Non mi piace il termine “expat”, oggi sono felice
«Non mi piace essere chiamata “Expat” (espatriato), mi lascia addosso un senso di fuga e provvisorietà e io non ho mai perso i contatti con l’Italia. In valigia avevo più sogni che certezze. Vivo a Barcellona da cinque anni e non mi sento affatto una scappata dall’Italia. Sono felice, ho un compagno spagnolo con cui sto bene; lavoro in un albergo, sono una manager, mi pagano quasi il doppio di quello che avrei guadagnato restando a casa. Finalmente ho trovato un senso per la mia vita futura, che a Roma non avevo la possibilità di immaginare».
Parla Simona, 30 anni, laureata in economia aziendale, parte dei circa tre milioni e duecentomila Expats, quasi la metà tra i 18 e i 34 anni, di cui il 44% sono donne che vivono e lavorano nell’Unione Europea, con in più la Gran Bretagna che è formalmente fuori dall’Unione dal 31 gennaio 2020. Il vecchio Continente è ormai diventato l’area di destinazione prescelta da tutti gli italiani fuori Italia: il flusso è pari al 75% di tutti gli iscritti all’Aire, l’Anagrafe statale degli Italiani Residenti all’Estero.
Il rifiuto di farsi chiamare «Expat», fa parte di un nuovo modo di interpretare la migrazione, non come abbandono di cose, persone e luoghi, ma come spinta ad «andare verso», senza farsi guidare da eccessivi entusiasmi, ma usando il timore dell’incertezza come leva di accoglienza di potenzialità positive.

Immagine generata dal sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.
Simona ce lo spiega cosi: «Io non voglio eliminare tout court gli elementi negativi che la migrazione ha in sé: solitudine, impatto con culture diverse, soprattutto se spinta da necessità ed emergenza, quando cioè le persone migranti non hanno altra alternativa alla partenza».
Un flusso migratorio dei giovani italiani del nuovo millennio – dice uno studio di Fondazione Nord-Est – è paragonabile a quello degli anni ’50, in questo caso, però, è costituito per il 30% da persone laureate, mentre nel dopoguerra la maggioranza di chi partiva non aveva conseguito neanche la licenza elementare. Simona e altri giovani con diplomi e laurea lasciano l’Italia per una ragione che si sintetizza in una frase: «migliori possibilità di carriera».
– Carlo Sangalli
“Un flusso migratorio dei giovani italiani del nuovo millennio – dice uno studio di Fondazione Nord-Est – è paragonabile a quello degli anni ’50, in questo caso, però, è costituito per il 30% da persone laureate, mentre nel dopoguerra la maggioranza di chi partiva non aveva conseguito neanche la licenza elementare.”