Quando lo scroll diventa realtà: la mente intrappolata tra schermi e paranoia
Scrollava scrollava scrollava scrollava. E più scrollava, più la sua ansia cresceva. Guardava le vite degli altri attraverso un triplo filtro: quello del proprio schermo, quello dello schermo di chi si riprendeva vivere, e quello della lente che aveva filmato tale, presunta, vita. Scrollava così tanto che a stento ormai riusciva a distinguere un video su Instagram – o YouTube, o TikTok che fosse – dalla realtà.
Carmine trascorreva sui propri social il proprio tempo, perlopiù libero, dal momento che non aveva mai avuto bisogno di un lavoro per mantenersi. O, tutt’al più, su quelli degli altri; nel senso che rivolgeva la porzione di attenzione eccezionalmente non riservata al proprio cellulare o pc, al modo in cui le persone occupavano i propri interstizi di tempo, spesso tragitti casa-lavoro lavoro-casa sui mezzi pubblici: incollati, pure loro, ai propri telefoni.
Non ci volle molto perché tutta quella vita corrente lo agitasse all’inverosimile. Perché, se gli altri avevano poi modo di dedicarsi alle rispettive occupazioni nel resto della giornata, Carmine aveva modo, piuttosto, di continuare a scrollare. E pensare.
Furono proprio le domande che iniziò a porsi, a rovinarlo. Chi gli assicurava di non essere, anche lui come i tanti creator e Truman, continuamente filmato? Chi gli garantiva che le pareti di casa sua non fossero soltanto artificiose scenografie? Chi lo stava guardando?
Più le domande si infittivano, più la realtà perdeva consistenza, cedendola a quegli interrogativi inquietanti. E più gli interrogativi si facevano inquietanti, più Carmine cercava nel mondo – non più su uno schermo – le prove della loro fondatezza. Ma era troppo tardi perché smettere di guardare reel potesse sortire in lui beneficio alcuno. L’ansia, oramai, era cresciuta troppo.
Scrutava i propri intorni con sospetto, sfiorando accidentalmente – ma mai accidentalmente – gli altri con paura. Li immaginava cartonati, quando non eccellenti attori, e temeva si stessero tutti prendendo gioco di lui. Era ingiusto, pensava: non li aveva costretti lui i volti degli account che seguiva a mostrarsi, a lasciarsi vedere; non meritava quindi, timido e introverso com’era, di venire allo stesso modo esposto, all’insaputa della sua volontà.
La paura, ben presto, si tramutò in terrore, tanto che Carmine non riusciva più a mettere il naso fuori di casa, se non per sbirciare dalla finestra i passanti, sperando non si accorgessero – da copione – di lui. Teneva spento il telefono, spento il computer: si sentiva spiato.
Quando prese la decisione di buttarsi da quella stessa finestra del sesto piano, la necessità di ottenere una risposta alle sue angosciose domande, aveva ormai assunto i caratteri di una vera e propria urgenza. Era certo, assolutamente certo, che un deus ex machina vedendolo precipitare ne avrebbe anticipato la caduta, salvandolo: solo così lui avrebbe potuto squarciare una volta per tutte il velo di Maya che da mesi ormai lo asfissiava.
Ma la caduta gli fu fatale. Nessun filo lo trattenne, nessuna cinepresa lo filmò; nessuno lo vide precipitare, né dall’interno del palazzo né dalla strada, di sotto. Solo un piccione dovette sentire il brutto tonfo, perché volò via dal marciapiede al momento dell’impatto. O forse erano solo finite le briciole.
– Federica Margherita Corpina
“Furono proprio le domande che iniziò a porsi, a rovinarlo. Chi gli assicurava di non essere, anche lui come i tanti creator e Truman, continuamente filmato? Chi gli garantiva che le pareti di casa sua non fossero soltanto artificiose scenografie? Chi lo stava guardando?.”