Disconnessi per salvarsi: la ribellione silenziosa
Come sono solita ribadire, il nostro mondo è malato e corrotto e ci attacca in ogni sfera che viviamo.
Il Meccanismo che ci porta a una disconnessione è intricato, come del resto lo è la società, partiamo dal principio che così ci vogliono: alienati perennemente, mancanti di idee proprie, sempre a seguire chissà quali modernità e contorte tendenze, e sarà più facile allora, per chi sta ai vertici del potere, sottometterci.
Mi sembra condannabile e inaccettabile il fenomeno che sta sempre più prendendo piede, quello che vede giovanissimi, preadolescenti, e nei casi più rari bambini, prendere psicofarmaci non con l’intento di curare malanni mentali – spesso diagnosticati con fretta -, ma di crescerli soggiogati; il secondo scopo di tale pratica è chiaro: alimentare le industrie farmaceutiche. Su di questi ultimi punti non voglio dilungarmi più del dovuto, dato che non possiedo le conoscenze necessarie per poterli affrontare a dovere, ma resta il fatto che è una cosa che vedo purtroppo tutti i giorni attorno a me e la posso testimoniare in quanto persona che sente.
Tema chiave facilmente ricollegabile alla disconnessione, è certamente la diffusione dei social e più in generale dell’utilizzo di mezzi di comunicazione globali che, come pare ovvio, ci distolgono dal resto, riducendo la portata dei sentimenti e alle volte, come per stregoneria, ce li levano senza avere nemmeno il tempo di rendercene conto.
Il telefono è una dimensione a sé, distaccata dal reale e dal vero e pertanto sarà questo che in noi producono: distacco da quello che attorno si muove e muta, lasciandoci paralizzati di fronte a uno schermo. E questo schermo proietta esclusivamente colori vividi, saturati all’estremo, accompagnati da immagini che si muovono rapide: non si ha, in questa cornice, alcun tempo di pensare, un automatismo che cattura inevitabilmente portandoci all’alienazione e da questo tipo di sentimento non vogliamo mai allontanarci perché provoca in noi, paradossalmente, una sensazione come di piacere.
Ed è chiaro allora il perché vediamo costantemente e inevitabilmente persone assorte nel mediocre mondo digitale, perché ci anestetizza, ci distoglie da emozioni che andrebbero affrontate anziché represse, nella baraonda che è la tecnologia rimaniamo pietrificati. L’uomo moderno è perennemente sotto stress, il lavoro e le relazioni diventano sempre più faticose, le emozioni diventano troppo intense e non si ha tempo o strumenti per sopportare. Dopo aver preso conoscenza dello scenario raccapricciante sopra descritto, si penserà che la maggior parte, conscia, sarà rigettante nei confronti dell’infezione digitale che ci sta assalendo, e invece accade l’opposto perché, torno a dire, è qualcosa di talmente estraniante da renderci dipendenti.
Ora non voglio però assegnare alla parola «disconnessione» un’accezione unicamente negativa rischiando di diventare monotematica, si tratta anche di qualcosa di necessario per raggiungere la tranquillità, questo ovviamente se si prende tutto il pensiero che ho riportato precedentemente e lo si porta a un polo opposto, disconnessi da tutto ciò che la massa propone, quindi anche dalla digitalizzazione.
Allora la disconnessione sarà principio chiave, in grado di farci utilizzare la ragione sapendo scindere ciò che è superfluo da quello che invece dovremmo voler preservare in noi. Una condizione, il distacco, che si rivela di piacevole utilità per la crescita personale, saper cogliere il silenzio e la solitudine creandosi attorno un ambiente in grado di accogliere i nostri pensieri e allora dovremmo essere noi a saper accogliere i sentimenti che fino a quel momento sembravano diversi.
– Victoria Sirbu
“Il telefono è una dimensione a sé, distaccata dal reale e dal vero e pertanto sarà questo che in noi producono: distacco da quello che attorno si muove e muta.”