Sconnessi – Che succede senza il rumore delle notifiche?

Angelica descrive la sua giornata senza telefono: tra difficoltà, automatismi e momenti di riflessione, scopre che il silenzio digitale può aiutare a ritrovare concentrazione, presenza e consapevolezza.
"«E se mi avessero scritto?». Non era un’ansia forte, ma una presenza costante, come un rumore di fondo. È strano accorgersi che sapere di non poter controllare qualcosa crei più inquietudine del non controllarlo". Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

24 ore senza telefono: quando il silenzio digitale ci riporta a noi stessi

Una nuova tendenza invita le persone a prendersi una pausa dai social e, più in generale, dal telefono. Non è una protesta contro la tecnologia, né un rifiuto del mondo digitale. È qualcosa di più semplice e, allo stesso tempo, più difficile: scegliere di spegnere, anche solo per un giorno, per capire cosa resta quando il rumore delle notifiche si ferma. È un invito a rallentare, a tornare presenti, a chiederci se siamo noi a usare il telefono, o se sia lui a usare noi. Quando ne ho sentito parlare ho pensato che, in fondo, non sarebbe stato così complicato. Ho deciso di provare anch’io per ventiquattr’ore: dalle sette del mattino, niente più Instagram, TikTok o WhatsApp.

Fare colazione non è stato difficile. Non uso mai il telefono mentre mangio. Quel momento è tranquillo, quasi sospeso. Bevo il caffè, penso a cosa devo fare e studiare, magari guardo fuori dalla finestra. Non è lì che sento il bisogno di connettermi. A scuola la mattina è passata normalmente: i professori che spiegano, io che seguo e prendo appunti, poi l’intervallo, il caffè e parlare con le mie amiche. Però ogni tanto mi veniva un pensiero: «E se mi avessero scritto?». Non era un’ansia forte, ma una presenza costante, come un rumore di fondo. È strano accorgersi che sapere di non poter controllare qualcosa crei più inquietudine del non controllarlo.

“Dopo questo piccolo «fallimento» ho provato a tornare a casa senza usarlo e mi sono accorta di quanto quel silenzio fosse insolito. Nessuna notifica, solo i miei pensieri. All’inizio sembrava vuoto. Poi ho iniziato a notare dettagli che di solito ignoro: il traffico, le persone che parlano, i rumori della città.”
Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image creator.

Il momento più difficile è stato alle due, quando sono uscita da scuola. Di solito appena metto piede fuori, chiamo il mio ragazzo. È un gesto automatico. Non sempre abbiamo qualcosa di importante da dirci, ma è il nostro piccolo rituale. Infatti, appena sono uscita, non ho resistito: ho riacceso il telefono e l’ho chiamato. Lì ho capito che il telefono, per me, non è solo distrazione. È anche legame, presenza a distanza, abitudine emotiva.

Dopo questo piccolo «fallimento» ho provato a tornare a casa senza usarlo e mi sono accorta di quanto quel silenzio fosse insolito. Nessuna notifica, solo i miei pensieri. All’inizio sembrava vuoto. Poi ho iniziato a notare dettagli che di solito ignoro: il traffico, le persone che parlano, i rumori della città. Nel pomeriggio ho studiato senza il telefono accanto, senza la tentazione di controllarlo ogni cinque minuti. Mi sono resa conto di quante micro-interruzioni riempiono le mie giornate. Anche solo un «controllo un attimo» spezza la concentrazione. Senza quel gesto, il tempo sembrava più compatto, più continuo. Non ero più frammentata.

Ci sono stati momenti di noia, veri. Cinque o dieci minuti in cui non sapevo cosa fare. E, purtroppo, ho ceduto ancora una volta: ho preso il telefono per ascoltare la musica e scrivere a un’amica.

La sera è stata la parte più riflessiva. Ho provato a studiare (di nuovo), ma mi sentivo come se mancasse qualcosa. Ho lasciato spazio ai pensieri che di solito evito coprendoli con video veloci. Senza lo schermo acceso, la mente era più silenziosa. Non più vuota, ma più chiara. Mi sono chiesta perché abbiamo così paura di restare soli con i nostri pensieri. Forse perché il telefono è una protezione: ci evita di sentire troppo. Ci dà sempre qualcosa da guardare, da commentare, da condividere.

La cosa che mi ha sorpresa di più è stata capire che non mi sono persa nulla di davvero importante. Nessuna emergenza. Nessuna notizia decisiva. Il mondo è andato avanti lo stesso. Le persone non hanno smesso di esserci perché io non ero online.

Queste ventiquattr’ore non mi hanno fatto odiare il telefono. Non voglio vivere scollegata. Amo poter parlare con il mio ragazzo, scrivere alle mie amiche, informarmi, condividere. Ma ho capito una cosa semplice: non devo riempire ogni spazio.

Vado a scuola, studio, amo, cresco. La mia vita esiste anche senza uno schermo acceso. Il telefono è uno strumento, non una parte di me, e forse spegnerlo è un modo per ricordarci che il silenzio non è vuoto, ma spazio. Spazio per pensare, per sentire, per essere davvero presenti.

– Angelica Mastalli

Il momento più difficile è stato alle due, quando sono uscita da scuola. Di solito appena metto piede fuori, chiamo il mio ragazzo. È un gesto automatico. Non sempre abbiamo qualcosa di importante da dirci, ma è il nostro piccolo rituale. Infatti, appena sono uscita, non ho resistito: ho riacceso il telefono e l’ho chiamato. Lì ho capito che il telefono, per me, non è solo distrazione. È anche legame, presenza a distanza, abitudine emotiva.”

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