Il vero riscatto: responsabilità di sé e rispetto del proprio dolore
Ritengo, non necessariamente a ragione, che il detto «mal comune mezzo gaudio» abbia ingiustamente guastato molte persone. E ritengo pure, ma sempre senza pretese di assolutismo, che la modalità «vendetta» come mezzo di ottenimento di un qualche riscatto, a fronte di un torto subito, e a prescindere dalla sua imputabilità, abbia trovato in esso ragion d’essere. Da qui – credo – l’idea che il mero rimbalzo di un danno dalla parte lesa al suo autore, presunto o reale che sia, possa davvero valere a risarcire dello stesso: alzi la mano chi non l’ha pensata così in almeno un’occasione nella vita. Ma riscatto non è rifarsi su, e il superamento di un dolore non passa necessariamente per l’accanimento contro un capro espiatorio, sebbene la storia sia piena zeppa di esempi di questa forma di coping. Che tuttavia – e la storia insegna anche questo, quando si ha voglia di leggerla sino alla fine – è sempre tentativo, mai risoluzione. Ecco: in questo, le storie, quelle della durata di un libro o di una produzione cinematografica, sono forse più chiare; e più facili (in termini di immediatezza, non per ridurne la portata).

Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.
Ricordiamo fin troppo bene ciò che ci ha fatti stare male, e il pensiero che chi quel male ce lo ha causato possa essersene dimenticato ci fa stare anche peggio. Ma ricordo personalmente altrettanto bene il senso di incompiutezza provato al vedere Martha Weiss, protagonista del film Pieces of a Woman, presenziare e testimoniare al processo contro l’ostetrica che l’aveva aiutata a far nascere sua figlia Yvette, deceduta poi nel giro di pochi istanti per cause ignote. Davvero l’avrà vinta Ellen (madre di Martha) – ricordo di aver pensato – e di conseguenza l’assunto che incarna, secondo cui uscire a testa alta da quella tragedia equivarrebbe a vedere punita la donna che ha assistito il parto? Non ci sono prove che la bambina sia morta a causa di una sua negligenza; eppure, pretendere giustizia (ma sarebbe poi giusto davvero?) sembra essere la forma più socialmente accettata e accettabile, oltre che da più parti caldeggiata, di far fronte a quell’immenso dolore. Poi, però, la foto: Sean, il compagno di Martha, gliene hascattata una con la neonata in braccio, poco prima che l’ostetrica si accorgesse del colore minacciosamente bluastro della bambina. A distanza di mesi, ora che l’ha fatta finalmente sviluppare, quando ancora le sue parole hanno il potere di assolvere o condannare un’innocente, la donna si vede, per la prima volta, madre. Lo è stata, pur se solo nove mesi e qualche istante, e tanto basta a riconoscere che non sarà chiudere qualcuno in carcere per molto più tempo a restituirle sua figlia. Solo lei, con lei, potrà tornarci, rispondendo a sé stessa di quella parte di sé che tanta gioia e tanto dolore ha sperimentato nell’arco di pochi, fatali respiri.
Ritengo sia questo, il vero riscatto: una riassunzione del rispetto del proprio sé, tutto, e un atto di responsabilità nei confronti della propria vita, tutta anche questa. Che non è, neanche in questo caso, un’assunzione di colpe, bensì, in senso lato, una risposta; perché è solo rispondendo di noi a noi che evitiamo di cadere nell’errore, drammaticamente storico, di puntare il dito, piuttosto che mostrare rispetto verso il proprio dolore, per quanto grande e insuperabile esso sia. Viviamo nella memoria di chi ci ricorda, e non sarebbe giusto punire soltanto per dimenticare: è più facile, al massimo.
– Federica Margherita Corpina
“Ritengo sia questo, il vero riscatto: una riassunzione del rispetto del proprio sé, tutto, e un atto di responsabilità nei confronti della propria vita, tutta anche questa. Che non è, neanche in questo caso, un’assunzione di colpe, bensì, in senso lato, una risposta.”