Animenta con voi – Il DCA non si lascia a casa, ti segue sempre e cammina con te

Autori:
La B.Liver Cristina racconta quanto un DCA possa essere silenzioso, ma presente anche nel contesto lavorativo. Si fa largo, sempre di più, necessità di un ascolto attivo, rispetto e una cultura del benessere reale: il corpo è presenza, non performance.
"Ma un Disturbo Alimentare può indossare tacchi, giacca e anche il badge aziendale. Può firmare report perfetti, mentre dentro imperversa una guerra invisibile". Immagine realizzata con Sistema di Intelligenza Artificiale Bing Image Creator

Pausa pranzo: DCA e lavoro, la guerra invisibile

È mezzogiorno. La mensa si riempie. Risate, forchette, chiacchiere leggere. Tu entri con lo stomaco chiuso e la testa affollata. Scegli il posto in fondo. Se prendi solo un caffè, ti guardano. Se mangi troppo poco, commentano. Se mangi ciò che consideri troppo, ti giudichi da sola.

I Disturbi del Comportamento Alimentare non si lasciano a casa: ti seguono in ufficio, si siedono accanto a te, s’insinuano tra i task e le pause pranzo. Li camuffi con l’efficienza, li copri con un sorriso, ma dentro si fanno sentire. Sempre.

Il lavoro pretende concentrazione, lucidità, adattamento. Ma con un DCA anche il più banale gesto – un pranzo condiviso, uno specchio in bagno, una videocall con la fotocamera accesa – diventa miccia. Il corpo diventa nemico o armatura. Entrambi ingombranti.

E poi c’è la performance. Chi lotta con un Disturbo Alimentare non è «meno capace», ma probabilmente più stanco. Ogni mattina vince una guerra invisibile prima ancora di entrare nel luogo di lavoro; e questo, spesso, nessuno lo sa.

Il problema? Il silenzio. La vergogna. L’idea che «se non si vede, non esiste». Ma un Disturbo Alimentare può indossare tacchi, giacca e anche il badge aziendale. Può firmare report perfetti, mentre dentro imperversa una guerra invisibile.

Ecco perché è necessaria una cultura, sui disturbi della mente e sui Disturbi Alimentari. Serve che i datori di lavoro sappiano riconoscere, serve che i colleghi sappiano ascoltare. Serve che il concetto di «ambiente sicuro» smetta di essere una frase da policy interna e diventi una realtà concreta. Non si tratta di offrire soluzioni: si tratta di non alimentare il mostro.

Un pasto in pausa pranzo può essere una tregua, ma anche una trappola. Una videocamera accesa può essere un fastidio, o un trauma. Un commento banale può scavare come una lama, nel silenzio generale. La soluzione è semplice e complessa insieme: parlare e parlarne. Con delicatezza. Con presenza. Con rispetto. È necessario imparare a normalizzare la fragilità, legittimare la fatica, togliere vergogna alle richieste di aiuto, anche sul luogo di lavoro. Questo perché un ambiente che accoglie non solo si muove eticamente, ma è anche produttivo. Il benessere mentale non può più essere un benefit, ma una base.

E ogni lavoratore merita un luogo in cui sentirsi corpo, sì. Ma anche persona.

– Cristina Procida

“Ecco perché è necessaria una cultura, sui disturbi della mente e sui Disturbi Alimentari. Serve che i datori di lavoro sappiano riconoscere, serve che i colleghi sappiano ascoltare. Serve che il concetto di «ambiente sicuro» smetta di essere una frase da policy interna e diventi una realtà concreta. Non si tratta di offrire soluzioni: si tratta di non alimentare il mostro.”

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