di Diletta Montagni, B.Liver
Pietro Bartolo: “Sulla migrazione si gioca il futuro dell’Europa”
«Ma far vincere lo sconforto sarebbe arrendersi e io non sono abituato ad arrendermi per ciò in cui credo. Sono convinto che sulla migrazione si giochi il futuro della nostra Europa»: con queste parole, l’onorevole Pietro Bartolo, europarlamentare dal 2019 e medico di Lampedusa, esprime il suo incondizionato impegno per affrontare e risolvere il grande problema dei migranti. 68 anni, autore del commovente libro Lacrime di sale, dedicato alle migliaia e migliaia di uomini e donne arrivati dal mare sulla sua isola, incarna la lotta per una politica di accoglienza umana, mostrando, attraverso le sue azioni, quanto profondamente creda nella solidarietà e nei valori fondamentali dell’Europa.

Lei, dottor Bartolo è europarlamentare dal 2019. In questi anni quante volte l’Europa, rispetto alle migrazioni, ha tenuto fede ai suoi principi di legalità e di accoglienza e quante volte si è invece girata dall’altra parte di fronte alle tragedie?
«Ho visto l’Europa tenere fede ai suoi principi in varie occasioni. Ne voglio ricordare una per tutte: l’accoglienza dei cittadini Ucraini dopo l’invasione russa. Per la prima volta, l’Ue ha attivato una direttiva rimasta dormiente per più di venti anni e che permette di riconoscere la protezione temporanea nel caso di arrivo massiccio di stranieri che non possono rientrare nel loro Paese.
In questo caso l’Europa, con in prima fila i Paesi del Nord Europa da sempre ostili all’apertura delle frontiere agli stranieri, è stata in grado di accogliere e offrire servizi a oltre 5 milioni di cittadini ucraini, soprattutto donne e bambini, senza che questo abbia comportato alcun turbamento alla società europea. In altre occasioni, invece, l’Europa si è dimostrata sorda e indifferente, come quando abbiamo richiesto l’applicazione della stessa direttiva per i migranti da altre zone di guerra (vedi la Siria, ad esempio), ma più in generale nei confronti della gestione del fenomeno migratorio».
Secondo lei l’Europa, Bruxelles è il posto giusto per battersi e aiutare queste persone in migrazione? E cosa possiamo fare noi che siamo lontani?
«Bisogna stare dentro le istituzioni per cambiare la gestione del fenomeno migratorio. Ho deciso di venire a Bruxelles proprio per questo. Però non è soltanto da Bruxelles che si può fare qualcosa. Ognuno può fare qualcosa: può farla nel mondo associativo, nel quartiere in cui vive e rispetto alle situazioni che conosce più da vicino, può farlo facendo politica nel proprio ambito territoriale. Basta guardare i numeri per capire che l’invasione di cui parlano le destre non esiste: 160mila arrivi in un anno non si possono definire “invasione” in un Paese come l’Italia che conta quasi 60 milioni di abitanti.
Ancora meno se si considera la totalità dei 27 Paesi membri. Io ci ho provato con tutte le mie forze a cambiare le regole. Sono stato relatore ombra di uno dei dossier del Patto sulla migrazione. Mi sono battuto per affermare il principio di solidarietà obbligatoria tra tutti i Paesi membri. La stesura finale del Patto che arriverà ad aprile in parlamento europeo è però assai deludente per le pressioni che i governi degli Stati membri a trazione di destra, che oggi sono maggioranza all’interno del Consiglio, hanno imposto. E ci sono cose davvero inaccettabili come il rilevamento dei dati biometrici di tutti i bambini di età superiore ai 6 anni, che trovo inumano».
Le manca la sua isola di Lampedusa e il suo lavoro di medico, che ha salvato milioni di vite? Ha mai avuto momenti di sconforto? Cosa le dà le forze di andare avanti in queste lotte di civiltà?
«Lampedusa mi manca moltissimo e anche il lavoro di medico. Momenti di sconforto? Tantissimi. Ma far vincere lo sconforto sarebbe arrendersi e io non sono abituato ad arrendermi per ciò in cui credo. Sono convinto che sulla migrazione si giochi il futuro della nostra Europa. Possiamo costruire un futuro di pace o di conflitto perpetuo. Quella che si consuma lungo le rotte migratorie è una mattanza di cui la storia prima o poi presenterà il conto.
Penso ai giovani che studieranno sui libri quello che è accaduto e che continua ad accadere, le migliaia di uomini, donne e bambini annegati, le migliaia di persone lasciate a morire al freddo nelle foreste della Bielorussia. Quando i miei nipoti mi chiederanno com’è stato possibile che sia accaduto tutto questo e cosa ho fatto io per fermare queste atrocità, voglio rispondere loro che ho fatto del mio meglio e che anche loro devono continuare a tenere alta l’attenzione sui diritti umani».
Come si fa, secondo lei, a far cambiare la percezione dei migranti – visti come nemici e avversari – che avvelena l’opinione pubblica europea e italiana?
«Raccontando la verità. Non bisogna mai stancarsi di studiare, di conoscere, di ascoltare e di essere parte attiva nella società, portatori e fautori di giustizia sociale e di pace. La migrazione può fare solo bene all’Occidente, non il contrario.
Abbiamo un mondo squilibrato. La ricchezza sta tutta da una parte ed è detenuta da una piccola percentuale di cittadini. Le persone in età da lavoro, quelle che danno alla luce più figli, stanno dall’altra parte del mondo. Questo significa che l’Europa ben presto non riuscirà più a mandare avanti la propria economia e soprattutto si troverà a fare i conti con un welfare, un sistema socio-sanitario e di servizi pubblici che rischia di collassare; mentre l’Africa o altre zone povere del mondo già oggi non riescono a offrire il lavoro che sarebbe necessario alle loro popolazioni.
La politica è lo strumento che deve riequilibrare il pianeta. Un vero governo del fenomeno migratorio serve ad aiutare i Paesi svantaggiati, ma anche noi stessi».
Dopo aver visto il film Io Capitano che cosa ha provato?
«Ho visto il film e ho voluto che fosse proiettato anche a Bruxelles. È commovente e mostra l’altra faccia della migrazione, le sofferenze che queste persone patiscono per arrivare in Europa e rincorrere il loro sogno. Mi auguro che il film possa girare tra le scuole per formare le nuove generazioni. Sulla migrazione andrebbero fatte rassegne in ogni ciclo scolastico. La narrazione tossica si cambia anche in questo modo. Il viaggio fatto dai due protagonisti di Io Capitano è quello di centinaia di migliaia di persone ogni anno. Sono viaggi che durano molti mesi, se non addirittura anni. E come dice Ghali, non serve un’astronave per accorgersene».
– Pietro Bartolo
«Lampedusa mi manca moltissimo e anche il lavoro di medico. Momenti di sconforto? Tantissimi. Ma far vincere lo sconforto sarebbe arrendersi e io non sono abituato ad arrendermi per ciò in cui credo. Sono convinto che sulla migrazione si giochi il futuro della nostra Europa.