Sentimenti – Amori… e altre solitudini: quattro storie tra letteratura, arte e pittura

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Da Morticia Addams a Emily Dickinson: storie d’amore e solitudine che rivelano come fragilità e diversità possano diventare forza, bellezza e verità universali.
Morticia e Gomez Addams.

Emily Dickinson

«C’è una solitudine dello spazio
Una solitudine del mare
Una solitudine della Morte, ma queste
Sono comunità
Confrontate con quell’area più profonda
Quell’intimità polare
Un’anima al cospetto di sé stessa»,

così scrive Emily Dickinson, la strega bianca di Amherst o la regina reclusa (così soprannominata dai suoi concittadini).

Dickinson nasce da una famiglia borghese puritana nel 1830 e sin da subito emerge il suo spirito anticonformista, frammentato e ribelle, una piccola ma gigante equilibrista tra il mondo contingente e lo sconfinato universo intangibile, si trasportava nelle sue poesie che amava scrivere ovunque – sul retro delle ricette, sui volantini pubblicitari, ai margini di giornali o dietro l’elenco della spesa -.

Lei, così amante del Tutto e allo stesso tempo così attratta dalla solitudine, nel 1853, a 23 anni, inizia progressivamente a ritirarsi dalla vita sociale, ritornando al nido di Amherst, Massachusetts.

Un ritratto della poetessa Emily Dickinson (1830 – 1886).

«Forse sarei più sola/senza la mia solitudine», scrive nell’omonima poesia, e così l’isolamento diventa necessità, condizione salvifica e scrigno di Verità, consapevolezza inviolabile di un benessere che può essere trovato solo cercando, nella lontananza, la giusta distanza tra sé e il mondo.

Sola, ma mai isolata: per i suoi visitatori, era solita dedicare una stanza accanto alla sua, per comunicare attraverso lo spiraglio di una porta, sancendo una vicinanza delineata e regolata. Un esercizio costante di una creatura mistica e irraggiungibile, quasi ascetica, ma imperfetta in quanto umana, e perciò serenamente presente.

Emily Dickinson, le cui parole si costruiscono e si disintegrano verso dopo verso, ci accompagna in un perenne moto oscillatorio, avvicinandoci e allontanandoci all’essenza intangibile del mondo, della Natura e dell’Uomo. La sua solitudine, o il suo distaccato e privilegiato punto d’osservazione, ci ha permesso di conoscere un’essenza pura, che ancora oggi ci racconta che «La competenza dei salvati / dovrebbe essere l’arte – di salvare».

Edward Hopper

Definito come uno dei maggiori esponenti del Realismo americano, ispirato da Paul Cezanne, innamorato delle ballerine di Degas e ammirato da Alfred Hitchcock, è ricordato come il pittore della solitudine dell’American way of life (anche se egli stesso ha sempre trovato riduttiva questa definizione).

Le sue tele sono intrise di uno spettrale silenzio, in ambientazioni indefinite e sospese in un tempo e uno spazio malinconico. I suoi personaggi si presentano in medias res, nel mezzo delle cose: non sapremo mai se la giovane flapper sorseggiante una tazza di caffè alla tavola calda di Manhattan in Automat (1927) sia di ritorno da un importante impegno, o se si stia recando dal suo innamorato, e non conosceremo mai il destino della desolata pompa di benzina raffigurata in Gas (1940).

Gas (Edward Hopper, 1940)

Delle sue opere, Hopper stesso dirà: «Il mio scopo in pittura è sempre quello di usare la natura come mezzo, per cercare di fissare sulla tela le mie reazioni più intime di fronte al soggetto, così come mi appare quando lo amo di più: quando il mio interesse e il mio modo di vedere riescono a dare unità alle cose». Incastrati in una disarmante incomunicabilità, la disperazione che ci pervade diventa motore di riflessione tra «l’essere soli» e il «sentirsi soli».

Quando penso alle opere di Hopper mi sovviene l’Infinito di Leopardi, quando il poeta racconta di «interminati spazi e sovraumani silenzi»: che Hopper sia il pittore dell’infinito, e che liberi l’infinito che atterrisce e inquieta l’esperienza umana, le sue opere hanno segnato una generazione, e risvegliano ancora oggi sensazioni e immaginari che appartengono inesorabilmente alla vita di ognuno. La solitudine può essere così angosciosa e angosciante, o può essere attimo di ristoro e calma dalla frenetica velocità del mondo. Le risposte non sono sulle tele di Hopper, ma sono nascoste dentro di noi.

Marina Abramovic e Ulay

Marina Abramovic nasce a Belgrado il 30 novembre 1946, Frank Uwe Laysiepen (in arte Ulay) nasce lo stesso giorno di tre anni prima, a Solingen. Il loro è forse il sodalizio artistico più famoso dell’arte contemporanea: un unico, folle e viscerale intreccio di vissuti, visioni, istantanee lucide e sfocate, un rumoroso grido al mondo.

Il primo incontro avvenne il giorno del loro compleanno, il 30 novembre del 1975 (data, forse, per chi crede, profetica) presso la Galleria de Appel di Amsterdam: inseparabili, collaboreranno per dodici anni, fino a dirsi addio in una plateale esibizione (ma ci arriveremo più tardi).

Tra le performance più emblematiche compare Rest Energy (1980): Ulay regge un arco mentre Marina mantiene in tensione una freccia puntata verso il suo cuore, per quattro minuti e venti secondi. Nel documentario No predicted end, Marina rivela «Una delle domande che ricevevamo più spesso era sul perché la freccia dell’arco dovesse puntare al mio cuore e non a quello di Ulay. La risposta di Ulay mi lasciò scioccata: “Il suo cuore è anche il mio cuore”».

La performance Rest Energy (1980)

Il loro non era un amore ideale, perfetto, esclusivamente romantico, ma un connubio scheggiato, sanguinante e pulsante; un costante scegliersi, fino a quando scegliersi non è stata più un’opzione percorribile. Per dirsi addio, nel 1988, presentarono The Great Wall: Lovers at the Brink, in cui gli artisti, partendo da vertici opposti della Muraglia Cinese, raggiunsero l’altro a metà strada, per poi proseguire i loro cammini solitari. Una meditazione, un cammino preparatorio fino all’ultimo fugace saluto, plateale e sconvolgente come tutta la storia di Marina e Ulay.

Prima della morte di Ulay, giunta nel marzo 2020, avranno modo di rivedersi al MoMa, durante la performance di Abramovic The Artist is Present, di cui lei stessa racconta: «È stato magnifico. È stato infermo. È stato amore. È stato odio. È stato tutto. L’unico momento in cui ho rotto le mie regole (e io non rompo mai le regole). L’ho fatto perché tu non eri un visitatore tra i tanti. Tu eri la mia vita. Tutti hanno condiviso quella nostra emozione. È così umano. Tutti sperimentiamo amore e separazione. Tutto questo era lì».

Morticia e Gomez Addams

Entrambi nati il 6 agosto 1938 dalla penna di Charles Addams, inizialmente senza nome, Morticia e Gomez sono la regina e il re di casa Addams. E come nella più bella partita di scacchi, il re sarà sì il pezzo più importante (senza di lui non c’è partita), ma la regina rimane il pezzo più potente.

Lui, macabro gentiluomo e padre devoto, si diletta tra ghigliottine e appassionate sessioni di tango; lei, nata dalle gotiche eroine vittoriane e ritratto di una femminilità alternativa, viene definita da Charles Addams come «la colonna vertebrale estetica della famiglia». Per descrivere il loro amore è centrale la frase di Gomez nel film di Barry Sonnenfeld del 1991, La Famiglia Addams: «Quando siamo insieme, tesoro, ogni notte è Halloween».

Iconici e imprevedibili, i padroni di casa di 0001 Cemetery Lane insegnano che anche i mostri, i diversi e gli esclusi possono essere comunità. Morticia e Gomez rovesciano lo stereotipo della famiglia americana: i loro sentimenti sono puri, autentici e immutabili. «Mon Cher» e «Cara Mia» si amano totalmente perché non cercano di cambiarsi. Come direbbe Morticia: «Un giorno da sola: solo quello sarebbe la morte».

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