Tabù, avere 16 anni e pensare: cos’è la morte?

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Il B.Liver Francesco riflette sul significato della morte dopo la perdita della nonna, rivelando il suo tabù personale e il dolore emotivo affrontato.
"Capire", illustrazione di Aurora Protopapa
"Capire", illustrazione di Aurora Protopapa

Tabù: un argomento spinoso, soprattutto in adolescenza

Tabù: una parola molto restrittiva e allo stesso tempo molto sensibile, che tocca le corde più delicate del nostro essere. Ma dovendo indicare quei concetti, immagini o parole che proprio non riusciamo a sentire o a pensare, questi attributi vengono da sé, no? Ebbene, oggi sono qui per spiegarvi il mio rapporto con questa parola.

Da adolescente inoltrato, suona quasi strano che io la conosca: difatti si sta perdendo piano piano nelle nuove generazioni, perché viene sempre meno usata. E può parere anche strano che io abbia di mio un tabù, no? Se in 16 anni di vita ho già delle cose che proprio non riesco a pensare

Il pensiero della morte

In realtà la parola fatidica è solo una e, no, non è né il sesso né tantomeno la droga (come si potrebbe pensare), bensì la morte, quel fenomeno naturale che aggiunge la parola «fine» alla vita di una persona. Fenomeno che ho sempre visto in modo particolare, strano, inquietante, quasi mistico.

Sin da quando il mio cervello è stato abbastanza formato per avere un minimo di pensiero logico e cosciente, ho sentito parlare di morte: a volte sbirciando sul giornale di papà, a volte guardando il canale sbagliato in TV, più tardi anche su Google. Ma la morte a quel tempo era una cosa lontana, sì, qualche persona importante è morta in America, ci sono state delle piccole battaglie qui e là, rivolte, manifestazioni finite con violenza… ma io quelle persone neanche le conosco, e sono molto giovane, quindi mai mi toccheranno queste cose! E ci rimuginavo sopra, senza arrivare a una conclusione vera e propria. E non sapevo che in realtà si stava sempre più avvicinando a me.

La prima vera e propria piccola scintilla di paura arrivò quando scoprii una debolezza che mia nonna aveva alle gambe, una condizione di cui tuttora non sono a conoscenza per la quale l’arteria della sua gamba destra era in equilibrio estremamente precario, e se da un momento all’altro quell’equilibrio si fosse rotto, sarebbero stati guai seri. Ma bastava guardare mia nonna sorridente per levarsi quella preoccupazione e lasciare la morte lontana dov’era sempre stata.

Non realizzando la gravità, i giorni, i mesi e gli anni continuarono a passare…

Non realizzando veramente la gravità di quella condizione, i giorni passarono, i mesi passarono, gli anni passarono e io alla morte non ci ripensai mai più. Finché non arrivai a giugno 2019. Ormai ero un ragazzo appena uscito dalla prima media, ero cresciuto, ero cambiato, ma mi era rimasta una cosa: quella scintilla di paura verso l’arteria di mia nonna. E nel momento in cui ritornò, io non ero proprio pronto ad accoglierla. Una mattina d’estate, in vacanza al mare, decisi di chiamare mia nonna per salutarla, ma mi accolse una voce rauca e sofferente. Era in ospedale per una condizione alla sua gamba. Provai di tutto: chiesi a mia mamma se era possibile guarirla, tagliarle la gamba, fare qualcosa. Ma non ottenni una risposta fino a quando, due giorni dopo, alle 5 di mattina, vidi mia mamma in lacrime al telefono. La nonna era morta.

Non c’era più, non potevo più parlarle, non leggeva più i miei messaggi. Mi sentivo distrutto, e solo. La persona che più mi voleva bene e a cui più tenevo era morta. Qui realizzai come davvero tutti quei fenomeni che consideravo lontani, in realtà erano tutte sorgenti di catene lunghissime di dolore. Al funerale mi accorsi di come tutte le persone, chi più e chi meno piangevano, singhiozzavano, o abbassavano la testa. Mio nonno, i miei zii e cugini, tutti distrutti tanto quanto me.

“Qui realizzai come davvero tutti quei fenomeni che consideravo lontani, in realtà erano tutte sorgenti di catene lunghissime di dolore.” Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

E siccome il destino è sempre molto simpatico, giusto due mesi dopo anche la mia prozia subì un trattamento simile: dopo la rottura di un femore entrò in ospedale e non ne uscì più. E qui iniziai a realizzare come davvero la morte era una cosa dolorosa. Per i sei mesi successivi, il mio cervello era confuso, perso, con attacchi inspiegabili di lacrime alle ore più varie del giorno.

Questo era tutto quello che una singola morte causava, e io per anni avevo ignorato un fenomeno tanto distruttivo e doloroso. Mi sentivo uno schifo. E così, quando buttai via il fazzoletto bagnato sostituendolo con un sorriso smagliante, sigillai definitivamente la parola «morte» come il mio unico, grande tabù.

– Francesco Campi

“E così, quando buttai via il fazzoletto bagnato sostituendolo con un sorriso smagliante, sigillai definitivamente la parola «morte» come il mio unico, grande tabù.

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