Alpinismo di vita: l’amicizia che sostiene le vette più alte
Tre grandi alpinisti intervengono all’incontro Alpinismo di Vita organizzato da DF Sport Specialist. L’iniziativa è stata promossa da Sergio Longoni, fondatore di Sport Specialist, imprenditore molto attento agli aspetti sociali.
«Uno dei segreti per fare del buon alpinismo è andare con un compagno di cordata che sia anche un amico», afferma Simone Moro, alpinista e conquistatore di 8 delle 14 vette oltre gli ottomila.
Quanto è importante la compagnia quando si è ad altezze quasi disumane? E perché si cerca sempre di scalare accompagnati?
A rispondere a queste domande intervengono tre tra i maggiori alpinisti mondiali: Krzysztof Wielicki, Hans Kammerlander e Simone Moro. Le loro testimonianze raccontano di grandi imprese descritte con vera naturalezza.
Wielicki – per citarne una – ha raggiunto per la prima volta l’Everest nella stagione invernale. Oltre all’indubbia difficoltà di ascesa di una montagna di 8848 metri, l’intrepido alpinista ha dovuto fronteggiare le avverse condizioni meteorologiche. Il moderatore gli domanda come si possa resistere a temperature così rigide. Wielicki risponde: «Freddo? Nessun problema, c’era solo un po’ di vento, quello sì era forte».
Kammerlander, invece, esperto sciatore e appassionato della disciplina come molti altoatesini, ha pensato che scendere dall’Everest con gli sci fosse più stimolante che effettuare l’impresa a piedi (dopo aver ottenuto il record per ascesa più veloce).
Moro, il più giovane, ha scalato le prime quattro invernali a 8000 metri.
Ora la domanda è: hanno raggiunto questi successi da soli?

Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.
Wielicki ha sempre condiviso la sua passione con qualcuno: «Non ho mai lasciato la casa da solo, sempre con i miei amici della sezione del Club Alpino Polacco». Nei suoi incredibili racconti non mancano le solitarie, ma anche queste hanno sempre fatto parte di spedizioni di gruppo.
Per Kammerlander stare in compagnia è importante nell’alpinismo: Reinhold Messner, uno dei più grandi, il primo a raggiungere tutti i 14 ottomila, è diventato sua guida e compagno fidato, fatto che testimonia fra loro profonda interdipendenza e rispetto.
Moro ha scelto come compagno Denis Urubko. Anche in questo caso il legame tra i due è molto forte: «Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, entrambi abbiamo trovato il compagno perfetto».
Muovendosi allora sul versante opposto: qual è il significato di «solitudine» per loro?
Per Wielicki stare da soli quando si parte è sinonimo di rischio e pericolo dietro cui si nasconde l’insicurezza di compiere una grande impresa. In questi casi cosa fa un grande alpinista come lui? Scoraggiarsi non è un’opzione, «si cerca di compiere la scalata il più velocemente possibile».
Per Kammerlander solitudine è sinonimo di una pazzia che lo aiuta a compiere spedizioni folli, impossibili da condividere con altri. Immaginate di chiedere a una persona di scalare l’Everest per poi scendere con gli sci…
A Moro la solitudine non sta particolarmente a cuore, è sempre in cerca di un compagno. Atteggiamento che nota anche in chi gli sta attorno. Così è accaduto che durante la scalata del Makalu (8485m), mentre lui proseguiva per la conquista della cima, il cuoco assumesse un aiuto-cuoco con l’obiettivo di non restare da solo.
Scalare è una sfida continua con sé stessi, ma insieme si raggiungono vette ancora più alte.
– Iris e Pietro Lenzi
“A Moro la solitudine non sta particolarmente a cuore, è sempre in cerca di un compagno. Atteggiamento che nota anche in chi gli sta attorno. Così è accaduto che durante la scalata del Makalu (8485m), mentre lui proseguiva per la conquista della cima, il cuoco assumesse un aiuto-cuoco con l’obiettivo di non restare da solo. Scalare è una sfida continua con sé stessi, ma insieme si raggiungono vette ancora più alte.”