Intervista impossibile ad Agatha Christie: delitti, veleni e ChatGPT

In questa intervista impossibile, Agatha Christie, la regina del giallo, racconta come nacquero Poirot e Miss Marple, i suoi veleni letterari, le guerre vissute e il segreto della sua scrittura immortale.
Agatha Christie interpretata da Max Ramezzana.

Intervista impossibile ad Agatha Christie, scrittrice e drammaturga britannica

Circondata da una nuvola di boccoli ordinatamente acconciati, provvidenzialmente seduta davanti all’immancabile macchina da scrivere, la regina del giallo, Agatha Christie, mi osservava come se fossi il prossimo mistero da risolvere.

Agatha Mary Clarissa Miller Christie, (1890 – 1976), scrittrice e drammaturga britannica, è considerata tra le più influenti e prolifiche del XX secolo. Secondo l’Index Translationum
dell’UNESCO è l’autrice inglese più tradotta dopo Shakespeare.

Quali sono state le principali fonti di ispirazione per i suoi romanzi gialli?

«Ho cominciato molto presto a leggere, inspirandomi soprattutto a Conan Doyle: uno dei miei personaggi preferiti era Sherlock Holmes. Già da piccola leggevo tantissimi racconti, in seguito, da adolescente, ho cominciato ad interessarmi allo spiritismo e al mistero, poi con Conan Doyle mi sono definitivamente appassionata ai gialli, anche se non ho scritto solo libri di questo genere».

Come ha sviluppato i personaggi di Hercule Poirot e Miss Marple, e in cosa si differenziano secondo lei?

«In primis ho pensato ai miei personaggi tenendo conto del periodo storico in cui li ho collocati; credo che sia apprezzabile anche la descrizione del contesto sociale e culturale in cui ho ambientato i miei romanzi. In verità mi stupisce che la cultura “woke revisionista” non mi abbia un po’ demonizzato: ho detto anche delle cose che oggi potrebbero apparire un po’ scomode, ma fortunatamente – o sfortunatamente – non lo erano quando le ho scritte.
Innanzitutto, ho pensato a due personaggi abbastanza comuni, mi si passi il termine se uso un’aggettivazione un po’ contemporanea, “personaggi tutto sommato un po’ sfigati”. Non si sono mai sposati, né Miss Marple né Poirot hanno avuto figli e, soprattutto lui, dal punto di vista dell’aspetto fisico, non si poteva considerare certo un bell’uomo: pelato, cicciottello, non particolarmente intrigante. Il lettore non si aspettava certo un personaggio così come investigatore arguto ed efficace. Lo stesso vale per Miss Marple, una signora, zitella nel senso peggiore del termine, anche lei molto tranquilla e bonaria, che ci immaginiamo di più a fare la casalinga tra i fornelli che a occuparsi dei casi complicati come quelli che ha risolto. Sono dei personaggi che ho scelto perché vicini al lettore, una scelta controtendenza: non degli eroi, ma con le caratteristiche di persone normali che tutti i lettori possono incontrare per strada».

Emiliano Bezzon, (Gallarate, 1964) dirigente di polizia locale, giornalista pubblicista e scrittore di romanzi gialli. Laureato in Giurisprudenza, ha ricoperto ruoli di vertice, tra cui il comando della Polizia Municipale di Milano e ha pubblicato numerosi libri, distinguendosi nel panorama del noir italiano.

Quale pensa sia la sua opera più innovativa o rivoluzionaria nel genere poliziesco?

«Ho scritto tantissimi romanzi e molte opere teatrali. È stato un privilegio, forse voi di quest’epoca non lo sapete, ma ancora oggi sono, dopo Shakespeare, l’autrice di lingua inglese più tradotta nel mondo.
Secondo il mio punto di vista, la trama più efficace e coinvolgente è Dieci piccoli indiani, anche nella sua versione teatrale è veramente fantastica. Avvolge il lettore in un ritmo di suspense e di progressione investigativa. Poi sono molto affezionata ai romanzi Assassinio sul Nilo e Assassinio sull’Orient Express, ma per ragioni più affettive e sentimentali, infatti appartengono al periodo del mio secondo matrimonio; i temi sono il viaggio e l’avventura che hanno caratterizzato la mia vita».

Che cosa la affascina di più nella psicologia del crimine?

«A me non interessa tanto raccontare il modo in cui il mio assassino o i miei assassini uccidono, certo, avrete notato che mi piace molto usare i veleni. Anche qui si ritorna alla mia vita personale: infatti per un certo periodo mi sono occupata di farmacologia, ho fatto l’infermiera in guerra e sono diventata una grande esperta di veleni.
Mi piace addentrarmi nella psicologia del killer, cercando di capire perché si arriva a uccidere, quali siano le ragioni, il movente. Per questo, quando scrivo i miei romanzi, faccio in modo che il lettore, attraverso gli indizi disseminati lungo la trama, non arrivi solo a capire come è stata uccisa la vittima e chi sia l’assassino, ma anche il suo profilo psicologico — quello che voi nel XXI secolo chiamereste un criminal profiler».

Cinzia Farina, laureata in Lingue e Letterature moderne, ha frequentato l’Istituto di medicina
psicosomatica
. È specializzata in alimentazione ed è cronista del Bullone.

Come ha vissuto il ruolo della donna nel mondo letterario e nella società del suo tempo?

«Ricordo che per il mio primo romanzo ho subito tantissimi rifiuti, e quando un editore ha deciso di pubblicarlo, approfittando della mia condizione femminile e del mio entusiasmo, mi ha fatto firmare un contratto svantaggiosissimo, ma ho accettato perché mi interessava troppo riuscire a pubblicarlo. Ho vissuto l’essere donna nella mia epoca come tutte le mie contemporanee, avendo però il privilegio di potermi ricavare spazi di autonomia più ampi. Nella mia vita sono stata sposata due volte, e quando ho scoperto che il mio primo marito, un ufficiale dell’esercito inglese, mi stava tradendo, ho inscenato la mia sparizione, perché volevo quasi che la gente pensasse che fossi scomparsa per colpa sua».

Quali eventi storici o sociali l’hanno influenzata maggiormente?

«Sono nata nel 1890 e ho vissuto fino al 1976, attraversando le due grandi guerre mondiali: questi eventi, che hanno segnato tutti, si trovano nei miei racconti».

Quali sono alcuni dei temi e delle ambientazioni ricorrenti nei suoi romanzi?

«Le ambientazioni sono molto legate alle mie origini. Sono nata nel Devon e il mio primo romanzo, che ha come protagonista Poirot, è ambientato in una casa simile alla residenza della mia famiglia. C’è tutta una parte dei miei romanzi molto british, con riferimenti alle emozioni e alla mia storia personale; poi ce n’è un’altra che corrisponde alla seconda parte della mia vita, quella più avventurosa, perché ho avuto la fortuna di sposare in seconde nozze un uomo molto più giovane che faceva l’archeologo e con la sua professione abbiamo dovuto viaggiare molto. Mi ha portato a fare il viaggio di nozze in Mesopotamia sull’Orient Express, sono stata in crociera sul Nilo più volte: ecco, nei miei romanzi si trova un po’ la mia vita».

Che cosa pensa dei metodi investigativi moderni, come la criminologia forense avanzata o il profilaggio psicologico?

«I miei investigatori, come anche Sherlock Holmes di Conan Doyle, hanno un approccio investigativo deduttivo.
Ho l’impressione che oggi si privilegi un po’ troppo l’investigazione di tipo scientifico, anche molto spinta e avanzata, senza tener conto che questo tipo di investigazione ci dà sì dei dati, ma forse è venuta un po’ meno l’educazione a interpretarli. Anche ai miei tempi gli investigatori avevano a che fare con la scienza, ma era uno dei tanti strumenti a disposizione. Oggi si pretende di risolvere tutto in laboratorio, mentre bisogna ritornare di più sulla strada, sull’interrogatorio, sul confronto con le persone e soprattutto nell’uso della logica deduttiva».

Che cosa pensa delle nuove tecnologie, come l’Intelligenza Artificiale nel campo della scrittura creativa e del mistero?

«Penso che l’Intelligenza Artificiale possa essere per lo scrittore uno strumento utile per migliorarne lo stile e l’accuratezza, però non potrà mai sostituire l’intelligenza umana: la scrittura è fatta anche di creatività e di anima, e l’Intelligenza Artificiale non potrà mai averla».

– Agatha Christie

«Penso che l’Intelligenza Artificiale possa essere per lo scrittore uno strumento utile per migliorarne lo stile e l’accuratezza, però non potrà mai sostituire l’intelligenza umana: la scrittura è fatta anche di creatività e di anima, e l’Intelligenza Artificiale non potrà mai averla».

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