Yes peace – Guerra, libertà, regime, rivoluzione, ribellione

Loredana affronta il tema della guerra e dell’informazione: tra silenzio, etica e responsabilità, sottolinea l’importanza di raccontare le storie e i volti umani oltre le semplificazioni.
Una rielaborazione dell’opera "Lanciatore di fiori" di Banksy realizzata da Chiara Bosna.
Una rielaborazione dell’opera "Lanciatore di fiori" di Banksy realizzata da Chiara Bosna.

I B.LIVER S’INTERROGANO SU MEDIO ORIENTE, GAZA, IRAN

Bip. Bip. «Ti va di scrivere un fondo sulla situazione in Iran e su come Il Bullone può raccontarla?».

Silenzio. La pagina bianca, il cursore lampeggia. La prima sensazione non è avere qualcosa da dire, ma l’esatto contrario. È la voglia di silenzio. È la difficoltà di esprimersi e di avere un’opinione. Perché alcune realtà sono troppo grandi per stare dentro un articolo. Perché alcune parole (guerra, libertà, regime, rivoluzione, repressione) diventano pesanti e usarle con leggerezza rischia di trasformarle in slogan.

In questi giorni le notizie dal Medio Oriente arrivano con una velocità impressionante: titoli, video, analisi, commenti. Tutto sembra chiederci una cosa sola: prendere posizione. Dire chi ha ragione e chi ha torto. Stabilire dove stiano i buoni e dove i cattivi.

Ma la verità, soprattutto durante i conflitti, non è mai così semplice. Dentro ogni guerra convivono livelli diversi: governi, strategie, propaganda, interessi economici, tensioni storiche. E dentro questo frullatore ci sono le vite umane. Persone che continuano a vivere, a temere, a sperare, a cercare un futuro in una realtà che cambia più velocemente della loro capacità di comprenderla.

Il grande rischio, quando la guerra entra nel linguaggio pubblico, è che proprio queste vite passino in secondo piano. Ridotte a categorie: Occidente, Oriente, regime, opposizione, alleati, nemici. Le persone diventano concetti, strumenti per orientarsi, ma si perdono le loro identità, le loro storie, i loro volti. Ed è quando i volti scompaiono che bisogna fermarsi e l’etica diventa necessaria.

Proprio contro la riduzione delle persone a categorie il filosofo Levinas ha costruito una delle riflessioni etiche più radicali del Novecento. Nel libro Totalità e Infinito si domanda cosa succede quando incontriamo davvero l’Altro, non la sua idea, la sua appartenenza o il suo nome, ma il suo volto.

Per Levinas l’etica nasce proprio dall’incontro con il volto, perché nel momento in cui ci guarda l’Altro, ne diventiamo responsabili. «La relazione che s’instaura, solo per essersi visti, ci chiama ad una responsabilità che viene prima di ogni teoria o ideologia».

In questi termini il volto non è bandiera, o posizione geopolitica. È qualcuno. Qualcuno di cui siamo responsabili. E in un momento come questo, in cui non riusciamo a vedere i volti e a comprendere fino in fondo la realtà, la prima forma di responsabilità a cui siamo chiamati forse non è parlare, ma fermarsi.

Fare silenzio abbastanza a lungo da permettere alla complessità di esistere. Un silenzio che non è indifferenza. Non è neutralità. È uno spazio necessario perché le domande possano nascere prima delle risposte. È il tempo che serve per non lasciarsi trascinare da slogan, semplificazioni e fake news.

Ma il silenzio, da solo, non basta. Il compito di un giornale come Il Bullone, e di un giornalismo che non vuole limitarsi ad amplificare il rumore del mondo, inizia proprio dopo quel silenzio.

Quando le parole tornano devono fare qualcosa di preciso: accendere dei fari e portare attenzione dove spesso non arriva. Sulle persone. Sulle storie. Sull’umanità che continua a esistere anche dentro la guerra.

Questo numero nasce da qui. Non dalla pretesa di offrire la verità sulla situazione iraniana (sarebbe un’illusione), ma dal tentativo di avvicinarsi a ciò che spesso resta fuori dalla narrazione dei conflitti: le voci, le testimonianze, le lettere, i VOLTI.

Perché la realtà non è fatta solo di decisioni politiche ed equilibri internazionali. È fatta di individui e relazioni.

Levinas ci ricorda ancora una volta che la relazione con l’Altro non nasce dal fatto che sia simile a noi, ma dal fatto che ci interpella. Che ci guarda e ci riguarda. Che ci chiama a uscire dalla comodità delle nostre categorie per riconoscere qualcosa che non possiamo ridurre a un’idea.

In un tempo che chiede continuamente di scegliere da che parte stare, esiste anche un gesto diverso: non smettere di guardare i volti. Non smettere di ascoltare le voci. Non smettere di riconoscere, anche dentro la complessità, qualcosa che parla alla nostra comune umanità.

Primo Levi scriveva: «Comprendere è impossibile, conoscere è necessario».

E noi è da qui che partiamo. Non dalla pretesa di capire tutto. Ma dal desiderio di non smettere di cercare, dentro la confusione del mondo, le storie delle persone.

Così questa pagina bianca trova le sue parole e Il Bullone i suoi volti.

– Loredana Beatrici

“Ma il silenzio, da solo, non basta. Il compito di un giornale come Il Bullone, e di un giornalismo che non vuole limitarsi ad amplificare il rumore del mondo, inizia proprio dopo quel silenzio.

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