Quando il dolore diventa un numero: la gerarchia invisibile delle vite umane
Da quando una vita ha iniziato a valere più di un’altra? È questa la domanda che perseguita chiunque osservi con occhio critico la deriva etica della nostra società. Ultimamente trattiamo le morti in guerra come statistiche burocratiche, eventi inevitabili della cronaca quotidiana. Ma come è possibile normalizzare l’idea di morire per uno scontro di cui non si fa parte, per una decisione presa in uffici climatizzati a migliaia di chilometri di distanza?
Io credo fermamente che ogni esistenza abbia lo stesso peso specifico, eppure resto sbigottita di fronte all’assenza di stupore o indignazione quando leggiamo notizie come: «Oltre cento vittime a causa di un bombardamento». La reazione media è un rapido scroll sullo schermo dello smartphone. Al contrario, se venisse a mancare un politico di rilievo o una celebrità, l’opinione pubblica verrebbe travolta da ondate di sconcerto, analisi approfondite e lutto collettivo. Esiste, di fatto, una gerarchia del dolore che ci porta a piangere l’individuo potente e a ignorare la massa degli indifesi.
Recentemente, l’account ufficiale di Israele ha pubblicato video di jet in volo durante un attacco all’Iran, utilizzando linguaggi simili ai meme o formati tipici dell’intrattenimento social. Vedere la distruzione ridicolizzata o trattata con ironia è un segnale allarmante: stiamo trasformando la tragedia in contenuto da consumare tra un video divertente e l’altro.
Perché molti non percepiscono l’anormalità di questa situazione? La risposta risiede in una forma di distanziamento emotivo: finché la sofferenza non bussa alla nostra porta, finché non siamo noi a sentire il fischio delle bombe, il dolore altrui non ci tocca emotivamente. Ci sentiamo spettatori di un film, protetti da uno schermo che filtra la realtà e la rende asettica. Quando il dolore diventa un rumore di fondo, la nostra capacità di empatia si atrofizza. Ci convinciamo che esistano «guerre giuste» o «effetti collaterali inevitabili», termini creati apposta per lavare la coscienza di chi guarda da lontano.

Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.
Tuttavia, dovremmo interrogarci sul potere che conferiamo ai potenti. Quanto potere diamo effettivamente a chi decide della vita e della morte altrui? È un paradosso: queste figure non avrebbero alcuna autorità senza il consenso, attivo o passivo, delle masse che le seguono. Dobbiamo chiederci che fine abbia fatto il volto umano dietro la notizia. Quando leggiamo di cento morti, non leggiamo di cento sogni interrotti o di cento famiglie distrutte; leggiamo un numero che serve a confermare una tendenza geopolitica. Questa astrazione è l’arma più pericolosa nelle mani del potere, perché permette di uccidere senza sporcarsi l’immagine pubblica, trasformando il massacro in una questione tecnica o logistica.
Agli occhi di chi detiene il comando, noi siamo spesso numeri, pedine intercambiabili di una scacchiera geopolitica. Nonostante la retorica democratica, la realtà è che non godiamo degli stessi diritti o del medesimo peso decisionale. Siamo esseri umani esattamente come loro, fatti di carne, sogni e paure, eppure la società continua a mantenere in piedi un sistema dove il valore di una vita dipende dal passaporto o dal conto in banca.
Rompere questo muro di indifferenza e smettere di accettare passivamente la ridicolizzazione del dolore altrui è l’unico modo per tornare a essere davvero umani. Se non riusciamo più a scorgere un nostro simile in quel corpo disteso sotto le macerie, significa che la gerarchia del valore ha vinto definitivamente sulla nostra umanità.
– Angela Scagno
“Quanto potere diamo effettivamente a chi decide della vita e della morte altrui? È un paradosso: queste figure non avrebbero alcuna autorità senza il consenso, attivo o passivo, delle masse che le seguono. Dobbiamo chiederci che fine abbia fatto il volto umano dietro la notizia.”