Pensieri sconnessi: Felice Angeloni alla Casa Bianca

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Invitato alla Casa Bianca, Felice Angeloni affronta Donald Duck: il leader, ostile verso i deboli, si rivela in realtà fragile. Un incontro surreale in cui la bontà diventa l’arma più potente.
"Poi l’ormone aveva sentenziato: «Voi del Bullone non ci piacete». Felice era rimasto perplesso: «Come fa a conoscerci?», aveva pensato, ma aveva chiesto: «Perché?» «Siete troppo buoni con i ragazzi, con i malati, con i sofferenti». «Che fastidio le danno?», aveva chiesto a Mister Duck che lo scrutava arcinio. «Vi occupate di persone che non rendono. Costano e non rendono». Poi, dopo una pausa ad effetto, aveva ripreso: «Si rende conto, Mr. Angeloni, che lei è un cattivo esempio e va eliminato?»" Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Felice alla Casa Bianca: quando la bontà spiazza il potere

Donald Duck aveva chiesto di lui per un incontro alla Casa Bianca. Né Felice Angeloni né nessun altro sapevano il perché, però Felice, non tanto felice, aveva accettato.

Quindi aveva preso spazzolino, una camicia pulita, una cravatta regimental e un paio di Church di suo papà e si era messo in viaggio verso quella nazione che era stata il suo faro da bambino e che ora, da adulto, vedeva sprofondare nel buio.

Alla dogana non gli avevano fatto storie: lui non aveva internet, social media e fedi politiche. Aveva prenotato in un piccolo hotel vicino al Campidoglio e si era accordato con la security della Casa Bianca per un orario dell’indomani.

Era solo, uno zainetto, l’iPad e un libro di Puškin (che nel dubbio aveva lasciato in camera).

Si era chiesto il motivo dell’invito, ma non l’aveva trovato. Si era fatto qualche domanda sulla sua “fedina penale”, ma al di là di personali convinzioni, non aveva individuato colpe per un giro ad Alcatraz. Quindi con il suo solito sorriso aperto e fiducioso si era presentato alla residenza presidenziale.

Al grande tavolo rotondo erano in una dozzina. Facce sconosciute a Felice che non seguiva la politica, non aveva la TV e leggeva solo libri e Il Bullone. Aveva salutato tutti sorridendo con qualche frase conviviale e aveva ottenuto musi duri e monosillabi.Allora si era versato un bicchiere d’acqua e aveva atteso.

Poi era arrivato lui: monopetto, viso burbero, mosse autoritarie. Felice si era alzato, aveva teso la mano, ma aveva preso un pugno di mosche. Si erano guardati: il suo volto aperto e l’altro volto chiuso.

Poi l’ormone aveva sentenziato: «Voi del Bullone non ci piacete».
Felice era rimasto perplesso: «Come fa a conoscerci?», aveva pensato, ma aveva chiesto: «Perché?»
«Siete troppo buoni con i ragazzi, con i malati, con i sofferenti».
«Che fastidio le danno?», aveva chiesto a Mister Duck che lo scrutava arcinio.
«Vi occupate di persone che non rendono. Costano e non rendono».
Poi, dopo una pausa ad effetto, aveva ripreso: «Si rende conto, Mr. Angeloni, che lei è un cattivo esempio e va eliminato?»

«Lei è mai stato ragazzo? È mai stato malato? Non pensa che prima o poi sarà anziano, fragile, bisognoso di cure?», aveva risposto Felice.
«Io ora sono ricco e potente e posso avere tutto ciò che voglio».

Felice era rimasto un attimo in silenzio e poi aveva domandato: «Però prima o poi morirà e sarà misero e anche lei senza denaro».
Il Presidente aveva fatto una faccia infastidita, si era toccato gli enormi attributi, secondi solo a quelli di Benito e del Bossi, e aveva risposto: «E lei cosa consiglia?»
«Venga a una riunione di redazione del Bullone. L’ospitiamo volentieri».
«Quanto costa partecipare?»
«È tutto gratuito».

Allora il capo della Casa Bianca si era rivolto ai suoi collaboratori e aveva iniziato a parlare, poi a discutere e infine a urlare.
Felice assisteva senza comprendere. Poi era calato il silenzio e si era sentito toccare i piedi.
Imbarazzato aveva sbirciato sotto alla tavola e aveva visto il piedone di Duck fargli piedino. Lui aveva fatto finta di niente.

Poi il Donald nazionale gli aveva chiesto: «Mi ospita lei?»
«Io ho una casa semplice e un solo letto. Non credo che ci staremmo in due».
«Ma io dormo come un angioletto», gli aveva risposto l’uomo potente sbattendo le prestanti ciglia.

Felice aveva pensato a una soluzione diversa, ma aveva fatto un cenno d’assenso con la testa e allora il grand’uomo era saltato sul tavolo, rosso in viso come la sua cravatta, e l’aveva stretto forte mugolando:
«I am so alone… Nobody loves me… Please Felice kiss me!».

Felice aveva accennato a un abbraccio imbarazzato, mentre il presidente in preda a singhiozzi mugolava:
«Please Felice, please, please. I’ll be a good kid. I’ll not piss in the bed. Believe me».

Era stato un incontro strano.
Forse il mondo, d’ora in avanti, avrebbe avuto una svolta.

Bill, uno che non è sui social, non ha la televisione, ma che si sente ancora in mezzo agli uomini e al mondo.

– Bill Niada

«Lei è mai stato ragazzo? È mai stato malato? Non pensa che prima o poi sarà anziano, fragile, bisognoso di cure?», aveva risposto Felice.
«Io ora sono ricco e potente e posso avere tutto ciò che voglio». Felice era rimasto un attimo in silenzio e poi aveva domandato: «Però prima o poi morirà e sarà misero e anche lei senza denaro».

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