Intervista impossibile a Nelson Mandela: resilienza, speranza e riscatto
Dietro il suo sorriso si nasconde una storia di lotta e sofferenza. Nelson Mandela ci racconta ancora oggi, nella sua casa a Soweto, che la resilienza e la speranza possono essere agenti potenti di cambiamento.
Perché lei è una figura così importante nella storia del Sudafrica?
«Prima che io diventassi presidente lo Stato viveva in una situazione di apartheid, di segregazione razziale. C’erano cittadini di serie A, rappresentati dai bianchi e cittadini di serie B, i neri, che erano i più numerosi. Quando mi hanno eletto è come se per tutti mi fossi trasformato nel padre del Sudafrica, infatti mi chiamarono “Madiba”, che significa appunto “padre della Nazione”».
Che cos’era l’apartheid e perché lei si oppose a questo regime?
«Apartheid letteralmente vuole dire “sviluppo separato”, che è una maniera ipocrita per dire politica di estrema segregazione razziale perseguita dalle minoranze bianche ai danni della libertà e dei diritti civili dei neri. In Sudafrica per secoli c’è stata questa situazione nella quale i bianchi che avevano il potere politico ed economico, vivevano in maniera separata rispetto ai neri e alle altre etnie del Paese. Nei luoghi pubblici c’erano posti riservati ai bianchi e posti per i neri, addirittura in alcuni ristoranti i neri non potevano neanche entrare. Quando finivano di lavorare i neri dovevano abbandonare le città e andare a passare la notte nelle “township”, una sorta di favelas. Vivevano come se fossero un’entità a parte e non avevano nessun diritto politico. Essendo io nero, era naturale che mi opponessi a questa ingiustizia, oltretutto lo potevo fare essendo avvocato, quindi toccavo con mano le ingiustizie sul piano legale».

psicosomatica. È specializzata in alimentazione ed è cronista del Bullone.
Quali metodi usò nella lotta contro la discriminazione razziale?
«Il discorso si fa abbastanza complicato perché io facevo parte di un’associazione politica, anche se non riconosciuta dallo Stato, si chiamava African National Congress, che attualmente è il partito che governa il Sudafrica. Era un’organizzazione proibita, in quanto i bianchi al potere non consentivano che si formassero partiti composti prevalentemente da persone di etnie diverse. All’inizio ho cercato di seguire il metodo della non violenza di Gandhi (che per altro ha vissuto in Sudafrica per oltre vent’anni), cercando di protestare contro il governo bianco con manifestazioni tipo non pagare il biglietto sugli autobus, ma ho visto che queste azioni non portavano da nessuna parte. Allora mi sono convertito controvoglia alla lotta armata, che però negli anni ‘60 mi portò all’arresto e a un processo per cui sono stato condannato con l’accusa di terrorismo. Sono rimasto in carcere per ventisette anni; in tutto quel tempo ho capito che la lotta armata avrebbe portato solamente a un bagno di sangue. Mi sono così riconvertito a una sorta di lotta non violenta che ha permesso al Sudafrica di arrivare alla democrazia».
In che modo la lunga prigionia influenzò il suo pensiero politico?
«Quando sono entrato in prigione ero veramente molto arrabbiato. Ritenevo che il mio arresto fosse un’ingiustizia anche se mi ero macchiato di colpe legate al terrorismo. C’era quindi una ragione per arrestarci. Gli anni di prigionia, nella mia piccolissima cella, mi sono serviti: ho potuto meditare su tante situazioni e immaginarmi come avrei voluto il Sudafrica. Vivevo tantissime ore in solitudine, lavoravo, le visite dei familiari erano molto rare, ho letto molto libri. In questo lungo periodo ho imparato l’afrikaans, la lingua dei bianchi. L’ho imparata per capire come ragionassero i miei nemici, sono addirittura diventato amico della mia guardia carceraria. Ho cercato di mettermi nei loro panni e capire le loro ragioni, per quanto mi costasse moltissimo. Sapevo che i bianchi avevano torto, ma volevo capire la loro visione della vita e del Sudafrica. Quegli anni mi hanno permesso di maturare la consapevolezza che poi è sfociata in un desiderio non più di vendetta, ma di comprensione, nella lingua africana si dice “Ubuntu”, che significa letteralmente “umanità verso gli altri”. Fare le cose insieme, il non opporsi agli altri, non vederli solo come dei nemici, ma come dei compagni di strada. Quei ventisette anni di prigionia sono stati decisivi per la mia formazione umana e politica».

negli anni Ottanta, poi l’approdo al quotidiano Avvenire dove si è occupato di cronaca ed
esteri. Lavora al Corriere della Sera dal 2008. Esperto nella storia del
Sudafrica.
Qual era il suo obiettivo una volta al potere e perché parlò di riconciliazione invece che di vendetta?
«In tutti i Paesi africani quando è iniziata la decolonizzazione, i neri andavano al potere e cacciavano i bianchi; questa fase era caratterizzata da guerre civili, da bagni di sangue terribili. Io volevo evitare che succedesse anche in Sudafrica, quindi dovevo arrivare a un accordo, non facile, con i bianchi, e soprattutto una volta al potere, convincere i neri a non vendicarsi delle ingiustizie subite per secoli. In quell’impresa mi hanno aiutato tantissimo l’arcivescovo Desmond Tutu, che ha preso poi il Nobel per la pace come me e Willem de Klerk, l’ultimo presidente bianco del Sudafrica. Un bianco e un nero che hanno ricevuto il Nobel per la pace insieme e hanno costituito una commissione della verità, della riconciliazione, che era un modo per mettere di fronte i carnefici e le vittime, dove i carnefici dovevano ammettere le proprie colpe e confessarle davanti alle vittime. Un tentativo di comprendersi per evitare che restasse il rancore».
Quali valori pensa di aver lasciato come esempio?
«I valori della riconciliazione, della verità e della giustizia che sono rimasti radicati nel Sudafrica e addirittura sono scritti nero su bianco nella sua Costituzione».
Che cosa consiglierebbe ai leader di oggi che governano società sempre più divise?
«Consiglierei il metodo “Mandela”, anche se può apparire al mondo di oggi come un segno di debolezza. Adesso prevale la logica della forza, che paradossalmente viene voluta e accettata anche dai cittadini. Una “pace disarmata e disarmante”, come dice oggi Papa Leone XIV, non viene capita e accettata. Con il mio metodo sono riuscito a traghettare il Sudafrica verso la democrazia, senza grossi spargimenti di sangue, al contrario di come vediamo oggi in Ucraina, Medio Oriente, Venezuela, Sudan e altri Paesi di cui non si parla ma dove avvengono stragi».
Qual è, ai giorni nostri, la più grande minaccia alla libertà e ai diritti umani?
«La più grande minaccia può essere subdola, ci accorgiamo anche con i social che veicolano idee pericolose. Inconsciamente noi apprendiamo queste idee che formano un po’ la nostra coscienza politica, umana e sociale. Dobbiamo stare molto attenti ad attingere a fonti sicure. Bisogna leggere molto, letture sane e cercare di disinnescare la rabbia, anche se questa fa parte della natura umana: cercare di allontanarla da sé per non alimentarla».
Ritiene che la discriminazione razziale sia diminuita nel mondo e nel caso non fosse così come si può combattere l’odio e il razzismo nell’era dei social media?
«La discriminazione razziale nel mio Paese non è stata completamente superata, ora si è creata purtroppo una sorta di razzismo al contrario, dove i neri in certi casi sono diventati razzisti verso i bianchi. Tutto questo non aiuta il dialogo ma alza le palizzate che ci sono tra le persone. Alcuni social alimentano molto, enfatizzano questi messaggi d’odio. La conoscenza dell’altro: solo così ci si può accorgere che gli altri non sono tanto diversi da noi, ecco questo è il vero antidoto contro il razzismo».
– Nelson Mandela
“Quegli anni mi hanno permesso di maturare la consapevolezza che poi è sfociata in un desiderio non più di vendetta, ma di comprensione, nella lingua africana si dice “Ubuntu”, che significa letteralmente “umanità verso gli altri.“