Oltre la porta nera: quando la curiosità diventa destino
«Te l’ho detto, è una pessima idea». La mia voce rimbombava contro le pareti di cemento, coperta dal rumore dei nostri passi sui calcinacci. L’aria sapeva di polvere vecchia e di un odore dolciastro e chimico.
«Rilassati», rispose Alex, accendendo la torcia del telefono e puntandola verso il fondo del corridoio buio. «Ti lamenti sempre all’inizio. Dicevi la stessa cosa per il tetto dell’ex cotonificio e poi hai ammesso che l’alba da lassù era uno spettacolo».
«Quello era un tetto. Questo è il seminterrato di una fabbrica abbandonata che avrebbe dovuto essere demolita dieci anni fa. Non si vede niente e c’è puzza di gas». Mi fermai: «Torno indietro».
Alex si voltò, sospirando: «Siamo a venti metri dalla sala macchine. Hanno lasciato lì i vecchi quadri elettrici intatti, te lo giuro, è roba da filmare assolutamente. Solo cinque minuti. Ne vale la pena».
Fissai il buio oltre le sue spalle. Qualunque cosa mi urlava di girare i tacchi, ma la mia forza di volontà non era così solida e finivo sempre per cedere. Feci un respiro profondo: «Cinque minuti. Poi me ne vado, con o senza di te».
«Andata», sorrise lui, voltandosi. Fece un passo. Il suo piede schiacciò qualcosa di metallico, forse una vecchia valvola arrugginita. Non ci fu alcun suono, solo una scintilla azzurra che danzò un secondo di troppo, poi l’aria prese vita.
Un’onda d’urto invisibile mi investì strappandomi il fiato. Un ruggito assordante si levò mentre un muro di calore bianco e arancione divorava il buio, divorava Alex e, infine, divorava me.
Il fragore divenne un fischio acutissimo. Poi, il nulla.
Tutto mi sembra fermo.
Cammino in uno spazio uniforme, in un limbo che sfuma dall’argento al bianco perla. L’aria è densa e mi rendo conto di non aver bisogno di respirarla. Oltre a questo, non vi è nulla.
Dietro lo spazio, contorcendo le palpebre, si riescono appena a scorgere delle ombre. Si allungano e si accorciano, ma è difficile coglierne la forma.
A una certa distanza, lo spazio si increspa. Una figura si muove dritta verso di me: man mano che si avvicina, riconosco che si tratta di Alex. Il suo corpo è sbiadito, la sua consistenza gelatinosa.
Guardo le mie mani e, con grande preoccupazione, mi accorgo che anche loro hanno l’aspetto di budini opachi. Guanti in latex, ma non riflettono la luce.
«Sei arrivato!». Sembra entusiasta.
«Mi aspettavi?»
«Sì».
«Perché?»
«Vieni con me».
Si allontana, ma dopo una cinquantina di metri si ferma. Io non lo sto seguendo. Mi fa un cenno con le mani e mi indica di raggiungerlo.

Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.
Ci troviamo presto davanti alla prima costruzione materiale che rompe la monotonia di questo spazio: una porta nera in pietra massiccia, che si apre su qualcosa che non riesco a vedere. Una spessa membrana scura cela l’apertura.
«Dobbiamo andare per di qua». Non sta nella pelle.
«Come fai a saperlo?»
«Ci sono già passato».
A quel punto mi incuriosisco: «Da quanto tempo è che sei qui?».
Lui fa spallucce: «Chi può dirlo? Mi sembrano passate diverse ore. Io sono andato a zonzo per un po’, poi ho trovato questa porta. L’ho attraversata subito. Ti avviso, la sensazione è sgradevole: ti senti come catapultato in un gigantesco scivolo acquatico, solo che vai molto più veloce e senti la tua corporatura perdere coerenza».
«Questa cosa mi preoccupa molto».
«E fai bene, ma non hai idea di che cosa c’è quando arrivi dall’altra parte».
Nonostante il suo viso sia totalmente spento, non ha perso l’energia e il tono di chi cerca di convincerti che, girato l’angolo, ci sia la luna:
«Che cosa c’è?»
Alex esita un istante, cercando le parole.
«Sembra… immagina una gigantesca crociera all-inclusive che naviga all’infinito. Praticamente una copia del Titanic. Ho parlato con alcuni passeggeri: pare che ai ponti superiori ci siano le star defunte che si lamentano del catering tutto il giorno. Dicono che si possa giocare a badminton con Michael Jackson, a freccette con Marilyn Monroe. Personalmente vorrei tanto giocare a Twister con la Regina Elisabetta».
Lo fisso. «Un luna park», ripeto, piatto.
«Sì, più o meno».
«Io… non lo so».
Alex si irrigidisce. O almeno, la sua massa opaca ha un fremito.
«Avevi detto che era roba da filmare assolutamente». Incalzo: «Cinque minuti e ne sarebbe valsa la pena, avevi detto».
Il suo entusiasmo evapora di colpo. Il suo viso privo di lineamenti si inclina verso il pavimento inesistente. Quando parla, la sua voce è svuotata:
«Non potevo saperlo. È stato un… una scintilla. Io non volevo…».
Si interrompe.
«Siamo qui adesso. Quello che c’era dall’altra parte non conta più. Guarda avanti».
Rimane immobile davanti alla porta nera, evitando il mio sguardo insistente.
Sospiro: «Se dall’altra parte non c’è il badminton con Michael Jackson, ti uccido io». Dico, facendo un primo passo verso la porta scura.
Alex rialza la testa, la sua postura gelatinosa si rilassa ritrovando la sua insopportabile leggerezza.
«Andiamo».
– Riccardo Russo
“Sembra… immagina una gigantesca crociera all-inclusive che naviga all’infinito. Praticamente una copia del Titanic. Ho parlato con alcuni passeggeri: pare che ai ponti superiori ci siano le star defunte che si lamentano del catering tutto il giorno. Dicono che si possa giocare a badminton con Michael Jackson, a freccette con Marilyn Monroe. Personalmente vorrei tanto giocare a Twister con la Regina Elisabetta.“