Intervista a Filippo Grandi: costruire la pace tra rifugiati e conflitti globali
Nel nostro centesimo numero, come lo è stato nel primo, abbiamo il grande privilegio di incontrare di nuovo Filippo Grandi. Diplomatico e attualmente Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), Grandi è a capo di una delle più importanti organizzazioni umanitarie al mondo, impegnata nella protezione e nel supporto ai rifugiati a livello globale. Oggi, in uno scenario caratterizzato da molteplici conflitti in atto, trattiamo insieme il tema della pace, in particolare il suo legame con le migrazioni umane.
Per ambire a una prospettiva concreta di pace, potrebbe essere utile individuare chi davvero necessita di aiuto. Chi sono i rifugiati oggi?
«I rifugiati sono un sintomo e, al contempo, una conseguenza delle guerre. Il legame tra i rifugiati e i conflitti è molto stretto. La risoluzione dei problemi dei rifugiati, poi, è collegata strettamente alla pace. Spesso, quando c’è pace, le persone tornano. Non si può semplificare, la questione è complessa, soprattutto dopo guerre difficili. Mi viene in mente un esempio: in Siria, dopo la caduta di Assad di un anno fa, nonostante una situazione molto precaria all’interno del Paese, il ritorno dei rifugiati ha dato un forte contributo alla pace. Un vero e proprio acceleratore per la riconciliazione tra le parti, innescata anche grazie al supporto di associazioni umanitarie come UNHCR».
Gestione delle emergenze: perché la diplomazia è ancora più importante oggi in uno scenario di guerra globale? Il dialogo e la cooperazione tra le nazioni possono essere davvero uno strumento di pace?
«Dialogo e cooperazione tra le nazioni sono punti chiave per il raggiungimento della pace. Insieme sono uno strumento fondamentale. Purtroppo, però, anche se molto potente, la diplomazia viene continuamente sottovalutata e marginalizzata a favore di una logica di potenza. Non si arriva alla pace con la guerra, come, invece, si sente impropriamente dire. È molto raro. La pace, sottolineo, è frutto di un processo molto complesso, occorre pazienza nel negoziato e si necessita di un immenso lavoro anche dopo i primi risultati. Il processo diplomatico si divide in numerose fasi articolate e difficili da conquistare. Solamente dopo l’obiettivo iniziale di cessare il fuoco, infatti, si passa alla costruzione della pace vera e propria».
Perpetrare la pace: come far fronte ai condizionamenti presenti sui principali canali di comunicazione?
«La pace è difficile da ottenere, è sempre stato così. È una realtà da raggiungere grazie al superamento di differenze enormi tra le parti in causa. Succede tra Ucraina e Russia, o all’interno di uno stesso Paese, come la Siria. È accaduto poi in intere aree geografiche, come nel territorio dei Balacani, o in Africa Centrale. Le vicende secolari e la storia pesano sul negoziato. Le difficoltà poi vengono aumentate dall’informazione istantanea, purtroppo sviata e manipolata dalle parti in conflitto. L’effetto è drammatico, si generano atmosfere di ostilità per nulla favorevoli. Allora, diventa ancora più importante superare la camera di amplificazione dei messaggi negativi prodotta dai media. La pace, infine, è da sempre frutto di compromessi legittimi, non si possono avallare i soprusi».
Azioni di pace. Durante la sua carriera, lei è stato testimone di un gesto di pace e solidarietà che l’ha particolarmente colpita?
«Non mi vengono in mente esempi specifici. Sicuramente sono da segnalare i numerosi casi in cui i rifugiati sono tornati nel proprio Paese. Vedi Afghanistan nel 2003 e il rientro dei siriani in patria oggi. I rapporti tra le comunità all’interno di uno stesso Paese sono spesso degradati e conflittuali. Le persone, però, sentono il forte desiderio di tornare indietro. Noi spesso non ce ne rendiamo conto, ma il ritorno è la testimonianza che attraverso la riconciliazione si può ricostruire una vita pacifica. L’esperienza dell’esilio spesso è orribile. Dare una chance alla convivenza a volte è una scelta obbligata. Capita che non funzioni e che si spezzi di nuovo l’equilibrio che costringe, un’altra volta, le persone alla fuga. Investire nel ritorno dei rifugiati nel Paese di origine significa contribuire alla pace concretamente».
Guerre fantasma e Paesi dimenticati. Come riportare alla luce migrazioni umane causate da guerre non rilevanti nel dibattito politico?
«Situazioni di invisibilità di gravi conflitti sono sempre esistite. Si parla solo del 10-20% dei conflitti. Nel caso del Sudan, più precisamente nel territorio del Darfur, imperversa una guerra civile devastante, ma non si sente nulla. Ciò accade per un Paese immenso, ma senza l’interesse strategico delle grandi potenze. Uno dei motivi per cui esistono UNHCR e organizzazioni simili, come ONU e Croce Rossa, specialisti dei conflitti, è mettere al corrente di situazioni come in Sudan, in maniera imparziale, i governanti e i negoziatori. Il ruolo di questi enti è riequilibrare l’invisibilità. Non sempre si riesce, ma il compito predefinito è attirare l’attenzione. Anche la stampa gioca un ruolo fondamentale in questo processo».
Cambiamento climatico e rifugiati climatici. Prospettiva futura.
«Non parlerei di rifugiati climatici che causano flussi e hanno impatto sulle popolazioni. Non è un movente assimilabile alla fuga per persecuzione politica. Si verificano, però, situazioni ibride articolate sempre nell’ottica di una complessità crescente delle migrazioni umane. I cambiamenti climatici in alcune zone molto povere causano vere e proprie guerre, come nella zona del Corno d’Africa e del Sahel. I conflitti riguardano spesso comunità molto povere, private delle proprie risorse naturali. Il risultato è un quasi ineluttabile scontro tra le parti, anche dovuto a inasprimenti delle differenze etniche. È allora necessario, e lo sarà sempre di più, calcolare l’impatto dei cambiamenti sugli spostamenti. Quali Paesi sono maggiormente coinvolti dalla questione? Le nazioni più povere. Le persone, spesso, migrano dal proprio Paese a un altro vicino e che versa in condizioni simili, se non peggiori. In Sudan, per esempio, le cause del conflitto non hanno legami diretti con le crisi ambientali, ma oltre 4 milioni di rifugiati si riversano in zone climaticamente devastate, come in Ciad, dove il fattore climatico è catastrofico».
Un appello ai giovani. Consigli per conquistare la pace.
«Traggo tantissimo conforto dai giovani che si battono per la pace e li ringrazio. La pace è del futuro. Sono, quindi, i giovani che devono insistere per instaurarla. Ma la pace, come detto precedentemente, è anche complessità. Per fermare la guerra, le campagne contro la violenza hanno un ruolo importante, sono vere e proprie bandiere della pace che i giovani vogliono sventolare. La pace, però, è un processo lungo e laborioso, anche molto tecnico. Non basta dirlo, occorre una macchina diplomatica enorme e gli Stati non investono abbastanza. Per ottenere la pace serve pazienza. Il negoziato è materia molto complessa. I giovani sono impazienti di conquistarla e hanno ragione. Il mio augurio è che presto diventino costruttori di pace loro stessi».
– Filippo Grandi
“I rifugiati sono un sintomo e, al contempo, una conseguenza delle guerre. Il legame tra i rifugiati e i conflitti è molto stretto. La risoluzione dei problemi dei rifugiati, poi, è collegata strettamente alla pace.“