Il tempo sospeso: vivere l’attesa tra tragedia e sopravvivenza
La nostra percezione del tempo è inevitabilmente condizionata da ciò che proviamo e a cui siamo esposti. Ne è un esempio l’esperimento carcerario di Stanford del 1971: un numero di studenti volontari, in veste di prigionieri e guardie, ha dimostrato come la reclusione alteri drasticamente lo scorrere delle ore e dei giorni, portando a conseguenze tragiche.
Gli effetti di esperimenti del genere possono essere così deleteri da forzare la conclusione anticipata della prova, per evitare fenomeni di estrema violenza o aggressività. Nel caso di Stanford, la durata registrata fu di soli cinque giorni rispetto alle due settimane inizialmente previste.
Vivere isolati e sotto stress altera marcatamente la nostra idea di futuro, presente e passato. L’effetto è paragonabile a quello provocato da sostanze psicotrope: il cervello cambia configurazione e deve adattarsi, trovando un modo per sopravvivere.
E durante i conflitti? Come percepiamo l’avanzamento dei giorni quando siamo sotto attacco in condizioni belliche? La consapevolezza della tremenda brutalità sembra annullare completamente l’idea del futuro. Come si può figurare un domani quando si è intrappolati nel presente più crudo?
Penso che ci sia un forte legame tra presa di coscienza della precarietà umana e la percezione del tempo, anche nella vita quotidiana. La guerra, oggi più vicina, ci impone di considerare la prospettiva di chi vive atti di violenza quotidiani.
Un modo per comprendere lo stravolgimento della vita e del tempo in guerra è osservare testimonianze reali. Durante la visione del film La voce di Hind Rajab, presentato al Festival di Venezia 2025, il tempo viene scandito dalle registrazioni di operatori umanitari e dalla paura di una bambina costretta ad assistere a carri armati e alla morte della sua famiglia.
Il passaggio del tempo è lacerante: da un lato l’attesa della bambina bloccata in auto, dall’altro la corsa degli operatori della Mezzaluna Rossa Palestinese per salvarla. Otto minuti sarebbero stati sufficienti, ripete il soccorritore, ma le continue limitazioni di transito e i rinvii della “green flag” la condannano a un’attesa di ore interminabili.
Lo scorrere del tempo viene segnato con un pennarello rosso sul vetro dell’ufficio, e ogni minuto aumenta l’angoscia: le speranze diminuiscono. Il finale è tragico, e il fatto che la storia sia vera e non edulcorata la rende ancora più straziante.
Questa tragedia si è ripetuta molte volte dal 29 gennaio 2024, giorno della scomparsa della bambina. Quanti vuoti si sono creati? La vita di Hind, i sogni della sua famiglia: tutto scomparso. Può esistere futuro in un territorio dove rimangono solo macerie e relazioni umane distrutte?
– Pietro Lenzi
“Un modo per comprendere lo stravolgimento della vita e del tempo in guerra è osservare testimonianze reali. Durante la visione del film La voce di Hind Rajab, presentato al Festival di Venezia 2025, il tempo viene scandito dalle registrazioni di operatori umanitari e dalla paura di una bambina costretta ad assistere a carri armati e alla morte della sua famiglia.“