdere, era una vera corsa contro il tempo per arrivare alla verità prima di essere fermato. Intuivo che mi avrebbero ucciso, ma che non sarebbe stata una vendetta di mafia, perché la mafia non si vendica. Pensavo che sarebbero stati mafiosi gli esecutori, ma coloro che volevano la mia morte non erano mafiosi. Falcone, ai tempi del fallito attentato, quando parlò di menti raffinatissime, non si riferiva certo al terrorista Totò Riina o a Bernardo Provenzano. Non avevo paura di morire, pensavo al dolore di lasciare la mia famiglia».

Ottanta ai processi più delicati dell’ultimo quarto di secolo, compresi quelli per le stragi di Capaci e via D’Amelio. Autore dei libri Cose loro (Novantacento, 2008), Mafia. I giorni della speranza (Di Girolamo, 2010).
Perché l’attentato di via D’Amelio è considerato un punto di svolta nella lotta alla mafia?
«Perché replica un fatto come l’attentato di Capaci che azzera l’antimafia e tutto il lavoro fatto fino a quel momento. Ma la lotta continua, arrivano altri magistrati, si va avanti e si capisce che la mafia ha alzato il tiro. La mafia ha compiuto direttamente gli attentati, ma non sono sicuro che la regia sia stata sua soltanto: credo che siano stragi volute da una parte del potere politico con il coinvolgimento di apparati dello Stato».
Cosa pensa delle commemorazioni per mantenere viva la sua memoria?
«Palermo è una città abituata alle passerelle, che ci siano le commemorazioni va bene, ma che non siano presenziate da personaggi impresentabili, com’è successo recentemente per la strage di Capaci, o per il 19 luglio, con la commemorazione di via D’Amelio. Questi luoghi sono diventati, nostro malgrado, dei sacrali dell’antimafia. Non solo Capaci o via D’Amelio, ma aggiungerei anche via Pipitone Federico, dove è morto il nostro capo Rocco Chinnici che meriterebbe una commemorazione come tutte le altre, perché è lui che ha inventato il pool antimafia, fu il primo a morire con un’autobomba a Palermo e il 29 luglio non ci sarà nulla per ricordarlo».
Che insegnamenti possiamo trarre dal suo impegno per combattere l’illegalità?
«Palermo è una città difficile, mi ha fatto male sentire le parole del procuratore della città Maurizio de Lucia, che dice una cosa condivisibile: parla di una Palermo dove non c’è più la mafia di una volta, quella che noi abbiamo combattuto, portato a una sbarra con un maxiprocesso e fatta condannare in blocco. Questo però non vuol dire che la mafia non ci sia più, a Palermo c’è ancora tanta voglia di mafia ed è una mafia paradossalmente senza mafiosi; la politica siciliana oggi è influenzata da figure come Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri, entrambi condannati per reati legati alla mafia. Non ci sono più i morti ammazzati degli anni ‘80, ma Palermo, negli strati popolari e nelle periferie, rimane la città che è sempre stata: sensibile al fascino perverso del sentire mafioso, esattamente come accadeva cinquant’anni fa. Questo è terribile per me che avevo tanta fiducia nei giovani, speravo potessero far crescere questa città e invece ho visto tanti di loro, le più belle intelligenze, andare via da Palermo. Sono rimasti i picciotti delle borgate che continuano a esercitare la loro pressione sui commercianti, a chiedere il pizzo, anche se non siamo ai livelli degli anni ‘80 quando era davvero l’inferno».

psicosomatica, specializzata in alimentazione, cronista del Bullone
Come possono la società e lo Stato intervenire per contrastare la mafia e sostenere le sue vittime?
«La mafia è un problema culturale, come diceva lo scrittore Gesualdo Bufalino: “la mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari”, cioè con la formazione e l’educazione. Purtroppo però non è così, perché in realtà c’è una Sicilia ancora profondamente arretrata, con un bagaglio culturale carente. Se la politica è ancora nelle mani di due condannati per mafia, come possiamo pensare che questa terra possa risorgere?»
«I giovani, la mia speranza»: all’esame di maturità, questa sua frase è tornata a risuonare. In che modo i giovani rappresentano una speranza?
«Rispettando le regole, ma a Palermo purtroppo le regole non le rispettano i giovani e neanche i meno giovani: vengono calpestate regolarmente. Può sembrare una banalità, ma in questa città non si fa ancora la raccolta differenziata. È un segnale di disinteresse che ci dice qualcosa. I mezzi pubblici non funzionano, la città è sporca, la gente fa quello che vuole, non c’è nessuno che tuteli la persona, e i giovani cosa possono fare? Scappano via».
Qual è il ruolo delle nuove generazioni nella lotta alla mafia e come può l’educazione civica formare cittadini consapevoli?
«C’è una minoranza che non si arrende, ma è solo una minoranza, il resto della città è assolutamente apatico. La percezione che si ha vivendo a Palermo è di indifferenza totale, se un cittadino fa notare qualcosa che non funziona gli viene risposto con una scrollata di spalle. Con questi presupposti, come si può pensare di trasformare Palermo in una città “normale”? È bello sperarlo, ma per ora non è così».
– Paolo Borsellino
“La mafia è un problema culturale, come diceva lo scrittore Gesualdo Bufalino: “la mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari”, cioè con la formazione e l’educazione. Purtroppo però non è così, perché in realtà c’è una Sicilia ancora profondamente arretrata, con un bagaglio culturale carente. Se la politica è ancora nelle mani di due condannati per mafia, come possiamo pensare che questa terra possa risorgere?“