Cultura – Intervista a Jago: “Il bambino dentro di me diventa il profeta dell’arte”

Fiamma racconta Jago: l’arte nasce dal bambino interiore, un equilibrio tra entusiasmo e follia, disciplina e fragilità, con un percorso di creatività e introspezione.
L'artista Jago

Intervista all’artista Jago: tra bambino interiore, fragilità e creatività

Come qualcuno già sa, il termine scuola mi ha sempre affascinata. Scuola, scola, scholè. Etimologicamente «il tempo libero», o meglio, «l’intrattenersi, l’occuparsi di un tempo libero (o liberato, potremmo dire) da faccende», o anche «il riposarsi e l’avere tempo di occuparsi di una cosa per divertimento».

Dopo dieci anni, posso sicuramente dire che riconosco nel Bullone una delle più grandi scuole che abbia mai frequentato: cultura, collettività, filosofia e politica si mescolano a una socialità sensibile che difficilmente si trova altrove. Un modo di pensare, di fare e far pensare che non è proprio solo di chi scrive o fa le domande, nelle interviste, ma in qualche maniera diventa anche l’umana attitudine di ogni intervistato.

La piacevolissima – e oserei dire illuminante – conversazione avuta con Jago, scultore ormai di fama internazionale, ne è un esempio lampante. Potrebbero venir scritte molte e molte più righe, ma su queste pagine vorrei riassumere quattro momenti salienti, quattro riflessioni, che custodisco come piccoli-grandi insegnamenti.

Parlando di arte, parlando di bellezza, esiste per lei un sentimento generatore, un’emozione, che si cela dietro alla nascita di ogni sua opera? Da dove arriva?

«Ho capito di recente che il motore che mi permette di continuare ad applicarmi, e di essere recettivo rispetto alle immagini che mi arrivano e che corrispondono alla mia follia, è qualcosa che ha a che fare con il bambino che continuo a tentare di proteggere e che vive in me, come vive in tutti. Questo bambino vive in una dimensione di totale entusiasmo. Uso questa parola perché il senso e il significato di “entusiasmo” hanno a che fare con la divinità che ci abita e quindi con quell’elemento di follia che, attraverso la consapevolezza, la ragione e il gesto della mano, si trasforma in una forma condivisibile. In questo senso mi faccio un po’ profeta più che artista: profeta nel senso che parlo per conto di quella divinità nel momento in cui realizzo l’opera. È in realtà una cosa semplice: proteggo un atteggiamento naturale, quello del bambino, e questo è il ruolo fondamentale nei confronti di me stesso.

Quando riesco a farlo secondo giusta misura, scopro anche di riuscire ad essere felice, perché ciò che vedo mi corrisponde e diventa il motivo per cui insisto in una direzione che mi sembra sana, dimensionata alla mia ambizione personale. Forse è per questo che oggi evito di raccontare il significato di un’opera. Preferisco il dietro le quinte, o lasciare che sia l’altro a parlare, perché nei significati degli altri, nelle loro parole, mi concedo la possibilità di scoprire mondi che ho dovuto mettere da parte in nome di una sola condivisione».

Il processo, il bambino, il divino, immagino richiedano un certo «tempo», che non sempre va d’accordo con il «tempo» che abita il nostro mondo. Non è così?

«Considera che non vivo solamente in quella dimensione: devo anche essere molto disciplinato. La disciplina è una cosa che impariamo a esercitare con il tempo. Sono in bilico tra un baratro di follia meravigliosa e, dall’altra parte, la pianura delle questioni tecniche della vita. Sto lì: attingo da una parte e trasformo dall’altra. Ho sicuramente a che fare con il tempo: il tempo è un elemento imprescindibile per me, anche dal punto di vista, banalmente, della realizzazione di un’opera.

Io mi devo mettere l’anima in pace: ci vuole del tempo. Ma quello è tempo prezioso, è il tempo della qualità, della riflessione, dell’introspezione, della condivisione, della gioia, del dolore; è il tempo dell’equanimità. E questo per me è il viaggio stupendo, fatto del tempo necessario per passare da un punto a un altro.

Oggi abbiamo un rapporto bizzarro con il tempo. Il tempo della noia, per esempio, non esiste più. Si lotta contro la noia. Se penso a me stesso, la mia grande fortuna, da ragazzino, è stata che io mi annoiavo tantissimo. Mi annoiavo a scuola, nel gioco, mi annoiavo sempre: c’era una noia continua. E dentro quella noia si innescava un meccanismo creativo, perché dovevo costruire, ero costretto a trovare in me la risorsa. Oggi invece, non ci sono più quei momenti di meraviglioso vuoto in cui si manifesta lo spazio d’indagine che nasce proprio da una noia mortale. L’alternativa è essere creativi, attingere a quella risorsa, per lasciare che poi si manifesti».

Ci sono gesti, ci sono immagini che si trasformano in un linguaggio universale. Ne è un esempio la sua Natura Morta, che è stata esposta alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, davanti alla Canestra di frutta di Caravaggio. Un’opera che racconta del mondo e delle sue fragilità. Che valore ha, la fragilità, per lei?

«Il marmo è molto fragile e anche molto duro, resistente. È una lotta contro la fragilità: sei sempre sull’orlo. A volte le cose più fragili sono quelle che si manifestano in modo più statuario. Una statua ce l’hai lì, imponente, durissima, pesantissima; poi cade e si fa in mille pezzi. Questa dimensione che parla molto di noi, di molte condizioni umane che vivono dentro questa contraddizione.

A volte si ha a che fare con persone, soggetti umani fatti di un materiale che sembra impenetrabile e che poi, in realtà, presenta lesioni incredibili che li rendono fragilissimi. Da un punto di vista della relazione umana, la scultura è una grande scuola: insegna che, attraverso l’ascolto dell’altro, attraverso l’ascolto del materiale umano, è possibile capire gli strumenti da utilizzare per giungere allo scopo. Nel caso del marmo, strumenti tecnici: martello, scalpello. Nel caso delle persone, gli strumenti della comunicazione, le parole, utili a togliere il superfluo quando serve, dove serve, e far emergere il capolavoro.

Se ti presenti davanti a un blocco d’argilla dicendo “adesso ci penso io a te” e inizi a usare gli strumenti del marmo, non ottieni nulla: si incastrano dentro, si sporcano. Tu pensi di aver vinto, ma non hai risolto niente. L’argilla la devi accarezzare, devi usare le mani, i polpastrelli, piccoli strumenti, bagnare la superficie perché se no si asciuga. È proprio un atteggiamento diverso. Tra le persone dovrebbe essere lo stesso.

E poi, per tornare alla Natura Morta: la natura morta di Caravaggio e la mia sono entrambe immagini di fragilità, da un punto di vista formale ma anche di contenuto. La mia opera è qualcosa che può essere rotta in un secondo, perché è fatta di oggetti inutili che non ho progettato né inventato: li ho semplicemente atteggiati in una composizione. L’opera del maestro Merisi, invece – che chiaramente merita e ha conquistato un’attenzione con cui la mia non potrà mai competere – racconta la vita dell’esistenza attraverso elementi alla nostra portata, che ci permettono di capire che siamo tutti profondamente collegati. Fragilità, tempo e linguaggio. Infine c’è il simpatico gioco di parole: in inglese si parla di questa natura “ferma”, “bloccata”, still life; in italiano si chiama natura morta. La vita bloccata e la natura morta convergono nello stesso significato».

Un ultimo tema, la morte. Che rapporto ha con questo concetto?

«Morire, compiere un percorso, è una grande opportunità per aprirsi a un nuovo orizzonte. A livello di specie, questa è la natura stessa della specie: la specie deve copiarsi, riprodursi, deve morire. Tu non muori perché ti ammali, ma ti ammali perché devi morire. E all’universo non interessa nulla di tutto questo: è una piccola conversazione tra umani, un pensiero. In fondo, a me interessa il significato della vita, e il significato della vita è nell’agire: noi siamo quello che facciamo. La nostra vita, il senso della nostra esistenza, si qualifica in relazione a quello che facciamo, e quindi alle nostre scelte».

E qui, potrei solo dire grazie Jago, grazie Bullone.

– Jago

“Ho capito di recente che il motore che mi permette di continuare ad applicarmi, e di essere recettivo rispetto alle immagini che mi arrivano e che corrispondono alla mia follia, è qualcosa che ha a che fare con il bambino che continuo a tentare di proteggere e che vive in me, come vive in tutti.”

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